martedì 12 gennaio 2010
c'era una volta
Pier
Paolo Pasolini quella sera all'idroscalo
In
quel mucchietto di stracci insanguinati
"Ma
chi è quer fijo de mignotta che ha scaricato 'sta monnezza sotto casa
mia?, me so' detta appena l'ho visto: pareva un sacco di stracci. E
invece era n'omo. Morto". Sono le 6,30 di domenica 2 novembre quando
Maria Teresa Lollobrigida in Principessa, in gita con la famiglia nella
sua villetta abusiva al centro della baraccopoli più squallida di Ostia,
denuncia ai carabinieri la sua scoperta. Ci vorranno altre due ore prima
che "il sacco di stracci" venga identificato in "Pasolini Pier Paolo, di
Carlo, anni 53, nato a Bologna, residente a Roma, di professione
scrittore e cineasta (precedenti penali fascicolo modello 22 cfr.
archivio della squadra mobile)". Il regista, lo scrittore, il poeta, il
"diverso" geniale e famoso è fissato dal mattinale dei carabinieri nella
sua ultima e più drammatica dimensione: quella di un omosessuale morto
ammazzato.
Scena del delitto: via dell'Idroscalo, a Ostia. È un tortuoso percorso
di terra battuta che separa le baracche "per tutte le stagioni" dei
senza tetto, dalle "baracche per l'estate" dei sottoproletari romani
tirate su abusivamente "per far fare un po' di mare ai bambini". A pochi
metri dalla spiaggia, una sottile fettina di sabbia nera e sporca, via
dell'Idroscalo si apre a destra in uno sterrato che i ragazzi del posto
hanno trasformato in un rudimentale campo di calcio: alle due estremità
quattro tubi metallici simulano le "porte". È qui che Pasolini è stato
aggredito, colpito, massacrato a colpi di trave dal suo giovanissimo
partner nella notte tra il sabato e la domenica. Ha tentato di salvarsi
fuggendo e ha tracciato sulla ghiaia con il sangue il disperato
percorso. È stato finito poco oltre, schiacciato dall'assassino sotto le
ruote della sua stessa macchina. "La vittima", si legge nel verbale
degli inquirenti, "giace bocconi con le mani unite sotto il torace;
presenta ferite da corpo contundente sulla nuca e sulla faccia,
abbondanti emorragie e fuoruscita di sostanza cerebrale; sopra la
schiena tracce di pneumatici... indossa una canottiera verde, blu jeans,
calzini marrone, stivaletti marrone, biancheria ordinaria..,". "Strano",
commenterà un brigadiere, "uno come lui era più logico pensarlo in
mutandine dl seta". Ma chi ha ucciso Pier Paolo Pasolini? E perché? Via
via le risposte si dipanano sul filo di due storie apparentemente
parallele.
Sono le due di sabato notte, sul lungomare Duilio, a Ostia, una Giulia
grigia sfreccia a 170 all'ora. Una "gazzella" dei carabinieri si butta
all'inseguimento: eccesso di velocità. La corsa della Giulia "Gt" si
arresta contro un muro. Il guidatore è un minorenne "inquieto": Giuseppe
Pelosi, 17 anni, precedenti per furto. Quando si vede braccato resiste,
tenta la fuga. Ma inutilmente. Viene acciuffato e incriminato per furto:
l'auto, che risulta intestata a Pier Paolo Pasolini, è stata rubata. Di
qui, parte un sorprendente giallo ad incastro. Primo pezzo: un appuntato
telefona a casa del regista, a via Eufrate all'Eur, per segnalare il
ritrovamento della Giulia. Risponde la governante. È sorpresa che
Pasolini non sia ancora rientrato: "Di solito", dice, "se tarda
avverte". Secondo pezzo. Il ragazzo si ricorda all'improvviso di aver
perduto un anello: "forse è nella macchina", suggerisce ai carabinieri,
poi lo descrive dettagliatamente: una pietra rossa incastonata tra due
aquile dorate e sotto la scritta "United States Army", insomma, un
oggetto più adatto a un "marine" che ad un romano di borgata. Terzo
pezzo. L'anello in macchina non c'è. I carabinieri si fanno sospettosi:
"Ma perché 'sto ragazzetto ci tiene tanto?", si chiedono. E ancora:
"Come si fa a perdere un anello? Occorre prima sfilarlo dal dito. Tranne
che qualcuno non ce lo tiri via. Magari durante una colluttazione". E il
ladruncolo aveva, al momento dell'arresto, la camicia macchiata di
sangue e una ferita sulla fronte. Si cerca di prendere tempo. Quando il
brigadiere Cuzzupé batte a macchina l'ultima cartella del verbale, si è
fatta l'alba. Poco dopo, la notizia che all'Idroscalo hanno trovato un
morto. Nel sopralluogo, accanto al cadavere. della vittima, qualcuno
vede brillare un anello. È esattamente quello descritto da Giuseppe
Pelosi: il topo d'auto è anche l'assassino dell'Idroscalo? Poco dopo,
Ninetto Davoli, arriverà per il riconoscimento. All'una di domenica
Pelosi confessa. Ha ucciso Pasolini, dice, perché "non voleva stare al
patti. Il maschio dovevo farlo solo io e non uno alla volta".
È questa la verità sulla fine di Pasolini? La sproporzione fra la
statura del personaggio e la banalità della sua morte, per quanto
prevedibile (tempo fa aveva confidato a Moravia: "sai ogni volta che
esco per una 'battuta' sento di rischiare la vita"), ha fatto nascere in
qualcuno dei dubbi. I due si conoscevano? È questa la prima domanda. Se
la risposta fosse affermativa, anche l'ipotesi di un delitto diverso,
una vendetta di gruppo o magari un delitto politico sarebbe meno irreale
di quanto appaia a prima vista. Comunque, lo scenario della sua morte se
l'è scelto lui: una squallida baraccopoli, all'aperto. "Conosceva la
zona perché forse ci voleva girare un film", ha osservato il capitano
dei carabinieri Tommasselli. "Sì, e come no?", ha rintuzzato un cronista
con eschimo, "e sai il titolo? 'Ciak, si gira il mio assassinio'".
Da "l'Espresso" del 9 novembre 1975: la storia e la personalità di
Pier Paolo Pasolini raccontata da Valerio Riva, Cristina Mariotti,
Alberto Moravia, Umberto Eco, Giovanni Testori, e dal poeta stesso.