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I
tre ponti sul Garigliano
La storia
dell'umanità si è sempre scontrata con gli attraversamenti ed i ponti, ed
anche la mia personale, per quanto sia significativamente meno importante e
mai finirà sui libri, ha avuto i suoi momenti legati a tali strutture.
Era la metà degli anni '90 ed i lavori fervevano sulla variante 7 quater
della Via Appia. Dopo che a metà anni '70 si era avuta la costruzione, anzi
l'ammodernamento, di detta variante che da Formia portava fino al fiume
rendendo il tratto dalla località Santa Croce fino all'antica Minturnae una
vera e propria superstrada (due carreggiate separate ciascuna con due
corsie) a scapito di terreni e strade preesistenti, alla fine degli anni '80
l'ANAS ed i comuni del comprensorio si resero conto che non aveva senso una
strada che, partendo dalla congiunzione tra la statale Flacca e l'Appia, si
allargava in una splendida via per poi, circa 20 km dopo, rientrare sulla
stessa Appia proprio all'altezza del confine tra Lazio e Campania in un vero
e proprio imbuto, smaltendo solo parte del traffico che transitava per
Scauri ma senza vantaggi sostanziali (se non per noi che vivevamo a scarsa
distanza da una delle sue uscite intermedie). L'idea era di costruire un
grande ponte moderno che valicasse il fiume e permettesse al traffico di
defluire verso l'Appia o la Domitiana in maniera più armoniosa
decongestionando il ponte preesistente. I lavori furono imponenti ed il
risultato, inaugurato nel '94, davvero ottimo (vabbè, lo devo ammettere:
qualche volta sono state fatte cose valide anche nel sud pontino...), al
punto che, per anni, le mie visite a Minturno non potevano pregiudicare dal
passaggio per i “tre ponti” e, successivamente, per la foce del Garigliano.
Già,
ma perché tre ponti? Perché l'idea di costruire un manufatto che eliminasse
l'ostacolo naturale del fiume non era poi così moderna. Nei secoli passati
un po' più a monte, circa dove oggi si trovano gli stabilimenti termali di
Suio, esisteva un servizio di scafe ossia di chiatte che venivano manovrati
in modo da restare ancorati da una corda che era tesa tra le sponde di
Suessa (Suio) e Sinuessa (Sessa Aurunca). Il sistema era in opera dal
Medioevo, ma durante l'800, i re borboni si resero conto che quel metodo
tanto antico era diventato alquanto inefficiente per la portata del traffico
della zona. Decisero, pertanto, di indire la costruzione di uno dei più
moderni ed innovativi ponti del tempo. Il progettista prescelto fu
l'ingegner Luigi Giura, uno dei massimi esperti del tempo, che stava
progettando un'opera simile (oggi distrutta) sul Calore.
Il ponte Ferdinando (dal nome del re borbone) venne iniziato nel 1826 e
terminò nel 1832. Si trattava di un ponte a catenaria semplice, una vera
sfida per il tempo. In pratica, all'altezza delle due rive si alzavano due
alte colonne in pietra che facevano da sostegno per un lungo tirante che,
dal terreno retrostante, si ergeva, passava per la sommità della colonna,
scendeva verso il centro del fiume, risaliva fino alla cima della seconda
colonna e si interrava definitivamente sull'altra sponda. Saldate a tale
sostegno erano poste delle catene di ferro che fungevano da tiranti per il
pianale stradale sospeso. Tale sistema ha collegato le due sponde del fiume
per più di un secolo, fino a quando, nel 1943, fu bombardato e distrutto dai
soliti americani che l'abitudine di distruggere ponti ed opere d'arte non
l'hanno acquisita solo negli ultimi anni.
Pertanto,
quando per la prima volta mi imbattei in quel meraviglioso frutto
dell'ingegno umano, vidi un oggetto monco: mancava tutto il piano stradale e
le catene di sostegno nonché le meravigliose colonne portanti, corredate
anche di statue di leoni in stile egizio, oscillavano mestamente ed
inutilmente sul fiume sottostante. In compenso, nessuna protezione o
recinzione impediva di portarsi fino al bordo del fiume, anche a rischio di
effettuare un ben poco salutare tuffo in acqua.
