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                                                                                                parole di sindaco

Liceo Dante Alighieri: i progetti dei ragazzi

Quando siamo arrivati a Kigali, la mattina che siamo arrivati, eravamo in albergo aspettando di cominciare il giro che ci ha portati all'inizio al museo del genocidio, ad un certo pi8nto mi sono fermato ad ascoltare una
discussione che si stava svolgendo poco lontano da me. era una discussione molto accesa tra ragazzi che parlavano del tema della procreazione e ne parlavano con grande vigore, con idee diverse, vivadio, le une e le altre rappresentate con grande passione ma anche con grande consapevolezza. Poi, avevamo cominciato da poco il viaggio, ci eravamo conosciuti in aereo ma poi ci siamo conosciuti meglio durante il resto di questa esperienza che abbiamo fatto insieme che è stata un'esperienza per tutti, è stata per Clara, per Camilla, per Vincenzo, per Gabriele, ma lo è stata anche per Maria, per me, per gli insegnanti; ascoltando ho capito che
erano i ragazzi del Dante che parlavano fra di loro con grande passione di un tema che evidentemente gli stava a cuore, che si capiva non era la prima volta che affrontavano insieme e nel quale incrociavano persino
valori, ideali... era una situazione molto bella, che loro facevano anche un po' dura ma molto bella.
L'impressione che la dottoressa Le Pera ha detto prima è esattamente l'impressione che anche io ho avuto parlando con loro poi nei giorni successivi, parlando coi ragazzi del Dante che ho incontrato ad Auschwitz
nelle diverse edizioni del viaggio, che poi questa scuola ha una storia e la storia come il lavoro sugli archivi della memoria dimostra, non è una cosa che si cancella, c'è una specie di invisibile trasmissione di DNA che
avviene nei luoghi. Certo, coi sono anche luoghi che precipitano, delle scuole che hanno una grande tradizione e che poi ad un certo punto vengono interrotte spesso per ragioni traumatiche, ma in generale c'è una specie di conferimento che passa di generazione in generazione che fa sì che per una specie di incalcolabile e non valutabile magia le esperienze che dentro le mura di una scuola si sono fatte rimangano nell'aria un po' come in "Alice nel paese delle meraviglie", rimangono nell'aria e poi vengono prese da chi passa. Questa è una scuola che ha una storia particolare, ha una storia di prestigio didattico, ma è anche una scuola di grande passione e intensità civile. Qui c'è la sorella di Massimo Gizio, c'è suo nipote, io sono stato anni fa qui al Dante a fare un'assemblea dedicata a Massimo al quale abbiamo intitolato un nostro edificio recentemente,
qui sono passate molte anche delle personalità più rilevanti della vicenda culturale, economica, politica del nostro paese e comunque questo è uno dei licei che ha mantenuto nel corso del tempo intatta la sua dimensione di luogo nel quale, appunto, si studiano le materie classiche che non sono un orpello, sono qualcosa di cui la società ha costantemente bisogno e bisognerà che ci abituiamo tutti quanti a non pensare che l'unico metro di valutazione di ciò che è giusto e ciò che non è giusto è la sua immediata produttività perchè ci sono cose che non sono immediatamente produttive come le idee, come i valori, come la storia, come la formazione letteraria che però è bene che ci siano nella società.

