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giovedì 20 ottobre 2011

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                     antichi sapori

Il pane del sabato

Sulla tavola apparecchiata per lo shabbat domina la challà, il pane a forma di treccia. O meglio, le challot, perché le trecce di pane devono essere due in ricordo della doppia razione di manna caduta, per gli ebrei nel deserto, alla vigilia del sabato per evitarne la raccolta nel giorno del riposo. E anche, due come le tavole della legge che gli ebrei accettarono decidendo di rispettarle e diventando così un popolo. La persona più anziana della famiglia raccolta attorno al tavolo, recita la benedizione sul pane prima di spezzarlo con le mani e distribuirne piccole porzioni ai commensali, dando in questo modo inizio al pasto.

Durante la preparazione dell’impasto si separa una quantità grande come una oliva per bruciarla nel fuoco. Questo gesto simbolico che ricorda l’offerta, è una mitzvà (precetto) che unisce gli ebrei sparsi nel mondo ed è un rito che nella sua ripetitività riporta al trascorrere del tempo.

Nel libro dell’Antico Testamento dedicato a Ruth, si racconta di come la giovane, rimasta vedova di un israelita emigrato a Moav, decide di lasciare la sua famiglia per seguire la suocera Naomi a Betlemme, Beth-léhem, che significa casa del pane. Ruth fa la spigolatrice e dalla sua capanna si libera una candida nuvola che spande fragranza di pane. Anche sulla tenda di Sara, la prima matriarca, si allargava una nuvola di farina che solo quando morì scomparve. Quando Isacco portò in quella tenda la sua sposa Rebecca la nuvola tornò a diffondere il profumo di pane.

Ricetta
si tratta di un pane un po' brioche, un po’ meno dolce e più compatto.

Per fare due trecce di pane (challot) servono:

6 cucchiai pieni di farina
un cubetto di lievito di birra
5 cucchiai di acqua (io uso la birra) tiepida per sciogliere il lievito
2 cucchiai d’olio extravergine d’oliva
1 uovo intero (a cui avremo levato la punta di un cucchiaio di albume che sbatteremo per spennellare le challot)
2 cucchiai rasi di zucchero
1 cucchiaino di sale
poco bianco d’uovo
semi di sesamo o semi di papavero, se piacciono

Sciogliete
in una ciotola capiente il lievito con l’acqua tiepida (non calda!) e quando è ben sciolto

aggiungete a poco a poco la farina

versate anche l'uovo, l’olio, il sale e lo zucchero.
Mescolate bene e impastate fino a quando l'impasto non è liscio e non si attacca più alle mani (se occorre aggiungete un po' di farina).

Chi ha l’impastatrice, tipo il kitchen aid, in questi casi è molto avvantaggiato ma ricordo che nel processo di lievitazione interviene anche il calore delle mani, anzi è proprio il calore a lanciare la lievitazione.

Formate una palla, copritela e lasciatela lievitare almeno per 30 minuti.

Trascorso il tempo, quando la pasta sarà gonfia, dividete l’impasto in 6 parti per ottenere due challot a treccia.
Tirate le sei parti di impasto in sei rotoli, come dicevo, intrecciando i quali dobbiamo ottenere due trecce lunghe circa 20 cm.
Le trecce devono riposare coperte finchè non raddoppiano di misura, cioè per almeno altri 30 minuti.

Nel frattempo scaldiamo il forno a 180°

A lievitazione ultimata si spennellano le challot con l'albume diluito in un po’ d’acqua, si cospargono di semi di sesamo (sempre che non si sia nevrotici come la sottoscritta, che non li sopporta: in tal caso provate il papavero) e si infornano le trecce a 180°.
Il tempo di cottura dipende dal forno (circa 25 minuti, di solito), ma si nota subito se la challah è cotta: essa acquista in superficie un bel colore, tra il marrone e il dorato, sprigionando un profumino che richiamerebbe anche la più sbadata delle cuoche…

 

Tiziana

 

NOTA FELICE - Quando ho letta la ricetta non potevo credere ai miei occhi: è la stessa che per le brioche col tuppo catanesi con l'unica differenza che per la brioches si usa il burro (e qui l'olio come per il pane e la pizza) e si scioglie il lievito nel latte (e qui nell'acqua/birra come per il pane e la pizza).

Morale della favola: siamo tutti cugini.

 

angela :)


 


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