14.11.2008
for de porta
Orte
Sinceramente, se non ci fosse stata la Settimana del Patrimonio del FAI,
difficilmente mi sarebbe anche solo passato lontanamente dall'anticamera del
cervello di organizzare una gita ad Orte. Un po' perché è una destinazione
“strana”, nel senso che pare che ci possa essere solo il casello
autostradale e poco più, un po' perché, magari, attirato da altre località
“più famose”, un po', forse, anche per pigrizia. Per cui sono grato al FAI
ed alle sue iniziative per avermi dato occasione di arrivare fino là.
L'evento era stato organizzato assieme alla Società Autostrade e mirava a
valorizzare siti relativamente vicini agli snodi autostradali, con il solito
corredo di visite guidate e volontari per l'organizzazione. Dato che, nel
Lazio, Orte sembrava il luogo con maggiori attrattive da visitare, ho deciso
che la meta sarebbe stata quella. Pensavo di dover faticare non poco a
convincere la mia solita amica Ida, ma, stranamente, stavolta anche lei ha
aderito senza troppi dubbi e problemi; quindi, di domenica mattina, ambedue
in auto in direzione del paesino della Tuscia.
A parte il fatto che avesse un noto casello autostradale, del paese sapevo
poco o niente, per cui è stata una piacevole sorpresa vederlo arroccato su
un colle dominante un Tevere quasi irriconoscibile per noi romani. Trovare
parcheggio non è stato facile, ma alla fine ci siamo riusciti e, poco dopo,
ci trovavamo sulla piazza principale in attesa della visita guidata ai tre
palazzi storici del comune: palazzo Roberteschi, il palazzo vescovile e
palazzo Nuzzi, attualmente usato come municipio.
All'inizio della visita, già che c'eravamo, siamo stati portati sotto il
manto stradale di piazza della Libertà a vedere la fontana ipogea di origine
etrusca (Orte, originariamente, è stata città etrusca, poi romana e poi
legata al papato); è vero che la parte superiore è stata ricostruita in
epoca medievale, ma le vasche ed il cunicolo adduttore erano ancora quelli
originari. E col cunicolo avremmo avuto un rapporto ben più stretto (nel
vero senso della parola) qualche ora dopo...
Grande sorpresa, per me, di fronte a palazzo Roberteschi: tutta la facciata
è dominata da sette bandiere di stile medievale, anzi decisamente
contradaiolo. Ebbene sì, nonostante sia infinitamente più minuscola, anche
Orte è divisa in contrade come la mia amata Siena, ed ha anche lei un suo
palio, al termine delle due settimane di celebrazione di S.Egidio (toh, ma
mio padre si chiamava Egidio... altra coincidenza?), diverso da quello
senese perché non è una corsa di cavalli, né alla tonda (non c'è una piazza
tanto ampia), né alla lunga (non ci sono nemmeno strade sufficientemente
larghe per permettere il passaggio sicuro di bestie lanciate al galoppo), ma
una gara di arcieri. Ed io ho sempre amato ed ammirato chi tira con l'arco.
Mi sono ripromesso che, se possibile, il prossimo anno dovrò andare a vedere
il palio ortano in modo da potervene riferire tutti i dettagli (e, magari,
tifare per quella contrada dai bellissimi colori che non vi citerò...).
Il palazzo, di per sé, non aveva niente di straordinario, ma ci ha permesso
di conoscere la triste sorte delle ultime tre sorelle Roberteschi, che certo
bellezze sopraffine non dovevano essere: due non riuscirono a sposarsi, la
terza, nonostante ce l'avesse fatta ad accalappiare un uomo, per quanto
avesse persino redatto un contratto ufficiale tramite il quale si impegnava
a pagare profumatamente il marito affinché consumasse il matrimonio e le
desse un erede, non riuscì nell'intento, facendo estinguere la famiglia. Una
storia che mi ha fatto riflettere su quali orribili difetti dovessero avere
quelle sventurate (a ad Ida quanto strano dovesse essere quel marito che
neppure pagato aveva osato, come dire, ottemperare al contratto...).