E poi c'è un tessuto civile di cui i due ragazzi che discutevano di procreazione sono in qualche modo gli eredi. E d'altra parte le cose che abbiamo sentito e che Matteo ha fatto vedere prima che ieri abbiamo mostrato per un pezzo al Presidente della Repubblica che è venuto in visita al Vittoriano e che si è appassionato un po', è stato quel ha potuto perchè abbiamo fatto vedere le cose di tutte le scuole ma insomma è rimasto molto colpito e alla fine ha detto ai ragazzi una frase che in qualche modo è la sintesi. Io amo molto il Presidente della Repubblica, sono convinto che sia una persona meravigliosa, lo è da tutti i punti di vista, lo è anche dal punto di vista umano, ha un'intensità, una passione, persino una disponibilità alla commozione che sbaglierebbe chi pensasse che fosse legata, diciamo, a circostanze momentanee; le belle persone possono anche commuoversi, ci sono anche brutte persone che si commuovono ma lo fanno per finta, le belle persone possono commuoversi anche quando
hanno alte responsabilità istituzionali perchè sentono un'ispirazione forte dentro di se. Ieri il presidente Ciampi andando via ha detto ai ragazzi, così, proprio gli è venuto da dire "allora tutto quello che abbiamo fatto non è
stato inutile". Voleva dire, e poi me lo ha detto mentre lo accompagnavo giù, certe volte si ha l'impressione che tutte le fatiche, i sacrifici si faccia fatica a trasmetterli, invece questi ragazzi mi hanno dato l'impressione che
tutto questo possa essere conservato e trasmesso.

Io vi dirò molto rapidamente, poi risponderò alle domande che sono state fate, le mie emozioni e le mie impressioni in questi viaggi che abbiamo fatto e un po' anche il loro senso generale perchè c'è un senso generale in tutti questi progetti, perchè se voi li mettete uno dopo l'altro, il progetto del millennio (dimezzare la fame nel mondo entro il 2015 - i ragazzi aiutano un paese dell'Equador - ndr), il progetto dei ragazzi che aiutano i nonni ad usare il computer (Nonni in internet), il progetto della Memoria, il progetto degli archivi , il progetto per l'Africa, il progetto dell'adotta un monumento eccetera, hanno tutti dentro di se un'unica chiave, questa chiave che se posso riassumere in una parola che forse non è precisa ma fa capire l'intenzione è il dono, cioè l'idea che ognuno di noi ha qualcosa da donare a qualcun altro. Questa cosa che in questa società sembra una bestemmia, perchè in questa società vale esattamente il principio opposto, non il dono ma il prendere, è una cosa che io ho visto, tra i ragazzi accende delle emozioni, e delle... come posso dire... e anche delle speranze particolarmente intense. Non c'è nessun ragazzo, lo ha detto anche Camilla parlando, "noi siamo ancora qui", non c'è nessun ragazzo che abbia vissuto una di queste esperienze che ne sia uscito intatto. Io ricevo lettere di genitori di ragazzi che sono venuti, o di ragazzi con molti
ho mantenuto un carteggio, di alcuni di loro ho persino presentato dei libri perchè poi per una specie di stimolazione della fantasia, questi ragazzi tornano, si mettono a scrivere, fanno dei film perchè Matteo, dicevamo prima con il grande musicista dell'orchestra di Santa Cecilia che è qui, il tuo montaggio Matteo, è fatto con molta sapienza, persino sulle battiture musicali hai fatto il cambio delle foto... quindi insomma a diciassette anni non sono cose semplici da fare ma per tutti questi ragazzi c'è una specie di segno che rimane ed un segno che dice ma allora c'è qualcosa di più importante.