Quindi, nel 1996, l'idea geniale: ricostruire il ponte per come era prima
del “regalino” a stelle e strisce. E nel 1998 l'inaugurazione del “nuovo”
ponte di Giura: il ponte tornava a mostrarsi come l'aveva visto re
Ferdinando di Borbone e tutti i suoi sudditi. Oggi, infatti, i visitatori
possono ammirare quello splendido monumento perfettamente ricostruito e
restaurato. Peccato che non sia più accessibile come prima, ma un recinto in
ferro e muratura permettano il passaggio solo a chi è munito di apposito
biglietto. Ma, si sa, la cultura costa e le recinzioni sono necessarie per
quanto deturpino il paesaggio...
Dagli anni '20, tuttavia, il ponte borbonico era già stato alleviato di
parte del traffico, grazie alla creazione di un altro manufatto, a circa 20
metri di distanza, a catenaria invertita. E' un'opera di cemento di
scarsissimo valore artistico ma di grande funzionalità, dato che ancora oggi
serve il passaggio lungo la via Appia. Il contrasto tra le linee discendenti
del ponte antico e quelle risalenti di questo secondo, tuttavia, danno
un'armonia che ben integra i due oggetti tra di loro. Infatti questo oggetto
è costituito da un grande arco che si erge dalla sponda fino al centro del
fiume, ricalcando le linee di quello storico, ma invertendole. Così, se ci
si posiziona in maniera adeguata, si riesce ad avere un effetto davvero
magnifico di intersezione di linee tra i due manufatti.
Oggi, purtroppo,
quel punto ideale è offuscato dalla recinzione del ponte borbonico, ma
spostandosi un po' si può ancora percepire il gioco di linee, anche se
inquinato dai pali verticali della recinzione stessa.
Il terzo ponte, come accennato, è quello strallato costruito negli anni '90.
Un ponte si definisce strallato quando viene rinforzato da stralli. In
pratica si tratta di un ponte che prevede l'uso di una sola colonna portante
(tipo l'albero delle imbarcazioni, per fare un esempio) a cui si legano dei
tiranti obliqui che hanno il compito di trattenere il carico sospeso e non
far flettere la colonna. Sono adatti tipicamente per scavalcare ampie aree
e, con la loro colonna altissima, possono diventare facilmente punti di
riferimento del paesaggio circostante.
Il nostro ponte è stato costruito un centinaio di metri a valle degli altri
due con la colonna posta in territorio laziale (ovviamente, un ponte
strallato è asimmetrico rispetto all'area da scavalcare, proprio perché
possiede solo una colonna portante). E' allo stesso tempo imponente e
slanciato, con i suoi dieci stralli equidistanti che si dipartono dalle
varie altezze della colonna verso le due direzioni formando una serie di
triangoli isosceli che danno aria e movimento alla struttura e facendolo
assomigliare ad una vela triangolare. Anche il colore della struttura,
celeste in tutte le sue parti con gli stralli bianchi, porta l'occhio del
turista a concentrarsi su tale struttura.
Sommato agli altri due, orizzontali e movimentati dalle curve delle
strutture portanti, la sua forma alta, slanciata e verticale sembra formare
una specie di contraltare: l'intera struttura sembra quasi una barca vela
stilizzata che si adagia su un mare in tempesta.
Per me, ormai, i tre ponti sul Garigliano sono un'attrattiva irrinunciabile,
sia dal punto di vista turistico, che dei ricordi. Non solo le lunghe
sgroppate in bici dalla foce che, all'altezza dei ponti, mi ricordavano che
la statale era vicina e, quindi, entro breve sarebbe arrivata la discesa ed
un po' di riposo, ma anche gli spettacoli teatrali estivi (il teatro di
Minturnae si trova di fronte al ponte borbonico) e gli orari improbabili cui
arrivavamo per trovare un parcheggio decente, ovvero lo spiazzo davanti al
ponte antico, nonché tanti piccoli episodi che in tanti anni si sono
cumulati.
Anche da lontano, magari dalle terrazze rialzate di Minturno o Suio, la
prima cosa (anzi la seconda: la prima è immancabilmente il fiume) che si
cercava immancabilmente erano i ponti, soprattutto quello strallato.
Sono una delle più belle attrattive della zona e, se qualcuno passasse da
quelle parti, un punto da non perdere assolutamente, magari dopo esser
transitato sopra quello strallato ed aver assistito all'effetto che i
tiranti possono creare quando si passa in velocità. Un gioco di geometrie
variabili ed imponenza della gigantesca colonna che resta sicuramente
impresso a chi lo osserva la prima volta.
Per cui cosa posso dirvi se non... arrivederci ai ponti!
Flavio