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                                                                                                     c'era una volta

Chernobyl, 20 anni fa

Abitavo a Trastevere, in una casa piccolissima, diciamo che pi¨ che una casa era una cameretta diventata "appartamento", 12 metriquadri. Ero in transito da una casa all'altra e avevo un gatto.

Quel giorno arriv˛ la notizia: dalla radio, dai giornali, dalla TV: ci avvisavano che era esplosa una centrale nucleare in Russia. E che la nuvola radioattiva sarebbe arrivata in Italia. E che non si poteva mangiare verdura a foglie larghe, bere il latte.

E l'aria? Cosa avremmo respirato? Non era forse meglio uscire il meno possibile? Di sicuro era cosý ma non mi sembra di ricordare che nessuno disse "uscite di casa meno che potete". E come avremmo potuto fare? Bisognava andare comunque al lavoro.

E mi ricordo per˛ che mentre ascoltavo le notizie guardai il mio gatto. In quella casa microscopica, in attesa di poter andare nella nuova casa che non Ŕ che sarebbe stata una piazza d'armi, per il mio gatto la felicitÓ erano i tetti caldi e odorosi di Roma. E pensai a quanto era piccola quella creatura silenziosa che mi faceva compagnia da anni e quanto era pi¨ pericoloso per lui, con tutto quel pelo che avrebbe trattenuto polvere, che lui avrebbe leccato per pulirsi. E chiusi al mio gatto le finestre, le chiusi per mesi e mesi. E per mesi non ci fu per lui latte e verdurine tagliate in mezzo alla pappa.

Se io ho avuto tanto affanno per un gatto, mi chiedo cosa possa essere stato per le mamme. E cosa deve essere stato per le mamme di quei bambini in Russia.

E mi ricordo anche che Trastevere non era diversa da tutti gli altri giorni, che l'aria non aveva nulla di diverso, che la vita, a parte le verdure a foglia larga e le fragole e il latte, non ebbe grandi differenze. Solo che sapevo che c'era quella cosa che non era bene respirare. E che lavavo i capelli ogni sera. E il mio gatto guardava la finestra chiedendomi perchŔ non poteva andare sul tetto tiepido e odoroso di primavera.

Ma finý per dimenticare e per essere felice del solo fatto che poteva stare semplicemente accovacciato vicino.

Un paio di anni dopo si scoprý che il mio gatto si era ammalato di ipotiroidismo.

 

 

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