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11.11.2007 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                          soggettive

Pensando a Giovanna Reggiani

"Che è stato?" grida Simonetta uscendo dal bagno, con la testa ancora
bagnata, e contemplando attonita quel macabro spettacolo che stasera ci
offre la televisione: un dibattito sull'omicidio di Giovanni Reggiani.
Non so rispondere, non riesco a distogliere lo sguardo dai lineamenti
delicati della giovane donna. "Ahi! Ahi" dice Gabriele, il nostro figlio
ventunenne. "E' meglio che non dica ciò che penso. Sono proprio
arrabbiato! Non ha torto chi afferma che l'Italia si sta scoprendo
una società multietnica e multiculturale." Il tredicenne Alessandro si
irrigidisce e rivolge uno sguardo inquieto al fratello, che stringe le
spalle alzando le sopracciglia come a voler dire: "Che ci vuoi fare?"
Già. L'omicidio di Giovanna Reggiani e la vendetta razzista contro tre
ragazzi rumeni hanno suscitato profonda emozione. Scambio un'occhiata
con Simonetta, che abbassa gli occhi, inspirando profondamente, con il
pensiero rivolto all'omicidio della Reggiani. "Attenzione, però"
intervengo io "Sono due orrori che impongono una risposta forte. Il
primo appare come l'ultimo anello di una catena di fatti terribili, a
lungo sottovalutati, dove si intrecciano violenza e illegalità diffusa.
Il secondo è l'espressione di una logica di vendetta che offende il
dolore e non può e non deve avere terreno in cui crescere. Guai a fare
ricorso alla giustizia fai da te, i cittadini chiedono giustizia ma ad
assicurarla devono essere le istituzioni pubbliche." Simonetta scuote
la testa "Questo è improbabile. Se, come credo, l'Italia si sta
scoprendo a poco a poco, e sotto la sollecitazione emotiva di casi di
particolare gravità, una società multietnica e multiculturale, è troppo
tardi per prendere iniziative serie. Oramai siamo invasi da rom, buoni
o cattivi che siano, e non possiamo più rimandarli indietro." Gabriele
fa un gesto di sufficienza: "Figurati! Quelli se ne stanno trincerati
dietro baraccopikli improvvisate, pregano il loro Dio e aspettano che
qualcun altro tolga loro le castagne dal fuoco". Ceniamo. Mangiamo per
un po' in silenzio, poi Simonetta, con espressione perplessa, osserva:
"C'è poco da fare: ora che sono entrati in Italia, nessuno può più
mandarli via". Gabriele, pur continuando a mangiare, non rinuncia a
dire ciò che ha in mente: "Certo" dice scuotendo la testa con aria
pensosa "però si devono adattare a seguire regole civili, rispettando
gli altri nonchè l'ambiente che li circonda, e se..." "Se! Se! I se non
servono a nulla, Gabriele. Le recriminazioni non ci aiuteranno".
"Allora?" risponde lui. Sbuffo con forza, mi alzo e esco sul balcone
con un bicchiere di passito in mano. Moscato liquoroso. Vino da
meditazione. Una lunga folata di vento gelido marino, che fa turbinare
le foglie morte nel cortile, mi convince a rientrare. Sulla soglia mi
volto a guardare il cielo cupo, senza luna. il tempo sta cambiando. Ci
vuole un po' perchè smetta di tremare.

Mario Pulimanti (Lido di Ostia - Roma)
 


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