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                                                                                                parole di sindaco

6° Summit Mondiale dei Premi Nobel per la Pace:

emergenza Africa

Caro Presidente Gorbaciov, gentili ospiti,

Anche quest'anno ci ritroviamo qui, in questa sala del Campidoglio, nel cuore di Roma, e ancora una volta ho il piacere di dare il mio benvenuto, e quello di tutta la città, ai partecipanti a questo VI Summit dei Premi Nobel per la Pace.

 

I dodici mesi trascorsi dallo scorso novembre sono stati intensi, difficili, tali da confermare molte delle analisi e delle preoccupazioni che ci unirono durante il nostro ultimo incontro. Tante ferite, nel mondo, sono rimaste aperte. E' così in Iraq. E' così in Medio Oriente, per il popolo israeliano e per quello palestinese. E' così per due donne che si battono per la libertà e per i diritti della propria gente, Aung San Suu Kyi e Ingrid Betancourt, ancora prigioniere.

 

Le esplosioni di Londra, e poi quelle recenti di Bali e di Amman, hanno fatto altre vittime innocenti e hanno ribadito quanto il terrorismo internazionale e l'integralismo che lo alimenta siano i più grandi nemici dell'umanità. Non solo dell'Occidente, ma dell'intera civiltà degli uomini, di tutti i popoli, le culture, le religioni che la compongono.

 

Anche la natura si è unita a tratteggiare un quadro fosco, con lo tsunami nel Sud-Est asiatico, con l'uragano che ha devastato New Orleans. E sono sembrate davvero un paradigma del nostro tempo, quelle fotografie scattate dall'alto: sui tetti delle case circondate dall'acqua, a scrivere disperate richieste di aiuto, solo neri, solo poveri. Attorno a loro violenza, saccheggi, scene da medioevo. A raccontare un mondo sempre più diviso. Non solo socialmente, ma quasi temporalmente: una piccola parte proiettato verso il futuro, tutto il resto prossimo a precipitare nella barbarie.

 

La risposta degli uomini e dei loro governi, d fronte a tutto questo, troppo spesso non sembra essere all'altezza. A volte è incuria, a volte si tratta di scelte sbagliate, altre ancora di colpevoli ritardi o di mancanza di concretezza. Sta di fatto che il ricco Occidente appare come il mondo preoccupato solo di difendere i propri privilegi, il mondo che non vede e non sente il dolore degli altri. Che costruisce barricate e divisioni degne delle mura delle fortezze erette dai signori di un tempo lontano secoli. Lontano, ai livelli più bassi, sono confinati quelli che non devono disturbare, che devono restare invisibili agli occhi di chi sta in alto.

 

Se pensiamo proprio all'Africa, che dei problemi e delle speranze del mondo è il simbolo più grande, dobbiamo ammettere che è così. E' vero, qualcosa si muove: anche grazie all'impegno della Commission for Africa, di Bob Geldof e di Tony Blair, l'ultimo G8, a Gleneagles, è stato un passo in avanti, e per una volta ci sono stati risultati di sostanza. Se utilizzati bene, altri 25 miliardi di dollari all'anno in aiuti, assieme ai 55 miliardi di dollari di sgravio del debito, potrebbero fare una grandissima differenza per la vita di milioni di persone.

 

Ma è anche vero che il bilancio complessivo è stato al di sotto di quello che speravano i popoli africani e le organizzazioni non governative. La cancellazione del debito è ancora parziale, perchè riguarda diciotto paesi ed è relativa solo a quella parte di debito dovuto al Fondo monetario internazionale. Il raddoppio degli aiuti è dilazionato fino al 2010: cinque anni di attesa che rappresentano milioni di vite sacrificate.

 

Ma l'Africa non può più attendere. A nessuno, che soffra come soffre l'Africa, si può chiedere di aspettare tanto per avere giustizia.

 

Abbiamo appena ascoltato le parole di un uomo che è simbolo della libertà e dei diritti non solo del suo popolo, ma di tutti i popoli africani. Una delle battaglie che Nelson Mandela sta conducendo con più forza è quella contro l'Aids, che pochi mesi fa gli ha portato via un figlio. Ebbene, è proprio di questi giorni il Rapporto dell'Onu che sottolinea come il 2005 sia purtroppo, in negativo, un anno record. Siamo al picco più alto dal 1981: cinque milioni di nuovi casi, 3 milioni e 200 mila dei quali l'Africa sub-sahariana, come sempre la regione più colpita al mondo, con quasi 26 milioni di persone sieropositive su un totale di 40 milioni.

 

Ma rispetto al nostro Summit di un anno fa, rispetto al quadro della situazione che reciprocamente ci facemmo, sono tante altre le cose che in Africa non sono cambiate. In Africa si continua a morire, e sono soprattutto bambini, per "cause prevedibili", vale a dire per denutrizione e malattie che altrove sono ormai debellate. Anche quest'anno un milione circa di africani sono morti in uno dei tanti conflitti dimenticati. Anche quest'anno ammontano a circa 120 milioni i bambini che non sanno cosa sia un'aula scolastica, che non impareranno a leggere e a scrivere, che per questo non avranno futuro.

 

Di questi giorni è anche il Rapporto della Fao sullo stato dell'insicurezza alimentare nel mondo. L'ennesimo grido di allarme, per l'ennesima volta pressochè inascoltato, su una situazione che dovrebbe far vergognare ogni uomo, e per primo coloro che hanno potere e responsabilità: ogni anno, e in Africa molto più che altrove, muoiono di fame sei milioni di bambini. Come se tutti i bambini del Giappone d'un tratto non ci fossero più. Come se due terzi dei bambini italiani sparissero di colpo.

