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19.09.2006 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                             parole di sindaco

Conoscersi e Convivere -

I rappresentanti delle religioni monoteiste per la presentazione della rivista interreligiosa in Campidoglio

 

Per prima cosa vorrei dare lettura del messaggio che il Presidente della Repubblica ha voluto inviarci e di questo gli siamo veramente molto grati

"Caro sindaco, l'incontro promosso oggi in Campidoglio tra gli autorevoli rappresentati delle grandi religioni monoteiste, è senz'altro occasione di speranza per un impegnato sviluppo del dialogo fra diverse fedi e culture nella capitale d'Italia e non solo. Le esprimo tutto e con convinzione il più vivo apprezzamento per l'iniziative e l'auspicio che l'incontro odierno e la conseguente iniziative editoriale di riflessione e confronto possano favorire la ricerca di vie efficaci per affermare i principi della convivenza, della solidarietà e dell'azione comune per la pace tanto più importanti di fronte ai contrasti e alle tensioni del mondo di oggi. In questo spirito rivolgo a Lei e a quanti parteciperanno all'incontro il mio sincero saluto..

Giorgio Napolitano."

E noi siamo veramente molto grati.

 

Un grande storico, conoscitore profondo del Mediterraneo e dei suoi popoli, delle sue culture e delle grandi religioni nate sulle sue sponde, scrisse una volta che per una civiltà vivere significa essere capaci di donare, di ricevere e di assimilare, gli uni dagli altri, gli uni insieme agli altri. Nasce da qui, in fondo, il nostro incontro di oggi ; nasce dalla comune convinzione che la civiltà degli uomini è una sola, fatta di culture, di storie e di fedi diverse, ma una sola.

E la sua possibilità di crescere, di prosperare dipende proprio, come scriveva Fernand Rodel, dalla capacità di essere aperti agli altri e al dialogo, dalla capacità di cercare fino a trovare, conoscenza, rispetto reciproco e pacifica convivenza.

"Conoscersi e convivere" è il nome della rivista interreligiosa che sarà a Roma strumento prezioso di tutto questo; un'idea nata lo scorso gennaio e che vedrà la sua realizzazione concreta attraverso l'uscita del primo numero nel gennaio prossimo, nata all'indomani dei fatti di Bengasi e dell'incontro che avemmo in Campidoglio con gli ambasciatori della Lega Araba.

Un'idea che in una città come la nostra per la sua identità storica e per come è oggi, è potuta diventare realtà grazie all'apertura e alla sensibilità di chi l'ha subito accolta con favore: la Comunità di S. Egidio, la Comunità Ebraica e il Centro Culturale Islamico, grazie ad un clima che a Roma, cuore del cristianesimo e sede  della Chiesa Cattolica, crocevia di popoli e di religioni, non è mai venuto meno permettendo alle voci del dialogo e della pace di essere più forti di quelle che altrove nel mondo diffondono i semi dell'odio e dell'intolleranza.

Sappiamo però che la realtà che riguarda la maggioranza degli uomini oggi è duramente segnata proprio dall'intolleranza e dall'incomprensione e l'assassinio di Suor Leonella due giorni fa è venuto a sottolinearlo dolorosamente.

La nostra comunità si stringe nel suo ricordo come fece qualche mese fa per un sacerdote romano ucciso anche lui mentre portava avanti la sua missione quotidiana, come fece cioè, per don Andrea Santoro.

Il nostro è un tempo difficile, cupo; un tempo in cui il terrorismo internazionale con la sua barbarie e il suo carico di morte offusca l'orizzonte; un tempo in cui il rischio è quello di farsi vincere dal pessimismo, di cedere all'idea che un conflitto fra mondi diversi è inevitabile e che non resti altro da fare se non rafforzare le frontiere della propria appartenenza e costruire muri per difendersi da ciò che è estraneo, sia che si tratti di individui o di popoli, sia che si tratti di culture e di religioni.

