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05.07.2007 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                accade a Roma

“Bernardí Roig. Light never lies”

Dal 6 luglio al 16 settembre 2007 al Museo Carlo Bilotti
Aranciera di Villa Borghese di Roma

La prigionia del corpo e l’impossibilità dello sguardo, una riflessione sulla condizione dell’uomo contemporaneo e sull’isolamento alla base del lavoro di Bernardí Roig (nato a Palma di Maiorca nel 1965) e della sua prima mostra personale romana “Bernardí Roig. Light never lies” a Roma al Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese da venerdì 6 luglio a domenica 16 settembre 2007.

“Bernardí Roig. Light never lies” propone una raccolta di 8 installazioni realizzate tra il 2001 e il 2005 e adeguate per l’occasione agli spazi del Museo Carlo Bilotti. Oltre alle figure a grandezza naturale in resina di poliestere, la mostra propone alcuni disegni in grafite, carbone e cenere su carta e tre video, che “dialogano” con le installazioni. Luci fluorescenti e scritte luminose sono gli elementi che completano alcune opere.

Gli uomini di Roig, realizzati mediante calchi dal vero, sono esposti all’azione urticante di fasci di luce bianca che fendono l’ombra, colpendoli al viso fino all’accecamento.

Come molti artisti della sua generazione, Roig riflette sulla natura delle percezioni collettive sotto le spinte propulsive dei media, della rivoluzione telematica e degli ineludibili effetti della globalizzazione. La sovrabbondanza di immagini che caratterizza il presente ha prodotto qualcosa di più che un depotenziamento dello sguardo, ha eroso, con un eccesso di luce, ogni certezza.

Nelle opere - esposte per la prima volta al Museo Carlo Bilotti e nella città di Roma - Bernardí Roig esplora la possibilità di diventare spettatori della propria interiorità.

Opera chiave della mostra è Strauch! (2004, figura in resina di poliestere a grandezza naturale, lettere luminose in alluminio) - eseguita sul calco del padre dell’artista - in cui tutta la narrazione è permeata dalla presenza della solitudine e dalla perdita delle sensazioni. Strauch è il personaggio principale di “Frost” (Olanda, 1964), il capolavoro di Thomas Bernhard in cui si narra dello scontro mentale di un pittore con il mondo. Strauch, un pittore con la testa saldata al corpo, ci conduce nell’oscurità attraverso un monologo interiore che passa per il sentiero dell’orrore, dell’asfissia e dell’annichilimento.

Repulsion exercises (2005) è invece composta da una figura in resina di poliestere a misura umana su trampoli e di un video. Alta e inaccessibile, è un'opera "assente" che non vuole guardare né il pubblico né le immagini che scorrono nel monitor all'altezza dei suoi occhi. Il video racconta la storia della sua testa decapitata da una moderna Salomè, borghese e frustrata, alla quale rimane solo - quale consolazione per i suoi desideri irrealizzati - l'esercizio della "pioggia dorata" sulla testa stessa.

Acteón (2005, figura in resina di poliestere a grandezza naturale, luce fluorescente) si riferisce al mito di Diana raccontato nelle Metamorfosi di Ovidio. La luce fluorescente, che è brutalmente quasi a contatto con gli occhi della scultura, gli impedisce totalmente la visione. Acteón ha visto ciò che non potrà mai raccontare e per questo resta chiuso in un mutismo totale. Paga così il prezzo dell'atto eroico del vedere.

Sound Exercises (2004, figura in resina di poliestere a grandezza naturale, luce fluorescente) è la figura del narratore esausto che, spalle al pubblico e appoggiato a un muro di luce, non ha più la forza di emettere alcun suono. Simboleggia la fine del racconto e della parola. Le frasi e le parole tuttavia si accumulano dentro di sé, rendendolo gonfio.

Ejercicios de parecido (2005, disegno in grafite, carbone e cenere su carta, luce fluorescente) è un trittico che rappresenta con il disegno un'idea di viso da tre punti di vista differenti. Nei dialoghi "Binissalem" Roig enuncia la suggestiva teoria che le figure esistono nel carbone della matita e l'artista non è altro che un demiurgo che con la sua mente le estrae. La luce non è nell’immagine, ma resta imprigionata tra il quadro e la parete, emettendo solo segnali laterali e indiretti. Obbliga ad una vista laterale, spiazzando lo spettatore dal centro alla periferia dell'esperienza.

Figure maschili corpulente, zavorrate o schiacciate contro le pareti, abbacinate da folgoranti proiezioni luminose, sospese o con le spalle rivolte allo spettatore. Sono individui che intrattengono un enigmatico rapporto con l’oggetto che l’artista ha predisposto, per generare in loro una condizione di disagio ai limiti della tollerabilità.

Tutto questo conferisce una dimensione fortemente scenografica alle sue istallazioni. Nell’ambiente in cui prende forma il lavoro si stabilisce una zona in cui il nero cede il posto al bianco dei corpi, inondati di luce e sempre in relazione ad una parete, anch’essa rigorosamente bianca.

Il lavoro di Bernardí Roig fa riferimento al filone novecentesco che pone visivamente il tema del corpo come elemento centrale della ricerca artistica. La compresenza di figurazione (il corpo), minimalismo (la luce) e concettualismo (i riferimenti a discipline come teatro, cinema e letteratura) conferisce alla sua opera una collocazione particolare nel panorama contemporaneo.

Ispirata dai miti classici, dalla filosofia postmoderna, dalla prosa di Thomas Bernhard e dall’arte di Pierre Klossowski, l’opera di Bernardí Roig esplora il confine che separa e connette i due paradigmi essenziali del pensiero, quello premoderno - fondato sull’integrità dello spirito - e quello postmoderno - che ruota intorno alla funzione del simulacro e alla proliferazione delle apparenze.

Se la vita è una bugia, che tuttavia ci appare come tale solo nel momento della morte, come scrive Bernardì Roig in uno dei suoi dialoghi/monologhi raccolti in “Binissalem”, la luce non mente mai, “Light never lies” appunto.

cs


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