Non vi voglio fare il discorso retorico che poi si fa, che quelli un po' anziani come cominciamo ad essere tendono a fare; vi dico una cosa che vale per la mia vita, per la mia esperienza: della vita non c'è nessuna cosa più bella che occuparsi degli altri. Lo dico egoisticamente. Siccome ciascuno di noi dice legittimamente "che cosa me ne viene dalla vita?" Ecco, la cosa più bella che viene dalla vita a ciascuno di noi è la possibilità la sera di andare a dormire e dire oggi ho fatto questa cosa ma non l'ho fatta per me, l'ho fatta per gli altri e facendola per gli altri sono stato felice o sereno. C'è la condizione peggiore della vita che si possa immaginare e che è la condizione della solitudine.
Noi assistiamo molti anziani che non sono autosufficienti, molti anziani che non ce la fanno e stanno a casa da soli; io sono andato a trovarne alcuni, a molti di loro mettiamo un braccialetto perchè ci possa dire se stanno
bene, se hanno bisogno di aiuto, ma la cosa di cui hanno più bisogno è parlare. Sono andato a trovare una di queste signore al quartiere Garbatella, e questa signora si scriveva tutte le mattine al nostro operatore che tutte le mattine le telefona per sapere come sta. Si scrive le cose. Pensiamo a ciascuno di noi perché, guardate, la cosa che bisogna fare, l'abbiamo fatto ad Auschwitz e l'abbiamo fatto in Africa, è l'immedesimazione. C'è un famoso telefilm americano degli anni '50 che si chiama "Ai confini della realtà", da questo telefilm John Landis ha fatto un film che si chiama "Ai confini della realtà" e questo film comincia in
questo modo, comincia con un signore dell'America di provincia un po'...non particolarmente raffinato che entra in un pub e si sfoga con i suoi amici perchè il suo posto, quello a cui lui aveva aspettato, era stato
assegnato ad un suo collega ebreo e comincia una tirata contro gli ebrei; dopodichè dagli ebrei passa ai neri e comincia una tirata contro i neri, c'è un nero seduto lì che si alza e dice "ha qualche problema particolare",
dopodichè entra il conflitto con tutto il pub, esce sbattendo la porta e quando sbatte la porta improvvisamente, si chiama "Ai confini della realtà" non per caso, si trova precipitato nella Francia occupata dai nazisti negli anni '40 e viene perseguitato come un ebreo e durante la fuga cade dal terzo piano e invece di farsi del male atterra a faccia in giù e quando si gira c'è attorno tutto il Ku Klux Clan riunito e il film prosegue così come sa fare John Landis.

Bisogna fare il processo di immedesimazione, cioè dire io non sono quello che sono ma sono quello che sono altri. Per esempio questa signora che vive da sola, che nel corso di una giornata quante cose le verranno in mente, quante esperienze farà, quante cose vedrà in televisione o sentirà o penserà e avrebbe voglia di dire a qualcun altro che non trova. Quando siamo andati ad Auschwitz ai ragazzi abbiamo detto "facciamo uno sforzo, pensiamo di non essere nati nel quartiere Prati i nel quartiere Salario o nel quartiere Alberone della Roma degli anni 90 ma pensiamo di essere nati nel Ghetto, di avere dieci anni nel 44 e di trovarsi una notte dentro casa a dormire con la famiglia e ad un certo punto sentire delle voci che parlano una lingua diversa dalla tua, senti un calcio sfondare la porta della tua casa, senti tua madre o tua nonna che urla, c'è chi piange, ti mettono in mano un foglietto (che è conservato nel museo del ghetto) che ti dice che entro venti minuti devi prendere tutto quello che hai. Proviamo a pensarlo per la nostra vita di oggi, provate a pensare cosa sarebbe, entro venti minuti devi prendere tutto e andar via per un posto che non sai, ti caricano
su dei vagoni piombati dove tutti fanno quello che devono fare come Pietro Terracina ha raccontato nel piccolo video che Matteo ci ha fatto vedere prima, pensate di arrivare in un campo di concentramento, di essere
separato da vostra madre, vostro padre, i vostri fratelli e di vivere da soli in un campo di concentramento a dieci, undici, dodici anni. Le due sorelle Bucci che forse qualcuno di voi ha conosciuto avevano quattro e sei anni quando sono entrate nel campo di concentramento. E la cosa impressionante di queste due donne è che quando siamo tornati nel campo di concentramento, la cosa cha a loro da più dolore, non è la cosa che loro hanno vissuto - hanno ancora il numero sul braccio perchè tatuavano il numero anche a bambini di quattro o sei anni - ma la cosa che le fa impazzire è di non essere riuscite a salvare il loro cuginetto, un cugino che aveva la loro età e che un giorno, loro stavano nel blocco dei bambini un giorno è arrivato lì il dottor Mengele, quello famoso degli esperimenti, è arrivato lì e ha detto ai bambini "chi vuole rivedere la mamma si metta in
fila". Potete immaginare dei bambini che stanno da mesi dentro una... si sono messi quasi tutti in fila. Le due sorelline Bucci erano state avvertite dalla signora che gestiva il blocco di non mettersi in quella fila e l'avevano
detto al loro cuginetto. Loro non si erano messe anche perchè pensavano che la mamma fosse morta. Il rapporto con la morte di questi bambini era diverso perchè uscivano dal blocco e avevano davanti a se le pile dei cadaveri quindi il rapporto con la morte era un'altra cosa di quello che noi abbiamo. Il loro cuginetto non si è fidato, si è messo in questa fila per rivedere la mamma e invece è stato preso dal dottor Mengele, è stato portato in un posto in Germania dove hanno fatto su di lui come sugli altri bambini presi quella mattina degli esperimenti terribili e poi li hanno ammazzati tutti, non vi dico in che modo, poco prima che Berlino fosse
liberata. E loro vivono con l'incubo dell'immagine del loro cugino che dall'unico treno che e uscito da Birkenau con delle persone vive dentro, questo loro cugino che le salutava sorridendo pensando di andare a trovare la mamma. Quello che ha fatto queste cose, il dottor Mengele, la sera sarà tornato a casa, avrà avuto dei figli, li avrà accarezzati, avrà mangiato con loro.

