martedì 05 agosto 2014

            

                                                                                             la città del cinema

N.P. Il segreto

Silvano Agosti ha cercato in tutti i modi di fare un film che, dal punto di vista dell'ambientazione, trattandosi di fantascienza prossima, non fosse collocabile, un po' come avevano fatto per Todo Modo.

E ha girato fra Roma e Milano cercando ambientazioni estraniate ed estranianti.  Eppure il film, nonostante protagonisti siano i vertici del management del futuro e la classe operaia, risulta essere molto "romano".

Romane del centro storico sono le location delle scene del rapimento di N.P. dove le macchine attraversano strade a noi familiari per essere intorno ai palazzi del potere. Romani anche alcuni scorci che a me sembrano all'EUR. Romano il clima generale del complotto realizzato dalle alte sfere dell'esercito e della chiesa che solo a Roma possono essere pensate.

 

Questo il parere di fiore di cactus per www.lascatolachiara.it

 

Il presidente del GIAR si firma così e sono semplicemente le iniziali del suo nome che è tanto noto da non aver bisogno di altro. E infatti non lo sapremo mai anche perchè...

N.P. ha trovato il modo per risolvere il problema della fame ma anche della produzione: una macchina di sua invenzione trasforma la spazzatura in cibo ma non solo: la totale automazione permetterà di liberare dal lavoro e gli enormi profitti renderanno possibile un sussidio per tutti pari al doppio del salario normale.

Sembrerebbe il paradiso.

Ma le altissime sfere di esercito e clero complottano, N.P. viene rapito, costretto a firmare disposizioni per radicali cambiamenti nell'uso della macchina, lobotomizzato e abbandonato mentre viene dichiaratala sua morte in un incidente aereo con tanto di funerali di Stato.

N.P. riesce a riprendere consapevolezza aiutato da una famiglia di quel proletariato che dovrebbe beneficiare della macchina e si appresta ad andare a ricevere il sussidio.

Qualcuno non si fida ma alla fine tutti sono ben contenti di mettersi in fila e seguire le istruzioni: recarsi nella cabina, dire il proprio nome, tirare la levetta davanti. Peccato che dall'edificio non esce nessuno.

Solo N. P., rimasto ultimo e solo, alla fine la levetta non la tira e se ne va.

 

Se non fosse stato un film minore,anche a detta dello stesso autore, questo potrebbe essere una sorta di manifesto del cinema italiano politicamente impegnato degli anni 70.

La fantascienza qui è adoperata nel senso sociale e politico per prefigurare un possibile futuro che nel caso di Silvano Agosti, regista più che impegnato, si intride di tutte le tematiche del tempo, soprattutto quelle complottiste ed eversive di destra di cui il nostro paese aveva già avuto qualche assaggio.

 

Nessun effetto speciale ma questo da una parte è un merito, da un'altra non è una novità che il cinema italiano non ha voluto o potuto mai impegnare grandi capitali in questa direzione, dall'altra ancora non sarebbero stati stilisticamente e strutturalmente compatibili col cinema impegnato e indipendente di Agosti.

 

E infine tutto, dalla fotografia, alla colonna sonora di un giovane Nicola Piovani che è infatti stilisticamente irriconoscibile, al montaggio, alla sceneggiatura, al cast che vede Marco Bellocchio nella voce del predicatore, tutto è in perfetto e pieno stile Italia anni '70.

 

Non riesco francamente adire se mi piaccia. Di fatto fa parlare e parlare a oltre 40 anni di distanza.

E trovo che valga la pena citare direttamente l'autore nella dichiarazione che segue con la precisazione, da parte mia,che mi sembra facile "dopo", vantarsi di avere previsto molte cose.

 

 

