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04.11.2006 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                c'era una volta

 

I ponti di Laurentino 38

Anche se mancano all'appello cinque o sei gatti (chi scrive è una gattara appassionata) giovedì sera è venuto giù, finalmente, anche il ponte nove di Laurentino 38, ed è un altro passo verso la soluzione di un gravissimo degrado.

Io non sono mai stata a Laurentino 38, Rosi ieri da Londra mi ha detto "Certo che me lo ricordo. Andarci? Ma che scherzi? Non ci si è mai andati a Laurentino, c'era da avere paura".

A orecchio, con le reminiscenze degli studi di architettura, direi che Laurentino 38 deve essere uno di quei quartieri di edilizia popolare anni '70, come Corviale... esperienze che in quegli anni hanno entusiasmato qualcuno e che si sono subito rivelate un fallimento non tanto nell'idea progettuale, quanto nella capacità successiva di gestione e interazione con le istituzioni.

Così mi sono messa a gironzolare in internet e ho trovato qualcosa che la storia di Laurentino 38 e dei suoi "ponti" la racconta bene: un articolo da "il Manifesto" del 10 novembre 2005, un anno fa, quando sono state annunciate le demolizioni

 

(...)

Laurentino 38 non è una banlieue, ma avrebbe potuto esserlo. A cominciare dall'ispirazione architettonica. In Francia comincia negli anni '60, in Italia dieci anni dopo, ma il «sogno» è lo stesso: costruire unità abitative autosufficienti, un po' socialismo reale. La microcittà perfetta e perfettamente organizzata che si accomoda placidamente ai margini della megalopoli. Ma Laurentino, che sorge a sud di Roma, assomiglia alle banlieues parigine anche per un altro motivo: nasce alla fine degli anni `70 per ospitare i baraccati, cioè i lavoratori - molto spesso «immigrati» meridionali - che avevano lasciato le campagne per raggiungere la città.

Laurentino 38, oggi. E' un quartiere che resiste, che è stato capace di intessere un dialogo con le istituzioni. Ma che fatica, e il filo sembra sempre sull'orlo di spezzarsi. Alberto Voci è un figlio di baraccati, e oggi è l'animatore infaticabile dell'associazione Laurentum, che si batte per il recupero di Laurentino. Si è trasferito in uno degli appartamenti dell'Ater (l'edilizia residenziale pubblica, ex Iacp) che aveva quattordici anni: «Delle baracche mi ricordo tutto. La nostra aveva due stanze, io e mio fratello dormivamo con mia nonna. Non era un brutto vivere, ma quando ci assegnarono una casa per noi fu una festa. Significava realizzare un sogno. Poi ci siamo ritrovati qui. In questo quartiere che era bellissimo, moderno. Ma forse inadatto alle nostre esigenze. Qualcuno si portò il cavallo in casa, qualcun altro nel bagno ci coltivava le verdure». La «visione» del grande architetto Pietro Barucci non resse all'esistente. Lui aveva immaginato un quartiere a due strati. Uno sotto per le automobili e uno sopra, interamente pedonale, caratterizzato da undici ponti. Queste passerelle dovevano essere il cuore del quartiere, scintillanti di negozi e di servizi. Ma il progetto non funzionò. Non arrivarono i negozi, i pochi che aprirono chiusero presto. E non arrivarono nemmeno i servizi: oggi solo nel primo e secondo ponte ci sono gli uffici del muncipio, e da qualche anno sull'ottavo ponte si è installata la Asl con un servizio psichiatrico che è un po' il vanto del quartiere.

E così i ponti sono rimasti vuoti. Ma non per molto. Ad occupare quegli spazi pronti all'uso sono arrivati i «nuovi» baraccati, gente senza casa o impossibilitata a pagare un affitto. Molto spesso persone colpite da vari disagi sociali: psicologici, sanitari, familiari. Su molti ponti si scorgono dei muri abusivi: quelle sono le pareti esterne di abitazioni fatiscenti che ospitano intere famiglie. Dentro, il più delle volte, c'è solo una finestra. Le pareti sono umide e cadono a pezzi. I fili della luce sono scoperti e pericolosamente penzolanti. I soffitti sono talmente malmessi che dentro le case ci piove. Qualcuno ha messo un telone come controsoffitto per raccogliere l'acqua in un solo punto della stanza. Così vivono centinaia di persone, a volte da venticinque anni.
(...)
Ma chi abita in questi spazi?
(quelli degli ultimi tre ponti occupati - n.d.r.) Italiani e immigrati, soprattutto marocchini. Giovani e vecchi. Storie simili, costruite su percorsi del tutto personali. Come Rosina, ex infermiera sarda, arrivata a Roma per aiutare la famiglia del fratello, quattro figli di cui uno con problemi mentali. Poi questa si è sfasciata, lui è andato a Venezia a lavorare, lei è rimasta sola con due nipoti «e una pensione neanche tanto bassa, 900 euro, ma come faccio a pagare un affitto?», dice mentre stringe in braccio un cane e mostra le sue due stanze senza bagno. Vicino a lei abita il giovane Fabrizio, la sua casa è un piccolo zoo perché è titolare di un negozio di animali: «Al negozio ci lavora la mia fidanzata, e io da poco tempo sono guardia giurata. Con le trattenute sono mille euro al mese, e un po' devo stare dietro anche alle spese del negozio», spiega. Poi c'è il signor Paolo, 62 anni e «nessuno mi vuole più a lavorare», Enrico, sieropositivo, Alberto e la sua compagna assegnatari della case dell'Ater rimaste ai rispettivi coniugi da cui si sono separati.

Al Laurentino, 27 mila abitanti, dove ci sono solo due farmacie, non c'è una banca, non c'è un ufficio postale, non ci sono autobus notturni, le occupazioni diventano persino oggetto di compravendita. Oppure vengono affittate. E' un pezzo dell'illegalità che il quartiere vive - come il piccolo spaccio, i piccoli furti - che non interessa soltanto i ponti occupati ma anche le case popolari, dove gli abitanti vivono le stesse condizioni di emarginazione degli occupanti. I palazzi cadono a pezzi, di ristrutturazione non se ne parla. Eppure il Laurentino è anche un quartiere pieno di risorse: un parco archeologico e una riserva naturale, una forte rete associativa tra cui si conta anche un centro sociale autogestito, e negli ultimi anni un investimento serio da parte del Comune che insieme agli abitanti ha messo in piedi un progetto ambizioso, che conta la realizzazione di 39 opere pubbliche. «Quello che ci salva è che qui c'è un dialogo possibile con l'amministrazione e con la politica - dice Voci - ma questo dialogo non deve interrompersi o la situazione potrebbe degenerare».

(...)

Bhe...

E per chi non è mai stato al Laurentino 38 un po' di foto

www.tmcrew.org/laurentinokkupato/foto/laurentino38/index.htm

 

angela :)


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