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10.11.2006 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                       for de porta

A Lunghezza.
Hilda Munthe, una nobildonna di altri tempi.


Giorni fa ebbi occasione di passare davanti al Castello di Lunghezza, e di colpo mi trovai sommerso da una valanga di ricordi, da una struggente nostalgia per un passato poi non troppo remoto, diciamo poco più di quaranta anni fa, quando lavoravo e vivevo nel castello dirimpettaio al di là dell’Aniene, il Casale del Cavaliere.
Una mattina arrivò nel cortile del Cavaliere un calessino nero, elegante e raffinato, tirato da un superbo cavallo, forse bianco ma non ricordo bene, guidato da una anziana meravigliosa signora, credo avesse poco meno di ottanta anni, la ricordo bellissima, aristocratica, meravigliosi capelli bianchi raccolti attorno alla testa,come la Levi Montalcini.
Fu così che conobbi Hilda Pennington-Mellor, una deliziosa nobildonna scozzese, seconda moglie del grande medico-scrittore Axel Munthe. Sapevo che alla fine degli anni cinquanta era tornata con i figli nel Castello di Lunghezza, dove aveva vissuto con Munthe fin quando lo scrittore per motivi di salute si era ritirato nella sua villa ad Anacapri, ma non avevo mai avuto l’occasione di conoscerla.
Mi disse in quell’occasione, che costituì poi l’unico nostro incontro, che da anni si riprometteva di fare quella breve passeggiata al di là dell’Aniene per rivedere la Tenuta del Cavaliere, dove spesso era venuta a cavallo o con il calesse, nel periodo tra le due guerre, assieme al suo famoso consorte.
Ci accomodammo sulla panchina di pietra, conversammo per circa un’ora, a dire il vero fu lei a parlare quasi sempre, io la ascoltavo avidamente, immerso di colpo in un mondo fatto di nomi illustri, di storie importanti, ma anche di gossip, vocabolo che allora non si conosceva anche se ne esisteva la …materia.
Mi raccontò la storia dell’arrivo di Munthe a Lunghezza attorno al 1890. L’allora giovane medico aveva uno studio a Piazza di Spagna ed aveva in cura molta povera gente, malata del male dell’epoca, la tisi. Aveva stabilito un buon rapporto di amicizia con il duca Pio Grazioli, all’epoca proprietario dello storico castello di Lunghezza e una volta, facendosi coraggio, gli chiese di poter portare per qualche giorno qualcuno dei suoi malati in via di guarigione a godere la salubre aria della campagna di Lunghezza. Il duca non se lo fece chiedere due volte, anzi gli concesse in “uso gratuito” un’ala del castello che Axel Munthe trasformò in sanatorio per i convalescenti. Anni dopo, quando Axel sposò la nobile ereditiera Hilda, il padre di lei, Sir Pennington Mallor, acquistò l’ala del castello e la dette in dote alla figlia.
Ed ora il gossip, raccontatomi da una sorridente Lady Hilda: siamo nel 1895 o giù di lì, in un bell’appartamento a lato della scalinata di Piazza di Spagna, poco distante dallo studio medico di Munthe, vivevano la loro grande passione il Vate, Gabriele D’Annunzio ed Eleonora Duse.
Sembra che il grande amore fosse inframmezzato spesso e volentieri da robusti litigi. E avvenne così che una sera Axel Munthe si imbatté nella bella Eleonora che, in vestaglia, dopo una ennesima lite, scappava di casa. Non ci pensò sopra, la caricò in carrozza e la portò a Lunghezza, dove rimase gradita sua ospite finché il focoso Gabriele, pentito, venne a chiederle perdono.
Non rividi più Hilda anche se lei cortesemente mi aveva invitato a ricambiare la visita: “così potrei conoscere anche la sua giovane moglie”; ve lo figurate il ragioniere di campagna in visita al Castello di Lady Pennington Munthe! Divenni però, poco dopo la sua morte avvenuta nel 1967, buon amico di uno dei due figli, Malcolm, che si era stabilito da anni a Lunghezza integrandosi assai bene con i suoi abitanti. E fu lui, nei nostri frequenti incontri al Castello, a mettermi a conoscenza di tante altre inusitate storie, che mi riservo di raccontare quanto prima.


claudio

 


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