"Parliamo di NP il segreto, un film che è un po’ una premonizione su alcuni avvenimenti che sarebbero poi accaduti in Italia.
Il segreto sembra che sia stato una specie di condanna, perché è rimasto proprio segreto nel film. Nicola Piovani dice che è la sua sigla. Invece io dico che voleva dire quello che voleva dire: cioè, Nota Persona. Il segreto, ovvero Aldo Moro. E’ un film sul caso Moro, fatto otto anni prima che il caso Moro succedesse. Non a caso è stata l’unica volta che ho avuto bisogno di scrivere sui titoli del film la data. Questo film è stato fatto nel 1970 perché avevo dentro, in modo preciso, una premonizione. Ma non era solo una premonizione che riguardava il caso Moro, era anche una premonizione che riguardava la cassintegrazione e le Brigate rosse. C’era tutto nel film: il compromesso storico, dove la voce vaticana che avevo affidato a Marco Bellocchio, diceva: «Non dimentichiamo, non dimentichiamolo mai, Gesù fu il primo Socialista, figlio di lavoratori e lavoratore lui stesso, venuto sulla terra per portare il mistero...». Il film è fitto di premonizioni ed è anche, da un punto di vista stilistico, figlio della mia rabbia, per aver dovuto continuare a fare del cinema. Rabbia che attribuivo al disastro oggettivo del Giardino delle delizie, e nella mia ingenuità pensavo com’era possibile che i critici, anche senza vedere un film potessero dichiarare che era brutto. Ho sempre creduto che il critico dovesse essere l’ultimo tocco creativo del film che lo inserisse in un tessuto culturale, che gli desse una sua fisionomia storica, che da all’Autore dei contorni che altrimenti non ha. Invece, di fronte a questa operazione di bassa macelleria compiuta dai critici nei confronti del mio film, ho pensato che sbagliavo a voler fare delle immagini così armoniche, così particolari. In N.P. Il segreto, ogni volta che facevo un inquadratura, la contemplavo e poi la cambiavo. Questo film nasce da una sofferenza stilistica enorme, da una sceneggiatura che io ritengo ancora straordinaria. E’ la storia dell’uomo più potente del Paese che si salva perché diventa l’uomo più miserabile del Paese. Ero stato devastato creativamente da questi strani personaggi che sono i critici. Forse Moravia mi aveva un po' lenito le ferite, sicuramente anche Renoir e Bergman. Però qualcosa è rimasto delle pugnalate tremende che ho ricevuto, senza essere Giulio Cesare. Io non ero nessuno. Era come se improvvisamente da un’angolo remoto fossero usciti quarantotto congiurati che mi accoltevano e poi scusandosi dicevano: «Noi cercavamo Giulio Cesare». Però, intanto, le coltellate le ho prese. Quindi per Np ho un grande sentimento di tenerezza, perché è un film nato per essere fondamentale e invece, un po’ per ragioni di censura, un po’ per ragioni di struttura del film, non lo è. Comunque è un documento storico importantissimo che narra vicende che già conoscevo, avendo vissuto il Sessantotto. Questo sentimento mi si è confermato in altre circostanze, come quando intervistando Indira Gandhi le ho detto: «Ho una domanda delicata da farti. Ho saputo che ti spareranno». E lei mi rispose con un bellissimo sorriso: «Cosa c’è di delicato nel fatto che mi uccideranno, io sono pronta». Io fra l’altro ho visto Aldo Moro che vedeva NP il segreto al cinema Farnese, quindi lui per certi versi ha voluto fruirne. Naturalmente nel film, questo rapimento alludeva un po’ a Mattei, e chi era Mattei se non un Aldo Moro ante literam. Ho usato le foto dell’aereo di Mattei per giustificare la finta morte del protagonista. Il mio era un occhio rivolto a Mattei e un occhio a chi tentava di cucire un rapporto fra il neo capitale e le forze progressiste, D.C.e P.C.I., con un intento completamente diverso da quello che gli era attribuito. Moro voleva portare probabilmente i Comunisti al potere, dicendo: «Così logoriamo loro invece che logorare il P.S.I. Che ce ne frega di logorare il P.S.I.». Infatti la genialità strategica di Moro è stata la sua condanna a morte. Lui oggi direbbe: «Avete visto che avevo ragione, dov’è il PCI, non c’è più, è sparito». Ecco perché questo film è estremamente importante nella mia vita, molto meno nella mia filmografia. Nella mia vita è di un’importanza strutturale. E’ l’unico mio film uscito in Francia. A Parigi è stato proiettato per sei mesi.

Mentre in Italia?
In Italia non è mai stato proiettato, anche se Sergio Saviane, quello dell’Espresso, ha fatto un bellissimo articolo. Ci sono persone che mi hanno telefonato dicendomi che l’avevano visto nelle televisioni private e non avevano dormito per due settimane. Il mio bambino mi ha detto che era un film tremendo, mi ha terrorizzato. E’ un film ancora oggi premonitore su quello che può succedere, se non altro perché ha preso in esame quello che nessuno ha voluto o potuto prendere in esame: cioè il problema vero, nodale, di questo ventunesimo secolo che è il cambiamento radicale dei mezzi di produzione. Il passaggio dall’automatizzazione all’automazione. Dove l’automazione, d’improvviso, libera dall’obbligatorietà del lavoro milioni di persone. Di conseguenza, le persone libere sono una minaccia immensa per gli apparati di potere. Allora i casi sono due: o il potere fa fuori quattro dei sei miliardi di persone che sono sulla terra, o muore storicamente. Anche le Sette sorelle che smaniano in modo tremendo per iniettare il loro petrolio nelle vene di tutte le persone che esistono, in un modo o nell’altro, sanno che hanno vita corta, per il semplice fatto che oggi stanno arrancando. Stanno inventandosi le cose più assurde per far credere alla gente che serve ancora lavorare sei giorni la settimana. E’ tutto falso. Oggi si potrebbe lavorare un giorno la settimana e si produrrebbe dieci volte di più. Ma l’imbarazzo è che le persone sarebbero libere, e le persone libere sono tremende, come me. Sono indomabili. Questo è il dilemma che pone NP Il segreto, ed ecco perché nessuna forza culturale italiana se ne è assunta la paternità, perché capivano che era giusto. N.P., ha poi due magnifici interpreti: Irene Papas e Francisco Rabal. E’ il primo film che ho prodotto da solo, con un grande impegno produttivo. C’è una scena con una Cadillac scortata da sei carabinieri, con le moto. Una scena da trecento milioni che io ho pagato neanche millelire. Adesso faccio altrettanto. Per me è sempre possibile, perché credo in quello che faccio. Pochi anni fa mi sono fatto prestare un treno, e non più di otto anni fa mi sono fatto spostare con una gru, da duemilacinquecento tonnellate, dei camion americani lunghi anche sessanta metri, per metterli come volevo io in una scena di Uova di garofano. Non ho paura di chiedere, perché so benissimo che mi dicono sempre tutti di sì. E’ un po’ lo stesso sentimento che avevo quando filmavo per strada. Sento sempre che sto rappresentando qualcosa, qualcuno, forse tanti, ma non so ne chi ne come. E’ un sentimento indistinto, ma che mi da una enorme forza. Io non credo che sia esportabile la fiducia profonda che ho nella vita. Questo mi fa credere in modo molto indistinto che l’essere umano, ma qualsiasi essere umano, non solo io, se ha una fede profonda della vita ha accesso a qualsiasi atto vitale che lui deve compiere. E’ una fede laica, rigorosamente non mistica, ma potente come una fede in Dio, in Buddha o in Bramha.  Silvano Agosti"

 

 

 

 

 


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