martedì 07 dicembre 2010
soggettive
Mario
Monicelli parla di Roma
In
quale occasione si è stabilito a Roma e come ricorda l’impatto con la
capitale?
Mi ci sono stabilito per via del lavoro perché avevo incominciato a fare
del cinema negli stabilimenti vicino a Livorno, con Gioacchino Forzaro,
ed erano gli anni ’30, metà degli anni ’30, e poi lavorando sempre
nell’ambito del cinematografo mi sono trasferito a Roma perché poi il
cinema si faceva a Roma. L’impatto con la capitale è stato bello, perché
era una città molto tranquilla, non c’erano automobili, cioè erano
pochissime. Le strade erano affollate di gente che andava a piedi. Le
serate duravano pochissimo cioè verso le 10.30.A quell’ora le strade di
Roma erano deserte, sembrava il coprifuoco… nessuno andava in giro, a
parte le flotte di ragazzi, di giovani come noi, che si aggiravano
parlando, discutendo, sedendosi da una panchina all’altra, condotti dal
rumore delle fontane di piazza Campitelli, di piazza Navona.
Lei ha vissuto la mitica Via Veneto?
Si, ma dopo, più tardi, c’è stata la guerra. E’ scoppiata la guerra e ho
fatto il militare e poi sono tornato a fare il cinema.
Attualmente com’è il suo rapporto con Roma?
Buono, io sto bene a Roma, e mi piace tutto in generale. Mi piace molto
la vita urbana più che quella di campagna, quindi io mi trovo bene sul
selciato di Roma, sui sampietrini. Mi piacciono i rioni romani, i
viottoli, più che le grandi strade. Mi piace stare nel centro storico,
avere il caffè accanto, il giornalaio, vedere i tetti. La mia vita
urbana è anche qualche volta circoscritta, nella quale mi trovo
benissimo.
Qual è il fascino di Roma, secondo lei?
E’ un fascino che nasce dal fatto che questa storia millenaria
effettivamente c’è. E’ antica. Non soltanto perché si vede dalle rovine,
che sono plurisecolari, ma perché c’è proprio un’aria, una maniera di
vivere di chi abita a Roma e quindi non soltanto dei romani, che in un
certo senso è un po’ intaccata moralmente. C’è un’aria un po’ diversa
effettivamente di come può esserci a Berlino o a Madrid, che sono città
molto belle, molto civili e molto ben organizzate forse anche meglio
organizzate di Roma. Sono città, Parigi compresa, che si stente che sono
nate 1000, 2000 anni dopo e menomale che questa cosa esiste. A Roma si
prova una sensazione che si prova soltanto in un altro punto, in
un’altra città, che è Atene, ma non Atene in generale, ma sul Partenone.
Ecco, sul Partenone hai l’impressione di essere un po’ a Roma.
Pregi e difetti dei romani?
Ma i pregi sono anche difetti, cioè un certo lasciar andare, un
menefreghismo che è tipico degli abitanti di Roma. Sono poco impegnati,
sono molto individualisti e non hanno mai avuto una certa solidarietà,
sono figli di preti, tutti quanti. Il vero romano nasce come figlio di
preti, e quindi hanno una tradizione cattolica , osservante però senza
posizione, c’è questa cosa un po’ malandrina, un po’ truffaldina.
C’è un angolo di Roma a cui lei si sente legato?
Un angolo no. Sono legato al centro storico, ad una Roma più modesta non
soltanto quella monumentale. Io ho abitato anche a Trastevere, ma era
diventato cosa dei turisti, del turismo e delle ristrutturazioni, delle
case. Io sono più legato alla Roma dei vicoli, delle casette, che allora
erano gigantesche, imperiali oppure verdiniane, quelle più moderne.
Quali sono i mali di Roma che le danno più fastidio?
Potrebbe essere il traffico, ma quello è un male che non è solo romano,
è un problema di tutte le città non solo italiane. Non è che a Milano o
Napoli stiano meglio.
Di chi è la colpa del degrado di Roma?
Delle amministrazioni, di 50 anni di amministrazione democristiana. Il
saccheggio di Roma, speculazioni sui terreni, sulle aree e su tutto. Un
altro “sacco” di Roma.
In quale periodo della storia romane le sarebbe piaciuto vivere?
Sicuramente nella Roma imperiale. Mi piace quella Roma lì. Non mi piace
invece la Roma troppo retorica. Mi sarebbe piaciuto vivere al tempo di
Tullio Ostilio, re di Roma, di quella Roma evidentemente che doveva
ancora farsi posto nel mondo, conquistare l’Abruzzo, l’Etruria e via via
tutto il resto, una Roma più modesta, più chiusa, ma con una grande
voglia di battersi.
Cosa prova nel tornare a Roma dopo una lunga assenza?
Provo un senso di riposo, cioè di rientrare a casa mia. Sento un senso
di sollievo, di relax.
Cosa le fa amare così tanto Roma?
Non saprei. Forse il fatto di esserci venuto da giovanissimo e aver
fatto qui le mie conoscenze, le mie amicizie che sono quasi tutte
romane. Forse anche il fatto che ho vissuto quasi sempre qui in mezzo a
queste strade e che con il mio mestiere, il cinematografo, molto ho
ripreso, molto ho attinto da questa realtà che mi sta intorno e che
verrà anche riproposta al pubblico e che mi ha dato dei benefici e di
questo sono grato a Roma.
Com’è il suo rapporto con il Tevere?
Con il Tevere purtroppo non c’è nessun rapporto, perché con quelle
muraglie che hanno fatto, per difendere la città dalle inondazioni,
hanno seppellito il Tevere e l’hanno strappato via da Roma. Le immagini
di una Roma di cento anni fa erano bellissime, perché Roma era una città
fluviale, e tutto si svolgeva lungo il fiume, tutto girava sulle barche,
era una città acquatica, meravigliosa. Adesso con l’arrivo dei
piemontesi hanno fatto sparire il Tevere, incanalandolo. Bisogna
tuffarsi nelle sue acque per vederlo, per sentirlo. Altrimenti si vede
soltanto dall’alto dei muraglioni o dai ponti.
Qual è la situazione del cinema italiano?
Secondo me c’è una certa ripresa, si, una ripresa con nuovi autori e si
comincia un pochino ad andare di più al cinema a vedere dei film
italiani. Ci sono dei giovani autori che fanno del film a cui hanno
cominciato a pensare. Mi pare che ci sia, anche dal punto di vista
industriale, una certa ripresa per cui si fanno più film. Quindi si
allargano i quadri di coloro che lavorano in queste industrie,diciamo, e
quindi vedo un futuro positivo. E’ passato il peggio, insomma.
Lei ha diretto tantissimi e bellissimi film, abbiamo visto un
“Marchese del Grillo” con un Alberto Sordi stupendo. Perché adesso non
fa un film sulla vita del poeta romanesco Giuseppe Gioacchino Belli?
Si può anche fare, ma bisogna prima studiare bene la sua storia perché
fra l’altro lui era un censore. Trovare la storia e soprattutto
l’interprete giusto. Non è facile sai?
Potrebbe farlo Alberto Sordi…
Ormai Sordi non so se è in grado di fare il Belli.
Roma 7 agosto 1998
intervista di Gianfranco Gramola