Decisamente più interessante la visita al palazzo vescovile ed alla sua
pinacoteca, con tele anche di pregevole fattura ed in attesa di una
sistemazione più congrua. Due aneddoti anche in questo caso: il primo
riguarda lo stemma cittadino, che mostra il ponte romano (costruito ai tempi
di Augusto) che, ufficialmente, prevede cinque campate. Ebbene, spesso lo si
trova rappresentato con solo quattro campate e, giusto all'interno del
citato palazzo, con tre. L'importante è lo spirito della rappresentazione,
non la sua veridicità, avrebbe detto qualcuno...
Il secondo, invece, si rifà al ruolo del vescovo. Fino al secolo scorso,
Orte e Civita Castellana facevano parte della stessa diocesi: dato che la
rivalità tra le due città era molto sentita, il povero uomo era costretto a
risiedere sei mesi nella prima, assumendo il nome di Vescovo di Orte e
Civita Castellana, e gli altri sei nell'altra col nome di Vescovo di Civita
Castellana ed Orte. Oggi, almeno, il problema si è risolto ed entrambe
afferiscono al vescovo, mi pare, di Orvieto...
Il palazzo comunale, ovvero palazzo Nuzzi, dei tre è sicuramente il più
bello e più ricco. Davvero impressionante lo sfarzo della sala del Consiglio
Comunale, ed anche le due tele di scuola caravaggesca ospitate in una sala
attigua. Anche qui, tuttavia, si nota la longa manus della solita famiglia
Farnese, un tempo proprietaria dei territori su cui insiste il comune.
Finito il giro dei palazzi, ci siamo diretti verso l'Orte sotterranea.
Infatti, una delle attrattive scelte dal FAI era legata a ciò che
normalmente non si vede della città: pozzi e cunicoli.
Prima di tutto ci siamo diretti verso il “Pozzo di Neve”, nome intrigante
per un locale sotterraneo in cui, fino a qualche secolo fa, venivano
conservati “al fresco” i preparati per il sovrastante ospedale. Piccolo
inciso: ai tempi del massimo splendore ogni contrada di Orte aveva il suo
ospedale, per di più specializzato: i lebbrosi andavano in uno, i pellegrini
in un altro, le partorienti in altro ancora e così via. Ed esistevano
persino strutture dedicate appositamente ai convalescenti, che non dovevano
entrare in contatto con i malati veri e propri.
Sotto l'ospedale in questione (la guida non ha saputo specificare quale
fosse), nella contrada San Sebastiano, esisteva questo locale in cui erano
stati scavati due piccoli pozzi che venivano riempiti di neve recuperata dai
monti circostanti e, data la propria conformazione, erano in grado di
mantenere una bassa temperatura per tutto l'anno, evitando che le pozioni ed
i medicamenti degenerassero. In pratica, a parte la spiegazione fornitaci,
davvero interessante, niente di entusiasmante.
Diverso discorso, invece, per il Cunicolo. Si tratta del percorso (parte)
dell'antico acquedotto etrusco che sfocia nella fontana ipogea di cui
abbiamo parlato in precedenza.
Prima di tutto ci siamo dovuti bardare con caschi e mantelline per evitare
di sporcarci (esistono ancora tratti con infiltrazioni idriche) e di farci
male, dato che si tratta di un lungo cunicolo di dimensioni “appena”
compatibili con un essere umano. Più volte ho dovuto abbassarmi o cercare di
passare con cautela perché le dimensioni del passaggio erano davvero
anguste. Certo, la mia amica Ida ha avuto molto meno difficoltà, ma è stato
bello e divertente spostarci per quasi 200m sottoterra in fila rigorosamente
indiana cercando di vedere in un ambiente abbastanza fioco le cose che la
guida ci invitava a notare. Sicuramente un'esperienza molto piacevole che
consiglio a tutti coloro che non soffrono di claustrofobia.
La
nostra visita ad Orte si è chiusa con la disperata caccia ad un posto dove
mangiare (dei sette locali contradaioli solo tre erano aperti e, vista l'ora
e l'occasione particolare, anche pieni all'inverosimile) e con un piacevole
rientro a Roma. Come sempre, quando l'organizzazione è delegata al FAI,
abbiamo passato delle ore belle ed interessanti ed alla fine siamo stati
felici di aver partecipato all'evento. E, ovviamente, subito pronti a
ripetere l'esperienza appena il FAI organizzerà qualcos'altro...
Flavio