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lunedì 11 aprile 2011

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                         for de porta

Londra, stazione spaziale.


Ho visitato negli anni quasi tutte le grandi città d’Europa compreso uno spicchio di Africa, ma mi restava un progetto da realizzare, quello che ho sempre coltivato, da decenni, e continuamente rinviato. conoscere Londra.
Finalmente ci sono riuscito, e lo debbo alla perseveranza di Cristina, che stufa di sentirmi da sempre parlare di questa mia “fissa”, si è attivata, ha programmato, prenotato, e a un certo momento mi ha telefonato: “papà, tieniti libero, il 2 aprile andiamo a Londra, ci fermiamo quattro giorni, non accetto scuse”. Punto.
E così, finalmente, dopo aver studiato per decenni la vecchia mappa di Londra, ingiallita bel cruscotto del camper, consumata seguendo con il dito i principali itinerari della amata metropoli, mi ritrovo ora a percorrerli “dal vivo”, feet by feet. .
Piccadilly, Oxford Street, Trafalgar Square… e poi Covent Garden, Westminster, la Torre di Londra, il London Bridge… e Soho, Hide Park, la Serpentine, il Tamigi….
Una visita ovviamente mordi e fuggi, dato il tempo a disposizione, diciamo un colpo d’occhio d’insieme, praticamente preparatorio ad una prossima, più lunga permanenza.
La notte, dopo un meritato breve “relax” in albergo, è d’obbligo Piccadilly Circus, tre sere su quattro, con destinazione finale un economico ma apprezzabile ristorante cinese, a Soho; l’ultima sera col sorridente cinesino eravamo diventati amici.
God bless the Tube. Ho fatto un po’ di calcoli: delle circa 36 ore complessivamente trascorse “in posizione verticale” a Londra, 6 le ho passate nelle sue viscere, utilizzando al meglio le possibilità di spostamento sulle innumerevoli linee dell’Underground che si intersecano nella maniera che più intelligente e funzionale non si può. Certo, centinaia e centinaia di gradini, poche le scale mobili, ma che vuoi, non si può avere tutto, dicevo alla mia sofferente spina calcaneare.
Dal “tubo”, e dai tantissimi bus rossi a due piani, giorno e notte, in periferia e in centro, ininterrottamente, si riversa nelle strade e piazze una fiumana di gente, le più disparate e inimmaginabili etnie, abbigliamenti indescrivibili e improbabili. E questa moltitudine si incrocia, si sfiora, si interfaccia, ma nessuno si fila nessuno… forse non mi riesco a spiegare, non si tratta nemmeno di antirazzismo, lì proprio non esiste il concetto, è tutto un universo che si interseca e si incrocia, convive, non si affratella, ma nemmeno si respinge, in alcun modo...
E nell’ultima notte magica, in piena Piccadilly Circus, l’improvvisa rivelazione: ma possibile che nessuno se ne sia accorto prima? Londra non è una città! Londra è una enorme stazione spaziale, dove approdano, ininterrottamente, giorno e notte, centinaia e centinaia di astronavi aliene provenienti dalle più remote galassie.
Avete presente “blade runner”, quei fumosi, colorati, nebbiosi, rumorosi locali piene di esseri strani, che poi di “umano” in comune hanno ben poco, giusto un paio di gambe, di braccia, di occhi? E io mi aggiravo in questa immensa piattaforma nello spazio, alieno tra alieni, sotto le rutilanti luci delle insegne commerciali, respirando a pieni polmoni un’altra atmosfera, indescrivibile.
Nell’ultima corsa della sferragliante metro, dove per il fracasso delle ruote sui binari non si riesce nemmeno a fare un discorso, sonnecchiando in mezzo a sussiegosi indiani inturbantati, ragazzette bianche o nere in pressoché invisibili minigonne, huligans ricoperti di tatuaggi e olenti di birra, ho preso la ferrea decisione: se questo cacchio di pianeta dovesse sopravvivere alla prossima fatidica scadenza fissata dai Maya, beh, allora farò il grande definitivo passo, mi stabilirò a Londra per trascorrervi non so quali e non so quanti dei miei ultimi anni.
E chi mi ama mi segua. Ma non fate a spinte, per carità, c’è posto per tutti.
Claudio
 

 

 


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