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soggettive
Vicini di casa
Non me ne ero accorta fino a quando un collega di lavoro, in un periodo in cui per vicende personali piuttosto turbolente, mi ero ritrovata a girare di casa in casa: lui mi regalò un libro di Fruttero e Lucentini, "L'amante senza fissa dimora" e io scoprii l'ebraismo sotto la luce dell'affabulazione e del mito, quello, appunto dell'ebreo errante.
Prima fu il ghetto di Venezia, città che scoprivo in quei mesi e da cui non mi sarei mai più allontanata. E da Venezia scoprii, finalmente, che a Roma ero venuta a vivere a poche centinaia di metri dal ghetto, che la merceria, la norcineria, il negozio di scarpe... tutti o quasi tra Campo dei Fiori e via dei Giubbonari, erano negozianti ebrei.
E ho cominciato ad "ascoltare" e ad "entrare in ghetto" come in punta di piedi, come se entrassi in casa di qualcuno; ho cominciato a vedere che al Portico d'Ottavia, nel pomeriggio, succede che la gente scende, si ritrova, che ci sono i nonni che riportano i nipotini a casa, che la gente chiacchiera.
E mi sono accorta che questo succedeva solo qui, al Portico d'Ottavia; che qui non c'era soltanto il senso del "quartiere" ma qualcosa di più profondo e antico: l'essere parte di una comunità.
In quegli anni a Venezia imparavo che per essere amati quando si arriva in una comunità in delicato equilibrio, occorre essere gentili e con il cuore aperto. E Venezia mi aveva accolta come una figlia ritrovata per non lasciarmi mai più.
Mi chiedo se la stessa rispettosa e silenziosa voglia di conoscere mi permetterà di sentire al Portico d'Ottavia lo stesso "ciao bella" che sento cento metri prima, cento metri dopo.
c.a.
Con affetto e riconoscenza a Leone Pavoncello e a sua moglie del negozio d'angolo fra via dei Baullari e Campo de' Fiori per l'affetto (la più bella giacca sportiva blu che possiedo), per la simpatia e il calore che hanno voluto darmi in tutti questi anni; per il loro saggio preoccuparsi per la mia salute, per il mio lavoro e per le mie "faccende di cuore"; per il loro "ringraziamo dio"