Il mondo è fatto anche così. il mondo è fatto anche così. Allora se
noi pensiamo a tutti i dolori del mondo, e noi ne abbiamo visto uno attuale gigantesco...
Il Rwanda non è, ce lo siamo detto con i ragazzi il paese dell'Africa che fa più impressione, dal punto di vista sociale ci sono paesi che stanno molto peggio, però a noi ha fatto molta impressione dal punto di vista umano.
Allora: Rwanda, paese di otto milioni di persone, si scatena una guerra che fa un milione di morti. Anche qui, proviamo a fare le corrispondenze: noi siamo 56 milioni, proviamo ad immaginare il rapporto, quanti sarebbero i milioni di morti se si scatenasse una guerra così in Italia? Questa guerra si dice è una guerra tra Utu e Tuzi, guerra etnica. Si da il caso che quelle non fossero due etnie, ma due etnie stabilite dagli occidentali, cioè quando i colonizzatori di un paese, ma poteva essere anche un altro e quindi non vale la pena di nominarlo, sono andati in questo paese e hanno deciso che gli Utu erano quelli che avevano più di dodici vacche e i Tuzi erano quelli che avevano meno di dodici vacche e quindi hanno trasformato una divisione sociale in una divisione etnica dopodichè Utu e Tuzi hanno cominciato a farsi la guerra, una guerra che è durata pochi mesi ma che è stata una delle cose più efferate; loro, i ragazzi, potrebbero raccontare le immagini che abbiamo visto nel museo del genocidio che sono
delle immagini agghiaccianti, anche qui riguardanti bambini, soprattutto bambini; c'è una parte del museo del genocidio che è terribile nella sua semplicità perchè c'è la foto di un bambino vivo e sotto c'è scritto... non
so... Michel, aveva otto anni, gli piaceva mangiare la torta al cioccolato, voleva giocare con i ...è morto sbattuto contro un muro. Quando si è scatenata questa guerra, ad un certo punto, nel disinteresse totale del mondo, non è fregato niente a nessuno perchè siccome sono africani, non sono particolarmente ricchi, l'interesse è molto minore di quanto non sia altrove. Ad un certo punto sono arrivati gli occidentali. Se voi vedete un film che si chiama Hotel Rwanda, che è la storia di questo hotel dove si erano rifugiati tutti quelli che avevano cercato di salvarsi. a un certo punto arriva la notizia che arriva l'ONU. quindi grande speranza, grande sospiro di sollievo, arriva l'ONU, ci salva tutti, Bene arriva l'ONU, arrivano i soldati bianchi, giuro che quello che dico è vero, si prendono tutti i bianchi che stavano a Kigali, tutti i bianchi. Ci sono stati racconti che abbiamo ascoltato di persone che avevano in braccio dei bambini di Rwanda che sono stati presi e sbattuti via, hanno portato in salvo il cane dell'ambasciatore, giuro, il cane dell'ambasciatore che valeva più dei ragazzi neri.