A dominare questo nostro tempo è una radicale insicurezza: l'altro è visto con sospetto, diventa subito l'avversario, colui che minaccia la nostra esistenza, i nostri valori, la nostra vita così come l'abbiamo sempre conosciuta.

E così, subito, ci assale la tentazione di fuggire da lui, di allontanarlo o addirittura di eliminarlo.

Ma la paura non è la risposta. Non può esserlo. Non lo è mai stata.

Se guardiamo indietro alla storia, vediamo che da sempre, l'incontro con un altro uomo o con altri uomini è l'esperienza fondamentale del genere umano. Intere generazioni prima di noi si sono trovate continuamente di fronte a scelte decisive: come comportarsi con gli altri, che atteggiamento avere nei loro confronti?

Le risposte nel corso del tempo sono state diverse. Spesso si è scelto lo scontro. il conflitto, la guerra; ne sono memoria in ogni angolo del mondo i campi di battaglia, le rovine, le carte negli archivi: tutte testimonianze della sconfitta dell'uomo, della sua incapacità o della sua scarsa volontà di intendersi con il proprio simile, di capire, di mostrarsi intelligente, di immedesimarsi con l'altro.

E' successo anche che, invece di aggredire e di combattere, gli uomini si siano allontanati e separati gli uni dagli altri, chiusi in se stessi nei propri convincimenti politici, culturali e religiosi, divisi fisicamente, pronti a difendersi dietro le porte di Babilonia, dietro la grande muraglia cinese, grazie al "limes" romano, o ai fossati dei castelli medievali.

Per fortuna il genere umano è stato capace anche di comportarsi diversamente, di scambiare merci e soprattutto idee, di stringere patti e alleanze, di scoprire finalità e valori comuni, di coltivare comunque interesse per ciò che appariva diverso da se, di considerar la diversità non come estraneità, non come pericolo e quindi ostilità ma come possibilità di conoscenza, come arricchimento.

Anche di questo atteggiamento sono rimaste prove: sono i santuari e le università, sono i resti dei mercati, sono le piazze che erano antiche agorà, sono i ponti, sono le tracce del cammino dei pellegrini o delle vie commerciali come quelle della seta, del sale o dell'ambra, dal Mar Baltico al Mediterraneo.

Insomma la storia ci insegna che ogni volta che l'uomo incontra l'altro ha di fronte a se queste tre diverse possibilità: fargli la guerra, ritirarsi dietro a un muro, oppure aprire con lui un dialogo.

Oggi, nel tempo segnato da quanto accadde l'11 settembre di cinque anni fa, queste tre possibilità sono ridotte in realtà ad una sola, lo capimmo già all'indomani di quel tragico attentato, lo dissero i rappresentanti di tutte le confessioni religiose della nostra città riunite proprio qui in quest'aula: l'unica risposta è il dialogo.

Dialogo che non è una parola vuota, che non è il richiamo inutile ai buoni sentimenti, ci vuole tutta la franchezza necessaria a sconfiggere e smantellare le organizzazioni terroristiche, ad impedire che altre vittime innocenti debbano pagare questa follia; e al tempo stesso ci vuole, come ha scritto Andrea Riccardi, tutta la capacità che abbiamo di guardare in faccia la diversità dell'altro, di provare ad articolare più relazioni,  di intessere un insieme di rapporti, di cogliere gli interessi e gli orientamenti altrui.

Noi siamo quello che siamo, ognuno di noi viene da una storia, ha una cultura e un modo di vivere, di pensare e di credere; ognuno di noi ha una identità. Esserne serenamente consapevoli non è un ostacolo all'apertura verso il mondo, è una possibilità in più e forse la condizione stessa per riuscire a farlo è partendo da se stessi, da ciò che si è, che si possono aprire i cuore e mente alla conoscenza e alla comprensione degli altri. Anche l'incontro di oggi serve a questo; serve ad affermare nel modo più ampio che nessun uomo può appropriarsi del nome di Dio per alzare la mano contro altri uomini; serve ad esprimere la convinzione che riconoscere il proprio limite radicale, come le religioni insegnano a fare, è la via maestra per aprirsi all'altro da sé, per riconoscere nell'altro un valore inestimabile da accogliere e rispettare e con il quale entrare in un rapporto di dialogo fondato sulla pari dignità, sul riconoscimento di quel bene supremo che è la libertà, fondamento di ogni democrazia: libertà di pensiero, libertà di esprimere le proprie idee, libertà di vivere la propria fede, quella libertà il cui valore è universale.

