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domenica 22 agosto 2010

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il mio primo Fiumicino

L'aereo o, come lo chiamava mia madre. "l'apparecchio", era una cosa da ricchi e io, per giunta ero figlia di ferroviere il che ha significato fino a quando non mi sono staccata dal nucleo familiare, la bellezza di 4000 km l'anno gratuiti sul territorio nazionale su tutti i treni esclusi i rapidi (all'epoca c'erano quelli) su cui pagavo solo il supplemento, più otto dicasi otto viaggi con la riduzione del 50%.

A parte che non c'era nemmeno lontanamente la possibilità di viaggiare in aereo, che motivo avevo di farlo?

Ma erano tempi di viaggi lenti.

Anche per me, come per Flavio, è dovuto arrivare il lavoro per prendere il mio primo volo. La televisione privata per cui lavoravo a Catanzaro doveva mandare a Roma una telecamera a riparare dal fornitore che copriva anche le spese del viaggio. E così mi imbarcai a Reggio Calabria destinazione Roma, ore 14, subito dopo pranzo, leggermente ebbra di un bicchiere di vino in più per farmi coraggio.

Avevo sempre pensato che l'aereo era una cosa da ricchi e per l'occasione avevo cercato di vestirmi "bene", per non fare brutta figura, perchè non si leggesse lontano un miglio che quel modo di viaggiare non mi era familiare. D'altra parte tutti quelli che conoscevo e che viaggiavano in aereo erano funzionari di partito, sempre eleganti (ma all'epoca, era il 1980, molti viaggiavano in treno, papaveri compresi, Occhetto, Natta.... mi ricordo di averli accompagnati personalmente alla stazione, di notte, a prendere al massimo del lusso il vagon lit... ma erano tempi in cui si viaggiava lenti).

Era tutto così bello: il check-in, il percorso a piedi fino all'aereo, la scaletta e la hostess che ti dice buongiorno. Roba da ricchi.

Io non ero vestita particolarmente bene, avevo i soliti jeans e le solite scarpe da tennis, la camicia ma, eh eh, una giacca di lino che, anche se comprata al mercatino dell'usato, faceva la sua bella figura. E poi, già al gate, avevo capito che la storia del "vèstiti bene" era una sciocchezza: l'aereo era comunque per chi poteva permetterselo ma che i soldi avessero a che fare con l'eleganza dei vestiti evidentemente era una cosa finita da molto tempo e che sopravviveva solo nel cuore contadino e rispettoso di mia madre: il mio volo era popolato in parte da emigranti che passavano da Roma per tornare in Australia e che di elegante, nel vestire, non avevano proprio nulla.

Friggevo di gioia. Allaccia la cintura... ricordati di contrarre o stomaco quando l'aereo si alza.... E poi la certezza che dopo quel corri corri corri sulla pista, di colpo non vibra più nulla e sali sali sali..... ah che meraviglia, volare. Come nuotare nel blu.

Puoi slacciare la cintura. E lì alla faccia della timidezza a cui mi avevano abituata ma di cui non sono certa di avere sofferto troppo, ho chiesto alla hostess se potevo andare a vedere il cielo dalla cabina di pilotaggio, se il comandante poteva farmi questo regalo visto che era il mio primo volo. E il comandante ha detto si.

Dalla cabina dell'aereo non è come dalla cabina del treno, c'è "solo" il cielo, bellissimo, meraviglioso, tutto mio, davanti.

 

Ma un'altra meraviglia mi aspettava a Fiumicino: l'aeroporto più grande d'Italia, Roma, dove sarei venuta a vivere dopo un annetto ma ancora non lo sapevo. Fu tutto di una semplicità quasi deludente: esci, un cartello ti dice dove devi andare a ritirare la tua telecamera, altri cartelli come alla stazione ti dicono su quale tapis roulant devi aspettare. E all'uscita c'era Ettore, un collega dell'azienda fornitrice degli impianti, che mi aspettava e che tramite raccordo anulare, mi portò prima in azienda e poi a casa di Luisa che mi avrebbe ospitata.

Fu un periodo di viaggi in aereo. L'azienda era florida e io mi sono presto abituata a Fiumicino che all'epoca non aveva il treno (sarebbe arrivato in un paio d'anni) e ci si arrivava solo con il pullman da quello che si chiamava pomposamente "Air Terminal" dalla stazione Termini: il marciapiede su via Giolitti e da lì il delirio per uscire dal centro, raggiungere viale Marconi, poi via della Magliana e poi Fiumicino. Preistoria. Praticamente quasi tutto uguale a vent'anni prima quando l'aeroporto era stato inaugurato.

 

Credo che il primo sensibile cambiamento sia stato quello del treno. Vivevo già a Roma da anni e quella volta ero andata a Reggio Calabria a trovare mia madre già malandata. A Fiumicino mi aveva accompagnata Vittorio in macchina. Erano giornate cupe, si minacciava l'attacco americano in Iraq, la prima guerra del Golfo, quella di Bush padre. Quando quella mattina alle sei accesi la radiolina vicino al mio letto da ragazza e seppi che la guerra era iniziata, la prima cosa che ho fatto è stata baciare mamma che era l'ultima volta che vedevo lucida ma non lo sapevo, e precipitarmi in aeroporto per tornare a casa, a Roma, da Vittorio. Già al piccolo aeroporto di Reggio c'era un'aria strana ma a Fiumicino la sensazione della guerra era tangibile: controlli, polizia... Quello fu il mio primo treno da Fiumicino verso Ostiense, il percorso con i tapis roulant che mi divertono sempre, quella mattina non me li sono goduti, li ho registrati rimandando l'allegria al prossimo volo. E del treno che è molto divertente, mi ricordo solo l'arrivo alla stazione Ostiense, la leggibilità del percorso fino al piazzale e la sensazione netta che quella struttura era bella ma ti portava nel nulla, su un piazzale dove non c'era nemmeno una stazione di taxi. E infatti è tutto cambiato da anni, decisamente migliorato.

Quel giorno cupo, livido, dall'aeroporto non andai subito a casa, raggiunsi le amiche di Donne in nero per la manifestazione contro la guerra. Ci fu un momento in cui decidemmo di stenderci sull'asfalto, come morte, ed eravamo sotto al Colosseo. E sopra le nostra teste passavano aerei che come sempre andavano e venivano da Fiumicino.

Fiumicino che quel giorno ha cominciato ad essere presidiato.

Era il 17 gennaio 1991 e il peggio doveva ancora venire.

 

angela :)

 

 


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