15.07.2009
c'era una volta
Le statue parlanti
A Roma,
come forma di libera espressione, esistevano negli anni passati, quelli del
dominio dello Stato Pontificio, le cosiddette statue parlanti. Erano quelle
statue ove il popolo lasciava appeso, su fogli di carta, il proprio pensiero
in relazione a situazioni del momento, e naturalmente erano interventi
salaci di chi, non potendo liberamente parlare, lo faceva per interposta
persona, ovvero affidava i concetti alla statua che non incorreva in nessuna
censura.
Ancora oggi,comunque,specie sotto quella di Pasquino, vi à ancora un
notevole movimento di opinioni che dimostrano quanto sia ancora e sempre
salace lo spirito del romano.
In questi giorni il Comune di Roma,con la Sovraintendenza ai Beni Culturali,
stanno restaurando le statue da tempo in abbandono.
A
Piazza S.Marco vi è quella di Madama Lucrezia. E’ un busto donato dal
Papa Paolo II° a Lucrezia D’Alagno, amante del Re di Napoli Alfonso
D’Aragona. Alcuni studiosi sostengono invece che sia raffigurata Iside, dea
egiziana, altri che sia una sacerdotessa isiaca, altri che sia l’Imperatrice
Faustina. Potrebbe essere addirittura la stessa Lucrezia, figlia di Nicola
D’Alagno, che nel 1428 era Senatore di Roma e che abitava nelle vicinanze.
Oltre ad appendere biglietti salaci, vi era l’usanza che passando davanti
alla statua , ci si levasse il cappello e ci si inchinasse per avere una
giornata propizia. Tale usanza veniva fatta rispettare dai ragazzi del
quartiere che, per far inchinare le persone che passavano , legavano una
moneta ad un filo e quando la persona si chinava , veniva ritirata. Ed il
cappello veniva fatto cadere a colpi di fionda. E’ stata nella Roma del XIV
e XV secolo la voce del popolo con irriverenti satire indirizzate a colpire
, in maniera anonima, i personaggi pubblici dell’epoca.
L’Abate
Luigi è un’altra delle statue parlanti. Attualmente si trova sulla
Piazza Vidoni nel muro laterale della Basilica di S. Andrea della Valle. E’
in tale collocazione dal 1924 ed era in precedenza nel vestibolo del palazzo
nelle cui fondamenta era stato trovato durante la costruzione . E’ una
statua antica, risalente all’epoca tardo romana e rappresenta un console o
un magistrato romano. E’ stato oggetto di atti di vandalismo per cui spesso
spariva la testa asportata da ignoti .La fama della sua “voce” che colpiva
anche pesantemente ed in maniera irriverente i potenti dell’epoca, risulta
dall’epigrafe incisa alla base della statua che dice:
FUI DELL’ANTICA ROMA UN CITTADINO
ORA ABATE LUIGI OGNUN MI CHIAMA
CONQUISTAI CON MARFORIO E CON PASQUINO
NELLE SATIRE URBANE ETERNA FAMA
EBBI OFFESE , DISGRAZIE E SEPOLTURA
MA QUI VITA NOVELLA E ALFIN SICURA
Il nome, datogli dal popolo, risulta dall’unione casuale di due parole,
Abate ( ovvero qualcuno che non è ancora prete e quindi indicato per questo
con scherno ) e Luigi poichè era uno dei nomi più ricorrenti a Roma, oppure
addirittura perché somigliava , per la sua bruttezza del viso, ad un
sagrestano della vicina chiesa del SS. Sudario, che aveva quel nome.
Altra
statua parlante è quella del Facchino dall’omonima fontana collocata
in Via Lata, una traversa di Via del Corso. Qualcuno sostiene che riproduce
un acquaiolo, con il caratteristico costume d’epoca, che sostiene tra le
mani un barilotto dal cui foro centrale sgorga acqua. Rappresenta un omaggio
al lavoro umile svolto da questa categoria di lavoratori, in un momento
storico però che risultava superato per il ripristino degli acquedotti
riattivati dai pontefici dopo la distruzione fatta dai barbari. La fontana
invece sarebbe dedicata ai facchini ( in questa zona all’epoca ne abitavano
parecchi) poiché vi sarebbe ritratto un tale Abbondio Rizio o Rizzo, molto
noto per la sua forza fisica e per l’amore smodato nel bere vino. Tale
caratteristica veniva ricordata in una lapide andata perduta quando la
fontana fu spostata da Via del Corso nel 1872. Mori’, come diceva la lapide,
portando un barile di vino sulla spalla ed uno in corpo, cioè ubriaco.
