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L’Ostello per la Gioventù. Un’avventura unica.
L’Ostello per la Gioventù di Roma è intitolato ad Aldo Franco Pessina, quel grande uomo che negli anni immediatamente successivi al secondo dopoguerra riuscì a dar vita alla Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù, mettendo in campo tutta la sua passione, ostinazione e pertinacia.
Ho avuto il grande privilegio di conoscerlo, e diventarne amico, nel lontano 1956, quando la mia ragazza, poi mia moglie, iniziò la sua lunga carriera presso l’AIG, appunto come segretaria di Aldo. Fu così che ebbe inizio il mio rapporto con la affascinante realtà degli Ostelli, rapporto che per una serie di motivi contingenti e personali perdura tuttora, a distanza di cinquant’anni.
All’epoca gli ostelli in Italia si potevano contare sulle dita, oggi sono più di cento. Nella mia lunga “carriera” di turista in tutte le sue varie accezioni, ne ho girati parecchi, e dopo di me le mie figlie, ed ancora, adesso, i miei nipoti.
Anche se non è stato il mio caso, di solito il primo incontro di un ragazzo con un ostello è costituito dalla classica gita scolastica. E’ un evento memorabile, di grande impatto emotivo: la cena tutti insieme, gli sguardi incuriositi ai tavoli occupati da americani, israeliani, indiani, giapponesi, africani, le orecchie tese a captare la babele di lingue, la prima notte lontano dai genitori, l’arrembaggio ai letti a castello, otto, sedici per stanza, le battaglie a “cuscinate”, i tentativi furbastri di affacciarsi al piano, o all’ala, delle “femmine”, bloccati di solito dal gesto perentorio,a volte solo dall’occhiataccia, dell’attento “papà albergatore”, o della “mamma”, secondo i casi. Un’avventura incredibile, indimenticabile.
Il secondo incontro con l’ostello avviene qualche anno dopo; adolescenti o poco più, in gruppetti di tre, quattro amici, talvolta in coppia con la ragazza, purtroppo ben consapevoli della drastica separazione notturna, ma che importa, ci rimettiamo in pari domani sulla spiaggia, o dove capita…
Scocca l’ora di apertura dell’ostello: stanchi, ma sorridenti ed euforici, si accalcano al banco della reception, gli enormi zaini da trekking sulle spalle, stracolmi di sacco a pelo, vestiario, borraccia, chitarra e quant’altro, il passaporto in mano. Sbrigano le semplici pratiche, raggiungono le loro camerate, una rapida doccia e via. Se rimane qualche ora di luce qualcuno si avventura in città, inizia l’esplorazione. La gran parte però vuole riposare, godersi l’impagabile atmosfera che li circonda, sempre uguale in tutti gli ostelli del mondo, sempre diversa. Si accostano al distributore, prendono l’immancabile cocacola, vanno a sedersi nella sala ritrovo o, quando c’è, in giardino.
Seduto in un angolo, chiudo il libro che sto leggendo, pregustando già quanto so che sta per accadere, e l’emozione che provo è la stessa, sempre, da anni e anni. Ed ecco che Frank, o Ivan, o Amos, prende la sua chitarra, ne trae i primi accordi, inizia a cantare. Si avvicinano due o tre ragazzi, poi ancora altri, italiani, americani, israeliani, giapponesi, africani. Cantano insieme quella canzone, poi un’altra, tutti. Poi iniziano a parlare tra di loro e si capiscono, tutti, e alzano in un brindisi ridendo la lattina della cocacola, si organizzano per l’indomani.
Ecco, si è rinnovato ancora una volta il miracolo. In quell’ostello e negli altri cinquemila sparsi nel mondo.
Ogni anno sostano negli ostelli oltre trentatre milioni di giovani, di adulti, di amici.
Ogni anno pernottano nell’ostello di Roma (l’unico, Londra ne ha sette) oltre centodiecimila ospiti.
Claudio Pirolli
 

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