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venerdì 11 gennaio 2013

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                         dove siamo?

Una foresta di bamboo? Un passaggio avventuroso?

 

 

Dove eravamo?

La foto sopra mostra il ponte che unisce la via e la circonvallazione Ostiense, ponte intitolato a Settimia Spizzichino. Doveva chiamarsi ponte della Scienza, perché da un lato c’è la sede della università Roma Tre, ma su richiesta di molti cittadini è stato dedicato, a tredici anni dalla sua morte, all’ unica donna tornata dal rastrellamento del 16 ottobre 1943. Zia Settimia, come l’hanno sempre chiamata i bambini e i ragazzi ai quali lei ha dedicato larga parte della sua vita, ha vissuto in zona, e poi ha scritto nella sua biografia- Gli anni rubati- : “ho vissuto la storia e l’ho raccontata. Erigete monumenti, mantenete la memoria, ricordate la mia vita…”. E così questo bel ponte da oggi ha un valore in più per chi ha voglia di conoscere e ricordare.
Da circa un anno il Corriere della Sera nelle sue pagine romane chiede con insistenza che il 16 ottobre diventi lutto cittadino. Poca cosa: le bandiere con un nastro nero, magari un minuto di silenzio negli uffici comunali, forse qualche insegnante che spiegherà agli studenti cosa successe. Si è assunto l’onere di rinnovare continuamente la richiesta Paolo Conti che cura una bella pagina di lettere sul quotidiano. Come è noto il Corsera è un quotidiano non estremista né barricadiero, non partigiano dell’attuale amministrazione capitolina, ma, neanche, della precedente, non scevro di punte di clericalismo talvolta più che imbarazzanti… Lascia basiti che mai nessuno dal Campidoglio, né tanto meno dalla Santa Sede che pure ebbe un ruolo di primo piano in quella triste vicenda, abbia sentito il bisogno di dare risposte al giornalista che, ormai, sembra vittima di una sua fantasia (ma qualcuno ama questa sua resistenza).
Perché ricordare una data come questa crea tanti problemi?
E’ possibile che richiamare così fortemente alla memoria questa giornata interferisca con il desiderio di aggiustare i fatti come fa più comodo. Da un po’ di anni il 16 ottobre la comunità sant’Egidio organizza una commovente processione che da palazzo Salviati in via della Lungara (dove una lapide che ricorda la penosa sosta degli ebrei prima di partire per Auschwitz è stata installata solo nell’84) sfila verso l’antico ghetto (da ghet, in ebraico separazione). Non si può certo negare che la commozione degli sponsor della manifestazione sia sincera, ma non rimuove il fatto che il mondo cattolico, ovviamente nelle sue gerarchie, non ha ancora fatto ammenda delle sue responsabilità. Ha appenato molto tanti, quella piccola modifica che il museo dello Yad Vashem (ricordo di ogni nome) di Gerusalemme ha apportato alla didascalia sotto l’effigie di Pio XII, con motivazioni politiche più che storiche ovviamente. Sul 16 ottobre il vecchio testo diceva non intervenne, mentre nel nuovo non intervenne pubblicamente. Scrive lo storico Michele Sarfatti: “si vuole dare atto che egli non si affacciò alla finestra per denunciare cosa accadeva sotto essa, o si vuole far supporre che chiese privatamente il rilascio degli arrestati ?” Ma, la cosa veramente grave è che nella didascalia vengono riportate “voci a difesa” una sorta del mi piace che si clicca sotto i post dei blog. Un museo, anche se custodisce i sentimenti come lo Yad Vashem, non dovrebbe dare spazio né ai si né ai no né ai si dice. Deve ricostruire, sintetizzare, esporre fatti.
Come è un fatto che il 16 ottobre 1943, cittadini romani di fede ebraica vennero sottratti violentemente alla loro città. Non è stato uno strappo per tutta Roma? O è ancora una scomoda verità?


Tiziana Ficacci

 

 


 


 

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