Allora il mondo è fatto così e non è successo ottantanni fa e se andiamo nei Balcani e se ora andiamo in altre parti del mondo troviamo cose analoghe. E per venire a noi, più vicini a noi, perchè questi progetti sono importanti e così rispondo alla prima domanda che è stata fatta su come si contrasta il vero nemico che noi abbiamo che è l'indifferenza.

Non si deve quasi mai odiare nulla, se c'è una cosa di cui questo paese sia stanco è proprio l'odio. Sembra che ci sia una specie di costrizione a odiarsi; due persone che hanno idee diverse non possono fare come i ragazzi del Dante che parlavano fra di loro, si scambiavano le loro opinioni non dico restavano amici ma di più. Qui si ha l'impressione che se si ha un'idea diversa si è automaticamente un nemico. Non solo: se hai un'idea diversa sei automaticamente un cretino, un imbecille, un deficiente, un...
la bellezza della vita è proprio la curiosità dell'altro, la curiosità
antropologica, culturale, spirituale, la bellezza di quello che un altro ti può trasmettere. In fondo noi siamo il prodotto degli altri, dei nostri insegnanti, dei nostri professori, dei nostri amici, dei nostri genitori, degli scrittori
che abbiamo amato, dei registi di cui abbiamo visto i film, delle donne di cui ci siamo innamorati, degli uomini di cui le donne si sono innamorate, ciascuno di noi è un mosaico fatto dagli altri. Se non ci fossero gli altri
saremmo vuoti, anche perchè non potrebbero non esserci. Chiudersi agli altri significa in qualche modo decretare un limite della propria esistenza. Allora c'è una sola cosa che bisogna odiare però ed è l'indifferenza.
Quelli che dicono ma che mi frega, che me ne importa a me come il signore del film "Ai confini della realtà"; la cosa importante è partecipare nelle forme e nei modi di ognuno: ci sarà che di voi tra qualche anno sarà
presidente della repubblica, chi sarà sindaco, chi sarà missionario, chi sarà avvocato ma anche chi semplicemente sarà nulla riempirà la sua vita del fatto di avere curiosità dell'altro.

Tutti questi progetti hanno questo senso quindi hanno questa ragione, hanno questo spirito, questa idea del dono dentro dentro di se. il
progetto dell'alfabetizzazione informatica degli anziani e non solo degli anziani, va in questa direzione; io ho visto molti di voi in questi progetti, i ragazzi si divertono molto ad insegnare intanto perché sembra una specie
di contraddizione in termini e invece è insegnare agli anziani i quali a loro volta trasmettono ai ragazzi la loro esperienza. Io ho visto ragazzi nei quartieri che si sentivano raccontare dai nonni non propri com'erano i quartieri prima di loro ed è una cosa che evidentemente affascina molto.
Il tavolo intereligioso è una cosa molto giusta e molto importante e che ci ha consentito in questa città di essere un luogo nel quale si accoglie. Perché a Roma non è successo quello che è successo in altre grandi
città europee con gli effetti che conosciamo? Perché Roma è una città che accoglie, che integra. Io ho accontato altre volte che sono stato in una scuola elementare dove i bambini mi hanno accolto con il canto di
"Roma Capoccia" e in prima fila c'erano un bambino giapponese, un bambino dello Sri Lanka che cantavano "Roma Capoccia" a squarciagola e va benissimo così ed è così deve essere perché così è stato per noi.
Perchè noi adesso ce lo siamo dimenticati perchè siamo scordarelli, come si dice, ma noi siamo stati emigrati, noi siamo andati in giro per il mondo e siamo stati esattamente come sono gli immigrati oggi in Italia, esattamente uguali. Se voi andate al Museo di Ellis Isle alle porte di New York che raccoglie tutto quello che l'immigrazione italiana ha portato e non solo italiana, trovate le stesse cose che ci sono dell'immigrazione oggi. Allora il tavolo intereligioso è anche qui una cosa che si fonda sul rispetto dell'altro.
Hai una religione diversa dalla mia? Ti rispetto.

