26.04.2006           chi siamo scrivici

             amici link

 

ViaVenetoRoma


Comune di Roma


Zètema


Upter


Atac Roma


LaScatolaChiara


MiniposterCinema


AIG - ostelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                               parole di sindaco

25 aprile: Festa della Liberazione

Via Urbana 2 è l'indirizzo presso il quale don Pietro Pappagallo del quale in questi giorni un bellissimo
sceneggiato televisivo ha raccontato la parte finale della vita, ospitava le persone che avevano che avevano bisogno di aiuto e che lui guardava come degli esseri umani, degli esseri umani in fuga, minacciati, qualcuno
era scappato dal Ghetto la notte del 16 ottobre del '43.

Era un sacerdote, era una persona che aveva quello che Marta prima ha detto; credo che tutti siamo rimasti colpiti dal suo intervento, dalla sua passione ma non pensiamo che Marta sia un caso isolato, io sono molto ottimista perchè vedo tra i ragazzi della nostra città, ma penso non solo a Roma, una grande sete, un gran bisogno, una grande voglia di valori e una grande passione civile che si riaccende e penso che questo sia per il nostro paese una grande opportunità. Don Pietro era uno
di quei tanti cittadini che allora fecero la scelta che Marta richiamava; qui ce n'è qualcuno: Massimo (Rendina n.d.r.), Henry Schindler, e poi una persona alla quale vorrei che rivolgessimo un applauso particolare perchè è uno di coloro i quali hanno visto e l'hanno visto nel modo più terribile l'inferno di Auschwitz-Birkenau, Slomo Venezia che è con noi oggi e che io voglio ringraziare per una cosa particolare perchè Slomo è stato ragazzo
in quell'inferno, nell'inferno è stato costretto a fare uno dei lavori più terribili che quello dello zonder command, coloro i quali si dovevano occupare delle persone uccise nei forni crematori e nelle docce e ogni anno. Slomo
torna con noi ad Auschwitz, torna con noi e con i ragazzi delle scuole romane e io ogni volta che lui parla come Piero Terracina, come le sorelle Bucci, coma Sami Modiano e come tanti altri, sento quanta fatica facciano
a tornare fisicamente in quei luoghi che sono i luoghi nei quali la loro vita è stata spezzata, e a raccontare quello che raccontano. Ma una delle cose più belle di questa esperienza, di questa meravigliosa esperienza come sindaco, è la sera quando dopo essere stati con i ragazzi ad Auschwitz, si torna in albergo; i ragazzi sono ovviamente stanchi perchè è stata un'esperienza emotiva, Massimo è stato con noi, Leone Paserman
presidente della Comunità ebraica è stato con noi, e la notte, finchè Slomo non smette, i ragazzi si fermano per parlare ancora con Slomo, perchè hanno una quantità immensa di domande da fare e la generosità di
quest'uomo meraviglioso è che non smette di dare le risposte che sono racchiuse nel racconto della sua vita.
Sono persone come loro, anche semplici cittadini, chi faceva lo scalpellino, chi faceva il muratore, chi faceva il tipografo. Quanti sono stati a Roma i tipografi che hanno aiutato la Resistenza? Quante sono state le donne che
hanno fatto le staffette partigiane, che hanno rischiato la loro vita per portare un'informazione o per portare qualcosa da mangiare a chi era nascosto? Quanti sono stati i sacerdoti? Quanti sono stati i militari? Gente
comune, semplici cittadini i quali, ad un certo punto,  hanno pensato che nella loro vita c'era qualcosa di più importante di se stessi. Marta ha detto prima una cosa molto giusta, Ha detto "oggi questo ci sembra ovvio con l'occhio della storia" ma pensiamo alla vita di ciascuno di noi oggi, pensiamo all'idea di rinunciare a tutto, di mettere in discussione tutto, la famiglia, gli affetti, la casa, il lavoro per qualcosa di cui non sappiamo l'esito perchè nessuno sapeva quale sarebbe stato l'esito e quando sarebbe stato l'esito e che tuttavia sentiamo come un dovere morale, etico. Ecco perchè il 25 aprile è una festa degli italiani e da disturbo perfino l'idea che qualcuno possa non capire che è così. E' la festa degli italiani perché è la festa dell'Italia migliore, dell'Italia generosa, dell'Italia solidale, dell'Italia disinteressata, dell'Italia dei mille e mille eroi che non volevano per se un nome su una lapide ma volevano consentire a tutti quella libertà perduta.
Questa storia è una storia nella quale c'è un legame molto forte, avete sentito Hemry Schindler, ha detto una cosa molto bella, che non è vera ma è molto bella. Ha detto "per noi soldati era facile perché avevamo la
copertura degli aerei, avevamo le armi". Non era facile, non è mai facile essere soldati in una guerra nella quale tanti di loro sono caduti e io voglio approfittare di questa occasione per dire una cosa che sento molto: io
vorrei che il prossimo anno, magari in questa stessa occasione di questa giornata, il 25 aprile una delegazione di noi andasse ai cimiteri di Nettuno e di Anzio. Lì dobbiamo andare perchè quei cimiteri sono i nostri cimiteri, ci sono ragazzi americani, inglesi, alleati che sono venuti dall'altra parte del mondo ad aiutarci a ritrovare quella libertà che noi avevamo perduto. Perché noi l'avevamo perduta, perché su questa piazza qua sotto c'erano migliaia di persone ad esultare quel giorno del 10 giugno 1940 e quando sono state approvate da Mussolini le leggi che hanno impedito agli ebrei di andare nelle stesse scuole, di poter salire sugli stessi autobus, di poter sedere sulle stesse panchine e che hanno aperto la strada a quella infamia che è stata via Tasso, non c'è stata la ribellione che ci sarebbe dovuta essere; e noi dobbiamo gratitudine a questi ragazzi americani, inglesi, canadesi di tutti i paesi del mondo che sono venuti qui. E quei cimiteri sono i cimiteri degli italiani veri.
Noi vogliamo che questo nostro paese, tanti anni dopo, viva insieme questa festa, con la gioia e l'allegria di una festa per qualcosa che oggi nessuno vuole o può mettere in discussione che è la libertà. La bellezza di
poter dire le proprie idee di poterle sostenere in ogni condizione e in qualsiasi situazione, di poter stampare i propri giornali, di organizzare i propri sindacati, di poter fare le manifestazioni, le associazioni.
La bellezza della democrazia, la bellezza di un sistema ci sono opinioni diverse che si confrontano e che vorremmo tutti quanti si potessero confrontare in un clima di rispetto reciproco e di legittimità reciproca. Noi
dobbiamo prendere dalla storia di quel momento unificante qualcosa di grandemente importante, lo ha detto Piero (Marrazzo) e lo ha detto Enrico (Gasbarra): quando hanno fatto la Costituzione, insieme, i padri della
nostra Repubblica erano impegnati in un clima di divisione politica molto più aspro di quanto non sia oggi, perché allora c'erano gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, c'era il mondo diviso in blocchi, c'erano cose più
grandi di quanto siano le divisioni di oggi, ma il paradosso è che oggi non si riesce a trovare quel minimo comun denominatore di unità negli interessi nazionali che allora furono in grado di trovare. Ma per trovarlo bisogna
risalire alla fonte e la fonte è degli italiani durante la liberazione del nostro paese dall'occupazione nazista e dal fascismo. Lì è la fonte della nostra identità comune ed è una fonte nella quale tutti si possono e si devono
riconoscere. il 25 aprile è la festa di tutti gli italiani nessuno escluso perché voglio sapere se c'è ancora qualcuno che può pensare che si possa vivere meglio o che si possa avere nostalgia di un sistema nel quale se avevi un'idea diversa da quelli che avevano il potere finivi in galera o fini in campo di concentramento, o ti passavano per le armi o ti sparavano come è successo a tanti a Bravetta. Si può avere nostalgia di un regime che decretava che c'erano uomini di serie A e uomini di serie B, di un regime che ci ha potato alla guerra nell'esaltazione assurda del valore catartico che avrebbe avuto una guerra che ha significato invece per milioni di
italiani una tragedia, che ha lasciato i segni per generazioni intere, vuoti, buchi nelle famiglie, nelle case, nei quartieri, nelle città.