 

E così l'aspettativa di vita di molti paesi africani diminuisce, anzichè aumentare. siamo al  punto in cui oggi il Botswana registra un calo della speranza di vita doppio di quello della Francia sa causa della prima guerra mondiale: meno 16 anni tra il 1914 e il 1918 in Francia, meno 31 anni nel paese africano. E un bambino che nasce nello Zambia ha meno probabilità di raggiungere i trent'anni rispetto a che nasceva in Inghilterra nel 1840.

 

Eppure le soluzioni coi sono, le ricette sono state individuate. Si tratta di passare all'azione, ad esempio con regole e meccanismi decisionali alla base degli scambi commerciali e con l'abbattimento delle barriere doganali, perchè un aumento dell'1% della quota africana del commercio mondiale produrrebbe, per dare solo una cifra in vista del vertice Wto di dicembre ad Hong Kong, un vantaggio di oltre 70 miliardi di dollari, vale a dire tre volte l'aumento degli aiuti concordati a Gleneagles.

 

E ancora si tratta di agire con finanziamenti per contrastare Aids e malaria, con l'effettiva cancellazione del debito, con lo 0,7% del Pil di ogni paese finalmente tramutato davvero in aiuti allo sviluppo, perchè è desolante constatare il divario tra questa promessa ormai lontana nel tempo e nella realtà. Desolante soprattutto per quanto riguarda l'Italia: eravamo già in fondo alla classifica con lo 0,17% del Pil, e ore rischiamo, con i tagli di questa finanziaria, di precipitare addirittura allo 0,12%. ultimi fra gli ultimi.

 

Eppure se c'è un momento per agire, è adesso. Se crediamo alla possibilità di iniziare la svolta che dovrà consegnare la povertà alla storia, il momento è questo. Non solo perchè è immorale attendere ancora. Non solo perchè è interesse comune, considerando che nel mondo di oggi non c'è problema e squilibrio che non faccia sentire le conseguenze ovunque, e che anche di qui passa la strada che conduce alla pace e alla sicurezza internazionale.

 

Il momento è adesso perchè l'Africa ha energie e potenzialità. Perchè il suo cammino verso la democrazia attende altri passi avanti in termini di buon governo, di rispetto dei diritti e lotta alla corruzione, ma è ormai avviato. Perchè nell'ultimo decennio sedici paesi dell'area sub-sahariana hanno fatto registrare tassi di crescita di oltre il 4%, e perchè istituzioni come l'Unione Africana o il Nepad sono più forti di prima e hanno bisogno di essere considerate partner affidabili. Ha ragione, in questo senso, il Premio Nobel per la Pace, la signora Wangari Maathai, quando dice: "Ora tocca a noi, ora spetta alla leadership africana creare le condizioni necessarie per ricevere e sfruttare gli aiuti".

 

Nella sua attività di cooperazione internazionale, di collaborazione tra città, tra governi locali, Roma ha avuto modo di verificare che è così, che c'è una maggiore capacità di confronto, di collaborazione, di impiego delle risorse.

 

Con il Mozambico, con Maputo, è in piedi una collaborazione che ci ha permesso di costruire, nel sobborgo di Marracuene, quattro pozzi che portano acqua a migliaia di persone che non ne avevano e anche una scuola, grazie a un progetto che ha visto protagonisti insieme alla nostra Amministrazione i ragazzi di alcuni licei romani. Con la capitale del Ruanda, con Kigali, abbiamo lavorato per aumentare la produttività agricola delle zone periferiche urbana e per migliorare le condizioni di lavoro e di vita della popolazione. E tra due giorni, ancora con i ragazzi delle scuole di Roma, partiremo proprio per il Ruanda, dove a Gatare, un villaggio a 150 km da Kigali, apriremo un'altra scuola. Una scuola dove studieranno insieme, in pace, i bambini hutu e tutsi.

 

Le generazioni presenti hanno di fronte a sé un grande compito. Devono agire, devono scoprire e mettere in pratica la verità che libererà l'Africa dalla povertà, che porrà finalmente l'Africa non più alla periferia ma al centro del mondo. Quella verità di cui Shakespeare diceva "Trionfa sempre, ma la vittoria è lenta e difficile come le dee antiche, si prende il suo tempo. Ma il tempo degli dei non è quello delle persone".

 

E' così. Di tempo, per le persone e i popoli d'Africa, non de n'è più. Bisogna solo agire. Servono le decisioni concrete della comunità internazionale, del "grandi" della Terra. E servono, insieme, le azioni e i progetti concreti frutto della cooperazione decentrata fra le città, dell'impegno delle associazioni e delle organizzazioni non governative, della fatica quotidiana dei volontari e dei missionari.

 

E' un'opera di grande respiro, è un compito enorme e appassionante. E' una lotta di tutti i giorni, da condurre con la stessa passione che pochi mesi fa ha riempito le vie e le piazze di Roma per la seconda grande manifestazione "Italia Africa". Roma è orgogliosa di essere l'unica città dell'Occidente dove avviene qualcosa di così grande.

 

E' una lotta, una sfida, da affrontare con uno spirito non diverso da quello racchiuso in alcune parole di un grande scrittore che non aveva paura di cimentarsi con i sogni: "Colui che ara la terra - diceva Antoine de Saint- Exupery - incontra pietre, diffida delle acque oppure ci spera, e in questo modo comunica, si irrobustisce e si illumina, ma ognuno dei suoi passi si fa sentire".

 

Sono molti i passi da fare. il cammino è lungo. Gli ostacoli sono molti. alcuni verranno superati, altri si aggiungeranno lungo la strada. Di una cosa, però, possiamo essere certi: non c'è causa più nobile per la quale battersi, non c'è obiettivo più grande per il quale spendere le nostre energie, la nostra vita.

Walter Veltroni - 24 novembre 2005 

 

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