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29.08.2008 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                         Venerdì 29 agosto

Ah Takeshi! - Il sottotitolo potrebbe essere "oltre lo snob". So che quello che sto per dire mi ricaccerà per sempre tra gli incompetenti del cinema: a me Kitano non piace, dei suoi film mi manca sempre qualcosa e sono le parti in cui mi sono addormentata. Gli aristocratici della critica cinematografica so che stanno avendo coliche epatiche a raffica ma ... aho!.  Intendiamoci, la ragione mi dice che chiaramente Kitano è un genio ma il cuore ahimè non risponde. Devo anche dire che sospetto che molti pareri siano dettati da certo conformismo intellettuale, quella cosa per cui se non è impegnato non vale niente e poi di nascosto tutti a guardare l'isola dei famosi (che a me mi annoia davvero profondamente).

Per cui non so che tra me e gli amici intellettuali sia davvero più snob. Ma resta l'affare Kitano. Stamattina non ho nemmeno resistito al sonno e ho perso buona parte dell'adolescenza del pittore e buona parte dell'età adulta. La mia attenzione si è destata, guarda caso, quando finalmente è apparso Kitano, con la sua irresistibile faccia immobile, con la sua dichiarata"follia". Forse il film ha veramente delle parti deboli? Ah saperlo!

 

In fondo un remake - Attenzione altissima invece per Jerichow, nonostante sia più che evidentemente l'ennesima rilettura del postino che suona sempre due volte, la cui prima rilettura fu, appena appena "Ossessione" di Luchino Visconti. Vicenda quindi molto prevedibile nello svolgimento e forse nella conclusione ma ciò nonostante non ho perso una battuta. Certo c'è anche da dire che il film trasuda erotismo anche (forse proprio per questo) non si vedono che baci interrotti. Bello anche che la storia sia tutta europea, con un marito turco-tdesco diventato perfino imprenditore nella ristorazione ambulante. Insomma bello.

 

Vediamo come va a finire - A un terzo di Jay ero lì lì per andarmene ma mi sono anche detta che non è possibile che il film fosse tanto banale e povero. Non a Venezia. così ho resistito e quasi alla metà, ma forse anche un pezzo oltre, si è capito il senso: davanti all'omicidio di un gay, il produttore di real-drama trasforma la tragedia in finzione televisiva fono a masticare tutti i sentimenti. Buono e giusto ma mi rimane la sensazione che il film sia stato scelto più per il contenuto che per la forma. E' anche vero che io sono decisamente filoamericana nei tempi e nei modi del cinema ed è anche vero che un soggetto così affidato ad un americano diventa quasi certamente un film commerciale, ma rimane la sensazione di un film quasi adolescenziale nell'impaginazione.

 

A domani.

angela :)

 

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