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25.02.2007 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                          soggettive

L’indimenticabile itinerario Caravaggesco
 

Mi ripromettevo di farlo da oltre un anno, poi, per un motivo o per l’altro, rimandavo.
Infine mercoledì scorso, 14 febbraio, mi sono deciso. L’input a dire il vero me l’aveva dato il simpatico colonnello che ci informa ogni mattina sulla situazione meteorologica. “Oggi a Roma sarà una bellissima giornata, almeno fino al pomeriggio” aveva affermato “una di quelle mattine che ci fanno vivere questo strano inverno come un vero e proprio anticipo di primavera”.
Mi è bastato: ho preso su la mia digitale e sono salito sul solito e amato trenino, direzione centro di Roma.
Di cosa sto parlando? Semplice: di un accattivante invito da parte di Corrado Augias, contenuto nel suo “I segreti di Roma”. Nel suo libro di storie, luoghi e personaggi della nostra città, così magistralmente descritti, fa una di quelle proposte che diventa veramente difficile non prendere in considerazione, e cioè di fruire “a gratis” di uno spettacolo che solo la nostra amata e imprevedibile Roma può offrire: una godibile passeggiata, a piedi ovviamente, per il centro storico con il privilegio di ammirare liberamente, insieme all’impagabile paesaggio cittadino, sei, dico sei, capolavori del Caravaggio, ospitati in tre tra le più belle chiese della città.
Anziché seguire l’itinerario suggerito da Augias ho preferito seguire il percorso inverso; sceso dal “64” in Corso Vittorio, mi sono diretto verso la chiesa di Sant’Agostino, attraversando così una Piazza Navona resa ancor più splendida da una luce solare indescrivibile in un cielo che più azzurro non si può. Famigliole e coppie di americani giapponesi sudamericani ma anche italiani, tutte indistintamente le signore con in mano una rosa, fornita con un tempismo perfetto dallo stand della Coldiretti – già, era san Valentino! – quasi sbigottiti dallo spettacolo offerto da questa incredibile mattinata d’inverno che inverno non è. Una zingarella in jeans e maglioncino, quasi elegante, non avrà avuto più di sei sette anni, lanciando in aria e riprendendo un pallone giallo e verde della Coldiretti quasi più grande di lei, mi dice con un sorriso luminoso “non hai mica qualche monetina in più?” e corre via senza neanche aspettare il mio “obolo”.
Arrivo alla chiesa di Sant’Agostino. L’imponente struttura contiene al suo interno opere di enorme valore: un Sansovino, un “Isaia profeta” di Raffaello, non so se mi spiego,ma i pochi presenti al suo interno, me compreso, puntano diretti sul capolavoro del Caravaggio, quella “Madonna dei pellegrini” che sembra emanare una luce propria, quella bella donna imponente con in braccio un pupo forse un po’ troppo pesante. Mi allontano, poi torno indietro, non è facile distogliere lo sguardo da quelle rozze figure in adorazione, quei piedi scalzi, imbrattati di fango. Ma la passeggiata è lunga, occorre proseguire.
Tappa successiva, San Luigi dei Francesi: effettivamente all’interno della grande chiesa ridondante di marmi e stucchi ci sono un sacco di francesi, ma non solo. Anche qui lavori del Domenichino, di Guido Reni, io seguo però la scia dei cugini d’oltralpe, che si dirigono alla cappella Contarelli, alle tre eccezionali opere del Merisi, indescrivibili, veramente. Quello che mi lascia esterrefatto stavolta è l’uso magistrale della luce e delle ombre da parte del maestro. C’è poco da dire, sembra che sulle figure, sui volti dei personaggi, sia puntato uno “spot”, di quelli usati nel cinema, o negli studi fotografici. In fondo alla cappella, in alto, c’è una vetrata da cui passa la luce del giorno; bene, Caravaggio, nel dipingere gli affreschi, ha fatto sì che sembri che sia “quella” luce a illuminare le scene, non i suoi colori, il suo bianco scintillante. Nella Conversione di San Matteo infatti la direzione della luce è dall’alto a destra, esattamente il contrario avviene nel Martirio di San Matteo che appare illuminato da sinistra. Nella terza opera, San Matteo e l’Angelo, al centro della cappella, quindi con la vetrata alle spalle, la luce appare meno forte, il contrasto è minore. Anche in questo caso, vi assicuro, è estremamente difficile andarsene, e così torno un paio di volte a rimirare i quadri, da varie angolazioni, prima di decidermi a proseguire per l’ultima tappa.
Ed ora Santa Maria del Popolo, la più antica tra le tre chiese, credo risalga al 1100, o giù di lì. Vale anche qui lo stesso discorso: capolavori a decine, Bramante, Raffaello, Sansovino, Pinturicchio, Bernini… Beh, per questi tornerò un’altra volta, mi dico, è quasi mezzogiorno e stanno per chiudere. Mi dirigo quindi alla cappella Cerasi, ecco gli altri due capolavori del Nostro: la crocifissione di San Pietro e la conversione di San Paolo. Ancora quei terribili e meravigliosi giochi di luce ed ombra, il gran vecchio provato dalle torture ma fiero, ancora quei piedi sudici, stavolta dei suoi aguzzini, affaticati come bestie nel compimento della loro truculenta impresa. E poi San Paolo, il soldato in terra, sovrastato dal suo cavallo, allarga le braccia come ad arrendersi infine alla fede, che lo ha vinto.
Ecco, la mia passeggiata nel “museo itinerante” attraverso le più belle strade di Roma è finita. Un grazie di cuore a Corrado Augias che mi ha dato modo, con le sue indicazioni, di apprezzare in un modo diverso dall’usuale queste inestimabili opera d’arte. Ora sono pronto, con il suo prezioso “vademecum” in mano, a compiere altre scoperte della mia amata Roma.
Claudio

 


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