Serve ancora una volta ad indicare questo incontro l'unica strada davvero percorribile, il vero traguardo verso il quale procedere: non il conflitto, non la separazione ma il dialogo, il confronto e la conoscenza.

Conoscenza vuol dire che non si rafforzino i muri del pregiudizio, vuol dire, ad esempio, che non si estenda l'identificazione manifestatasi all'indomani dell'11 settembre dell'Islam con il terrorismo fondamentalista. E' un pericolo che va assolutamente scongiurato perchè se così non fosse a vincere sarebbe proprio il disegno di chi auspica uno scontro di civiltà.

Lo disse bene qualche tempo fa Amos Luzzatto: quando si comincia a lanciare accuse generalizzatrici quali "tutti i musulmani sono terroristi" o "tutti gli occidentali sono oppressori" o infine "tutti gli ebrei sono malvagi", finiamo per trovarci sull'orlo di un baratro.

Tutti coloro che oggi sono qui non vogliono e non possono permettere che si affermi l'idea che una civiltà, una religione, un modo di pensare sia destinato a prevalere e ad affermarsi sugli altri, che le bandiere diventino più numerose e più solide dei ponti.

Lo ha sottolineato nel modo più chiaro Papa Benedetto XVI pochi mesi fa: l'Ebraismo, il Cristianesimo e l'Islam credono in un solo Dio - ha detto - per questo - ha continuato - le tre religioni monoteiste sono chiamate a collaborare reciprocamente per il bene comune dell'umanità contribuendo alla causa della giustizia e della pace nel mondo.

Ho ancora in mente a questo proposito l'incontro per i cento anni del Tempio Maggiore, della Sinagoga di Roma. Quel giorno la presenza di rappresentanti della Comunità Islamica insieme a quelli delle due altre grandi religioni monoteiste è stata una bellissima dimostrazione di quale sia lo spirito che si deve affermare; e lo stesso significato ha avuto la storica visita del rabbino capo Riccardo Di Segni alla Grande Moschea lo scorso marzo in un clima di accoglienza che ho provato anch'io quando a nome di tutta la città sono andato ad incontrare l'Imam  in momenti difficili come quelli dei rapimenti di Giuliana Sgrena, di Simona Torretta e di Simona Pari.

Un gesto, quello del Rabbino capo, che ha inevitabilmente riportato alla mente quel giorno di aprile di vent'anni fa quando Papa Giovanni Paolo II varcò la soglia della Sinagoga per abbracciare il rabbino capo Toaff e chiamare gli ebri "i nostri fratelli maggiori".

A Roma ciò che sembra impossibile, ciò che storia pare considerare immutabile, diviene reale; Roma dimostra ogni giorno che c'è una geografia del profondo, come diceva Giorgio La Pira,  che non si cura di latitudini e di longitudini, che unisce ciò che in superficie è separato dai confini, che unisce gli uomini e i loro destini.

Questo noi lo vogliamo cogliere come un grande segno di speranza, anche oggi, vorrei dire soprattutto oggi. E' la speranza che insieme, attraverso la conoscenza e la convivenza e anche attraverso strumenti come questa rivista riusciremo a superare quei muri fatti di egoismo e di paura, riusciremo ad avviarci verso una società e un mondo più abitabile, verso una pace che viva nella fede, nella buona volontà, nel dialogo e nella giustizia.

E' il sogno che oggi tutti noi abbiamo, il sogno per il quale dovremo continuare a rispettarci. ad ascoltarci e a cercarci.

Grazie.

 

Walter Veltroni - 19 settembre 2006


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