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Compagni di scuola

Nell’ottobre 1949 ebbe inizio il mio quinquennio di studi presso l’Istituto per Ragionieri di Corso Vittorio, il “Gioberti”. Una zona di Roma che io, quattordicenne nato e vissuto a San Giovanni, non conoscevo assolutamente. A poche centinaia di metri dal Portico di Ottavia e dalla Sinagoga, la scuola era ovviamente frequentata da ragazzi ebrei, nella mia classe di venticinque alunni circa, ce n’erano almeno cinque, se non sei: il venti per cento.
In pratica erano appena usciti dalla terribile tragedia che aveva visto semidistrutto l’intero popolo ebreo in tutta Europa, anche a Roma fascisti e nazisti non avevano scherzato. Eppure, a soli tre anni e mezzo dalla fine della shoà, non ricordo, obbiettivamente, di averne riscontrato in loro segni evidenti.
Ricordo sia i nomi che i volti di alcuni di essi. Sonnino, un ragazzone grande e grosso, credo avesse almeno un paio di anni più di noi, sembrava un uomo maturo, serio; era l’unico, che io rammenti, che non aveva approfittato della facoltà di saltare la lezione di religione, anzi, ogni volta si impegnava in profonde discussioni teologiche che spesso mettevano in difficoltà ed evidente imbarazzo il prete di turno, non sempre, a dire il vero, preparatissimo.
C’era poi Marco Anav, cicciottello, statura media, sempre sorridente e disponibile, innamorato perso, come tutti noi d’altronde, della bellissima e “tanta” Fernanda S., per tre anni consecutivi eletta a furor di popolo “Miss Gioberti”, un titolo assai ambito.
Forse Terranova, mi sfugge il nome di battesimo, poteva dare, nel suo aspetto fisico, un’idea dei patimenti che cominciavamo a vedere nelle prime, orrende foto dei sopravvissuti allo sterminio. Secco come un chiodo, scarno e allampanato, quando penso a lui lo vedo sempre con il panino tra le mani, anche fuori orario di ricreazione, quando non glielo sequestrava, per divorarlo sotto i suoi e nostri occhi, il grande Aldo Gnoli, professore di lettere, enorme, panciuto, ricordava l’attore Francesco Mulè, di una simpatia romanesca e immediata.
Usciti abbastanza distrutti dalla terribile prova di “maturità”, allora veramente non si scherzava, nonostante i propositi solenni espressi nella fatidica cena di addio, ci perdemmo tutti di vista, o quasi, tranne le poche amicizie più profonde che durarono un poco di più, ma non tanto.
Eppure quanto pagherei per poterli ritrovare, almeno quelli rimasti ancora in gara, il mio compagno di banco Quintiliani, l’indimenticabile Nanda, Vera, Pino Locchi, con le sue grandi velleità di attore (ma non sarà quel Pino Locchi?), Bruno Scipioni, il bello, che ogni tanto rivedo in TV in qualche spot pubblicitario…
Ma forse è meglio così, conservare solo il ricordo.


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