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soggettive
I love Roma, e non potrebbe essere che così
E’ vero: I
love Roma, e non potrebbe essere che così. Ma è stata una conquista
difficile, lunga, tribolata, un amore per tanto tempo non ricambiato,
addirittura respinto. Avevo quindici anni e precipitavo qui dal nord,
trascinato dal trasferimento di mio padre ferroviere. Provenivamo da Asti,
una tranquilla cittadina di provincia dove lo scalpore più grande lo destava
il furto di una bicicletta, e non è che ne accadessero molti. Erano gli anni
sessanta, gli anni della ripresa economica: la Fiat produceva in gran numeri
la seicento, l’utilitaria per la famiglia, nasceva il secondo canale Rai ed
Alberto Sordi parodiava la società nel film “Il Boom”. La casa che avevamo
preso in affitto non era ancora disponibile, allora mio padre trovò una
pensioncina: “è economica e vicina al deposito locomotive” diceva, peccato
che nessuno di noi avrebbe mai immaginato di vedere la televisione in sala
comune seduti accanto a ragazze in attesa di clienti. Ma erano simpatiche,
affabili, una notte, che ero solo perché i miei erano tornati ad Asti, mi
vennero a svegliare per rendermi partecipe del loro dispiacere e stupore per
l’uccisione di Kennedy. Avevo quindici anni, mancava ancora un mese alla
riapertura delle scuole e quindi mi rimaneva tempo per scoprire le bellezze
di Roma, vedere finalmente il Colosseo, San Pietro, l’Altare della Patria,
insomma tutto ciò che s’immagina scorrendo le foto sui libri di scuola. Era
tutto fantastico, un sogno che mi aiutava a sopire un po’ le sofferenze
provate nel lasciare gli amici, gli affetti, le abitudini, la sicurezza del
tuo ambiente, perché è veramente dura trovarsi di colpo immerso in un
contesto dove tutto è nuovo, sconosciuto, i ritmi appaiono convulsi, la
sensazione provata è di essere solo tra una moltitudine, ti rendi conto di
doverti difendere senza capire da chi e da cosa. Ed anche i miei genitori
dovevano provare le mie stesse sensazioni, perché magnificavano le bellezze
di Roma, esaltavano il fatto di esserci trasferiti nella capitale, dove
c’era tutto e di più, ma capivo che lo dicevano per nascondere amarezze e
nostalgie. Invidiavo mio fratello, per lui molto poco era cambiato, aveva
quattro anni e quindi il suo piccolo mondo se l’era portato tutto dietro.
Aspettavo con ansia la riapertura delle scuole per incontrare coetanei,
imbastire amicizie, trovare qualcuno per ricostruirmi un habitat. Non avrei
mai immaginato che l’ingresso nella nuova comunità costituisse un vero e
proprio calvario. Sono stato accolto come un oggetto strano, un essere
calato dai monti con al seguito il solo fagottino legato al bastone, un
essere che parlava con un accento strano, ridicolo, da scimmiottare. Perché
nemmeno sapevano bene dove fosse Asti, e la proverbiale simpatica
strafottenza romana autorizzava loro a credere che chi non era nato
all’ombra del cupolone era un burino: “er buro”. Ad alimentare quest’accanimento
contro l’estraneo contribuirono non poco tre professori di origine
siciliana, e questo mi feriva ancor più perché ero stato diverse volte in
Sicilia, dove avevamo amici e dove mi trovavo bene. Probabilmente questa
partecipazione ai “dagli allo straniero” li faceva sentire più integrati.
Sta di fatto che le interrogazioni erano diventate una sorta di sfida tra
sud contro nord, peccato che a rappresentare quest’ultimo fossi sempre e
solo io. A conclusione dell’anno scolastico precedente, quindi ad Asti,
avevo vinto la borsa di studio in italiano, i miei temi venivano letti in
tutta la scuola come esempio di chiarezza e proprietà di linguaggio, il
primo voto a Roma è stato un quattro, il secondo, evidentemente non potendo
la professoressa fare in altro modo, mi diceva: “è un tema da otto, ma non è
possibile che sia farina del tuo sacco, l’avrai sicuramente copiato,
pertanto ti rifilo un bel quattro”. Poi qualunque cosa di negativo accadesse
mi veniva attribuita. Solo un ragazzo non si accaniva contro di me, e questo
era sufficiente per meritarsi le antipatie e l’esclusione dal branco; ma era
autoritario, autosufficiente, forte al punto d’imporre un inconscio
generalizzato rispetto. Avevo trovato un amico, insieme studiavamo, andavamo
in giro per Roma, anche se politicamente eravamo su fronti opposti. Il fatto
di essere entrambi fuori dal branco, anche se per motivi diversi, era il
legame forte che ci accomunava e faceva superare ogni altra differenza. A
fine anno scolastico ero stato rimandato in tre materie, casualmente quelle
insegnate dai tre professori siciliani, probabilmente anche perché, in un
momento di forte risentimento per quanto pativo, avevo risposto in modo
piuttosto offensivo ad uno di loro, suscitando la voglia di vendetta. La
delusione è stata tanta, al punto di farmi decidere di non presentarmi
nemmeno agli esami di riparazione a settembre. Mi sono trovato subito un
lavoro ed ho chiuso ogni rapporto con la scuola, pensando forse di voltare
pagina e trovare un ambiente meno ostile. Così non fu, il percorso per
trovare corrispondenza all’amore che nutro per Roma è stato ancora lungo,
tortuoso, pieno d’insidie e difficoltà, ed occorrerebbero ancora troppe
pagine per raccontarlo tutto. Spero comunque siano sufficienti queste poche
righe per trasmettere le difficoltà incontrate nel trovare l’integrazione in
realtà costituite da persone con lo stesso colore di pelle, grado di civiltà
e condizioni economiche. Sono stato un emigrante tra la mia gente, ed
immagino cosa possa provare chi capita qui parlando un’altra lingua, e
chissà se anche lui arriverà un giorno, come me, a poter dire: I love Roma.
Giorgio Raviola