Giovanni Paolo II è stato un grandissimo Papa non solo per il suo tratto umano che tutti quanti ricordiamo ma è stato un grandissimo Papa anche per la curiosità che aveva. E' andato in Sinagoga ad abbracciare il rabbino capo, dopo l'11 settembre ha chiamato i musulmani fratelli, andava ad Assisi per fare i tavoli intereligiosi, voleva in tutti i modi trovare una forma di dialogo con il patriarca di Mosca Alessio II, cioè ha speso gran parte della sua vita a cercare a cercare il dialogo intereligioso perché l'alternativa al dialogo religioso è la guerra tra civiltà e religioni che è l'anticamera della fine dell'umanità stessa.
L'ultima questione che è stata posta è quella che riguarda gli archivi della memoria. Noi abbiamo deciso qualche mese fa con Maria di avviare un progetto sugli archivi delle scuole. Gli archivi delle scuole sono dei
tesori; il vostro preside, il preside Mari, sa benissimo quanto questo progetto sia importante per la città e per la scuola. io spero che un giorno nelle nostre scuole si possa conservate tutti i materiali; adesso con le
tecnologie se si desse alle scuole un po' più di risorse di cui le scuole hanno bisogno, e se si considerasse che in un paese come l'Italia ci sono poche cose su cui bisogna far leva, una si chiama scuola, una si chiama
ricerca, e la terza si chiama valorizzazione del patrimonio culturale anche ai fini turistici; sono le tre cose con le quali Roma cresce quattro volte il resto del paese perché investe in questa direzione. Ma i temi, i temi che ciascuno di noi ha fatto a scuola, perchè non dobbiamo conservarli? Io sono andato a parlare con tanti presidi e per ragioni di spazio vengono... Benissimo ma oggi possiamo metterli con lo scanner dentro un dischetto e
tenerli. Avere i temi. Quanto mi piacerebbe poter leggere i temi dei ragazzi del Dante durante il fascismo, durante la guerra, durante la ricostruzione, negli anni '60, durante il terrorismo. Gli insegnati danno sempre
giustamente temi di attualità: sarebbe molto bello ricostruire la storia italiana però non possiamo farlo e allora oggi dobbiamo avere della memoria e con la memoria un atteggiamento particolarmente attento e questo progetto che stiamo facendo va esattamente in questa direzione. Insomma la memoria, la relazione con l'altro, il prendersi cura.

A me piace molto una frase che trovai un giorno andando alla scuola di Barbiana che era la scuola di Don Milani. Don Milani era un prete che prendeva dei bambini figli di contadini espulsi dalla scuola perchè facevano le bizze o perché ... chissà e li portava a studiare in questa piccola scuole, che è veramente non piccola, piccolissima, una stanzetta. E su questa stanzetta aveva lasciato una scritta che diceva "I care" cioè mi
prendo cura, mi prendo in carico. ecco. Che è esattamente il contrario del menefreghismo. Me ne frego e I care sono agli antipodi.

Allora tutti questi progetti il lavoro che voi avete fatto, le esperienze che avete conosciuto, il racconto perchè il film di Matteo come immagino i DVD che vedrò e che hanno fatto i ragazzi e anzi, dico e ancora non lo sanno, che i ragazzi del Dante saranno ampiamente protagonisti del film di
Cristina Comencini sull'Africa che vedremo credo il 18 all'Auditorium, tutte queste esperienze che noi abbiamo fatto hanno esattamente lo stesso segno, questa chiave, questa idea del rapporto tra se e gli altri, del
dono di se che è in fondo, ripeto, la condizione migliore per vivere in serenità la nostra vita. Grazie.

 

Walter Veltroni - 20 aprile 2006

 

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