Anche questa statua aiutò i romani ad esprimere le loro opinioni con le loro
insolenze verso i potenti appese in maniera anonima.
Marforio,
altra statua parlante, è una delle più celebri dopo Pasquino. E’ una
colossale statua di marmo risalente al I° secolo d:C. e raffigura forse il
dio Nettuno, o l’Oceano, ma nel corso dei secoli qualcuno volle vederci
rappresentato il Tevere. Attualmente è collocata nel cortile del Palazzo
Nuovo in Campidoglio in un prospetto ad esedra. Tale statua fu rinvenuta nel
Foro di Augusto, presso il tempio di Marte o Martis Forum per cui il nome fu
dato per una deformazione di tale termine latino. Vi è anche una ipotesi che
invece il nome venisse dalla famiglia Marfoli o Marfuoli proprietaria del
terreno ove fu rinvenuta.. Sisto V° voleva collocarla in Piazza San Marco,
ma fu invece sistemata in Piazza del Campidoglio a sostegno del muro
dell’Ara Coeli. Papa Innocenzo X, in occasione della costruzione del Palazzo
Nuovo , la spostò nel luogo ove è ancora oggi. Fu oggetto di restauro nel
1594.
Marforio fu protagonista, all’epoca, di duetti a botta e risposta con
Pasquino su problemi sociali e politici finalizzati a colpire i vizi dei
personaggi pubblici del XIV e XV secolo..
Il
Babuino, o Babbuino in romanesco, si trova nell’omonima via a fianco
della Chiesa di S. Atanasio dei Greci. Nel 1571 la strada si chiamava Via
Paolina Ed il papa Pio V° vi fece realizzare una fontana pubblica con una
statua come ornamento. La statua raffigura un “ sileno giacente “, genio
delle sorgenti e delle fontane. Nell’arte ellenistica i sileni erano
rappresentati come vecchi, obesi, pelosi o vestiti con pelli di capra. La
statua è brutta e deforme, sembra una scimmia e, per tale ragione, fu
chiamata il babuino La leggenda racconta che l’inizio della sua celebrità fu
dovuto al fatto che il cardinale Dozza, che abitava nelle vicinanze, a causa
della sua miopia, quando vi passava davanti si toglieva il cappello in segno
di saluto pensando che fosse la rappresentazione di un santo. Fu oggetto di
lazzi e manifestazioni satiriche diventando prima il simbolo della strada e
poi di tutta Roma per i messaggi di satira politica che vi venivano appesi,
rivolti al pontefice.
Ancora oggi , passandovi davanti, risultano sui muri scritte di ogni genere,
naturalmente di oggetto satirico.
La
più famosa tra le statue parlanti è sicuramente Pasquino, situata
nella Piazza che porta il suo nome all’angolo di Palazzo Braschi. Faceva
parte di un gruppo ellenistico raffigurante Menelao che sorregge il corpo di
Patroclo. In precedenza si pensò fosse Aiace con il corpo di Achille.. Fu
trovata nel 1501 in occasione della costruzione del Palazzo Orsini, oggi
Braschi e della creazione della pavimentazione delle strade adiacenti .Il
Cardinal Oliviero Carafa, noto in Roma per la moralizzazione dell’arte, che
aveva acquistato palazzo Orsini, volle farlo collocare nel luogo ove ancora
oggi si trova.
Sull’origine del nome non vi è certezza, vi sono infatti diverse
interpretazioni di chi vuole riferirlo ad un oste , ad un barbiere o ad un
ciabattino, naturalmente di nome Pasquino. Tutte persone che facevano lavori
semplici ma con la lingua salace e libera da condizionamenti. Ai piedi della
statua , ma più spesso al collo,venivano appesi di notte fogli con feroci
satire politiche in versi. Erano le cosidette “ pasquinate “ piene del
malumore popolare nei confronti del potere e contro la corruzione e
l’arroganza dei rappresentanti dello Stato Pontificio.
Tali manifestazioni divennero presto fonte di preoccupazione dei potenti
presi di mira. Furono fatti diversi tentativi per eliminare la statua. Il
papa Adriano VI° tentò di disfarsene facendola gettare nel Tevere.Ma fu
convinto dai cardinali romani a non farlo, consapevoli che tale atto avrebbe
provocato pericolose reazioni da parte del popolo. L’attività di satira
pungente contro il papato cessò con la fine del potere temporale dei papi
che creava altri tipi di sovranità e di potere statale per il popolo romano.
In questa nuova condizione politica, furono i versi del poeta dialettale
Gioacchino Belli, pieni dello spirito salace romanesco, a proseguire nel
tempo l’opera anonima di Pasquino e delle pasquinate popolari. .
Massimo Giacomozzi