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                                                                                                   c'era una volta

Ricordi di una professoressa

 

Appartengo alla generazione che ancora adesso sogna come un incubo gli esami di maturità, che ha vissuto il '68 vedendo volare i tavoli d disegno dalle finestre dell'Università, che ha preso la laurea perchè sapeva quello che voleva fare nella vita e credeva che un titolo di studio fosse il passaporto migliore per entrare nel mondo del lavoro.
Così, dopo 18 anni di studio, sono uscita trionfante dal portone della scuola.... e ci sono rientrata dalla finestra perché mi sono ritrovata in cattedra a 23 anni.
Mi sono "specializzata" nelle migliori borgate di Roma: Casilino III, Torremaura, Tor Bella monaca, Primavalle, Mandrione, La rustica, e molte altre.
Cosa ricordo? La mia inesperienza, la mia impotenza davanti a una realtà così diversa dalla mia e sulla quale avrei dovuto operare, ma soprattutto ricordo i ragazzi.
Noi insegnanti eravamo i marziani che ogni mattina sbarcavano nelle aule in cui loro entravano svogliati e che parlavano di cose strane, di poesia, di storia, di matematica, di regole, mentre loro vivevano la prosa quotidiana, e che prosa!
Eppure ricordo la semplicità con cui mi raccontavano quello che avrebbero fatto appena i cancelli della scuola si fossero aperti per lasciarli uscire.
La scuola della strada è dura. Le loro vite erano circondate da padri e zii che entravano e uscivano di prigione, da madri che facevano il lavoro più antico del mondo, da gruppi di amici che la sera facevano "qualche lavoretto".
Ne parlavano semplicemente perché la loro realtà era quella e, tranne che per qualche fortunato, sarebbe rimasta quella.
Ricordo quando il sabato, tutti eccitati e ripuliti per l'occasione, mi dicevano che appena usciti da scuola sarebbero andati "a Roma". Sì, perché loro in quella borgata non si sentivano a Roma. Roma era per loro lo scintillio delle vetrine di piazza di Spagna, i ragazzi con cui cercavano di confondersi tentando di imitarne le mode, lo stadio dove andare al sera tardi a nascondere "un po' di munizioni" per la partita del giorno dopo, la realtà che per tutta la settimana sognavano mentre sfogliavano i fotoromanzi.
Mi sono mancati quei ragazzi, poco sognatori e molto legati alla loro realtà, così semplici da disarmarti, sempre pronti a farti un sorriso anche dopo un richiamo.
Sono andata in pensione presto. Non sono più tornata in quelle borgate. Ho avuto paura. Ho avuto paura di constatare che la modernità aveva rovinato anche loro.

maria grazia scialdoni

 

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