Chi può avere nostalgia di tutto questo?

E allora viviamo la festa del 25 aprile come la festa di tutti gli italiani nessuno escluso, nessuno escluso. Viviamola come un momento nel quale si può avere coscienza della storia perché la storia non è un ammasso informe, nella storia c'è un prima e c'è un dopo e quando si sentono delle equivalenze assurde tra fascismo e antifascismo si deve ricordare tra le tante cose una semplice cosa: che l'antifascismo è nato perché c'è stato il fascismo, perchè c'è stata la sottrazione della libertà individuale e collettiva, perché c'è stato un regime in cui uscivano solo i giornali che non venivano censurati. L'antifascismo è nato da qui e quindi questa condivisione deve avere questa consapevolezza: che ora possiamo camminare insieme, ciascuno con le sue idee, ciascuno con le sue opinioni ma camminare insieme per dare a questo paese quel senso di speranza del quale parlava Massimo all'inizio che poi Marta ha richiamato, quel senso di speranza e quel senso non vorrei dire di allegria anche se penso che il 25 aprile dovrebbe avere per tutti noi italiani non un clima di tensione, di contrapposizione, di odio ma quella stessa esplosione di gioia e di felicità che ci fu il 25 aprile del 1945 per la libertà e la democrazia riconquistate al destino di questo nostro paese.
Camminiamo insieme per ridare speranza all'Italia, ciascuno per la sua parte, ciascuno può fare, sta al governo o stia all'opposizione, sia in una posizione politica o sia in un impresa, sia in un'associazione del volontariato o sia nella propria casa; facendo il proprio lavoro ciascuno può dare a questo paese quella ripresa di fiducia e di speranza che oggi noi sentiamo come un bisogno.

Viviamolo così questo 25 aprile, non come il tempo della divisione ma come il tempo dell'unità, dell'unità di un paese che si guarda, si specchia nei valori della Resistenza, nei valori della democrazia e della libertà, un paese che rende omaggio ai protagonisti meravigliosi di quella storia; che avessero una tonaca, una divisa o un fazzoletto al collo, tutti insieme hanno
salvato l'Italia da quel baratro.
A quei valori, al significato delle parole libertà, democrazia e pluralismo guardino tutti insieme gli italiani e
costruiscano in un regime certo di dialettica politica ma di concordia nazionale il futuro del nostro paese.

 

Walter Veltroni - Campidoglio - 25 aprile 2006

 

cerca


soggettive


accade a Roma


la città futura


c'era una volta


città del cinema


for de porta


antichi sapori


Roma sparita


paroledisindaco