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07.09.2006 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Da Venezia - 6 settembre

La stella che non c’è – Gianni Amelio
Bravo Sergio Castellitto; bello questo sguardo sulla Cina del grande, spasmodico impulso industriale dove ancora ci sono cittadine che si raggiungono, bene che vada, con il treno con il locomotore a vapore, se non resta il camion scoperto, come in Italia nel dopoguerra.
Per il resto c’è qualcosa che non mi convince nella scrittura. Il personaggio è evidentemente surreale; non c’è niente di reale nel poter confessare ad un acquirente cinese che un altoforno ha un difetto che può generare grandi rischi; meno reale che mai il fatto che il manutentore Buonavolontà parta, presumibilmente a sue spese, per andare a portare in Cina il pezzo difettoso modificato. Ma se il soggetto e il personaggio sono surreali, perchè Amelio adopera i canoni del realismo nell’impaginazione del suo film? Se Buonavolontà è, come si è definito Castellino, “un eroe scemo” perché non c’è una lettura ironica o almeno patetica?
Per il resto ci sono bambini che sembrano messi lì per farci scoppiare il cuore di tenerezza; e che vogliamo dire del sospetto che volendo mandare il film a Venezia, dove da anni Amelio insegue il Leone, possa avergli fatto gioco più di altri, un film che parla della Cina nella terra di Marco Muller

Vesna – Grigorij Aleksandro
E’ un film russo a orecchio degli anni subito dopo la guerra e dice chiaramente che avevano già inventato tutto loro.
E’ un musical nella migliore tradizione
E’ un film che parla di cinema rivelando trucchi e dinamiche e fascinazione
Adopera angolazioni di macchina e ritmi di montaggio del tutto innovativi e non solo per l’epoca
Adopera trucchi che ci stupiscono ancora: per tutto il film pensiamo che ci siano veramente due attrici sosia, forse gemelle e invece nelle tanta scene dove ci sono entrambe le protagoniste, il film è girato col trucco della mezza pellicola.

L’intouchable – Benoit Jacquot
Una bionda ragazza parigina scopre di aere un padre indiano di Benares (come è possibile visto che la madre cripto femminista-fricchettona è bruna come una calabrese?)
E così la bionda fanciulla se ne va a Benares in cerca del genitore che è un intoccabile ricco, uno che vende legname per le pire dove vengono bruciati i morti sulle rive del Gange.
Detto così chissà che avventura! E invece no: il film è come se lei se ne andasse in giro per l’India portandosi appresso un amico con la video camera ad alta definizione: niente sceneggiatura, se non poche cose stringatissime. E immagini, panorami… non è un documentario, forse è un po’ meglio perché poco costruito e soprattutto senza l’inossidabile speakeraggio di Carlo Capone – Ridge.
Nel disprezzo generale e meritato spezzo una piccola lancia grande come un coltellino da campeggio per la sequenza della cremazione sul Gange.
Neanche a dirlo: il film è girato dal vero ed è ovviamente la fiera degli sguardi in macchina, dei curiosi che guardano il regista e la troupe, cioè tutto ciò che fa documentario me che è assolutamente vietato dalla fiction. Potenza delle avanguardie!

Taiyang yu (Rain Dog) – Ho Yuang
Ciak aveva scritto di un linguaggio dalla città verso la campagna di un ragazzo che si rivela, come tutti i viaggi, processo di crescita interiore.
Cheeeee?
Io forse non sono capace ma giuro che della prima ora del film non ci ho capito nulla (eufemismo). Ma questi cinesi, si vogliono degnare di darci qualche indizio per decifrare i loro misteriosi (o solo di basso profilo almeno alcuni) film?

 

angela :)


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