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martedì 15 febbraio 2011

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                           fuori porta

Sfollati a Riofreddo

Lunedì 26 luglio 1943 mio padre commise una grave infrazione che, se fosse venuta alla luce, gli sarebbe certamente costata la perdita del lavoro di meccanico collaudatore dell’ATAG (con la “G” di Governatorato).

Ecco i fatti. Erano passati solo sette giorni dal terribile bombardamento di Roma, che aveva distrutto gran parte del quartiere di origine della mia famiglia, San Lorenzo, e ci aveva lasciato una gran paura di altre prossime incursioni; era cominciata così, per chi era in grado di farlo,  l’operazione “sfollamento” nelle campagne circostanti.

Mio padre, che nelle uscite di collaudo degli autobus riparati era solito raggiungere i paesi della zona del Tivolese all’eterna ricerca dei pochi generi alimentari che gli era possibile comperare  a “borsa nera”, si era imbattuto un giorno in Riofreddo, un paesetto di poche centinaia di abitanti poco distante da Tivoli, certamente lontano, penso abbia pensato mia padre, da ogni obiettivo bellico.

Così, ovviamente senza spargere la voce tra i vicini, per la serie “non si sa mai…”, in quattro e quattr’otto  i miei organizzarono la fuga da Roma. Mamma preparò un minimo di bagagli e la mattina di lunedì 26, su un vecchio autobus da poco rimesso in sesto, partimmo per la grande avventura. I miei nonni materni, che vivevano con noi a Via La spezia, non vollero partire, quindi andammo noi tre, mamma, mia sorella Mirella di undici  anni, io che ne avevo otto compiuti proprio il giorno del bombardamento, tre vicini di casa, Ada e i figli Carlo e Silvana, oltre a sei-sette tra zie e cugini di San Lorenzo. Una bella comitiva.

Mio padre il venerdì precedente era andato a Riofreddo e si era accordato con un giovane maestro di scuola elementare, figlio di contadini del posto dove facevamo “la spesa”, che ci avrebbe sistemato, con il permesso del podestà, nella piccola scuola elementare, chiusa per le vacanze estive. In tre o quattro aule, con i  banchi ammucchiati sul fondo, una dozzina di sacconi riempiti di fruscianti foglie secche di granturco, a fare da letti.

Senza immaginarlo nemmeno lontanamente, questo bravo giovane aveva messo in opera nel piccolo paesino laziale la grande idea del maestro Robert Schirrmann, che nel 1912 aveva  dato vita in Germania agli Ostelli per la Gioventù, utilizzando come camerate le aule delle scuole chiuse in estate.

Io non ricordo assolutamente nulla di quel periodo – all’incirca tre mesi – trascorso a Riofreddo; tutto quello che so lo debbo ai racconti di mia madre, instancabile quanto magistrale affabulatrice. Quando arrivammo a  Riofreddo, in tarda mattinata, fummo accolti come marziani, poco più di una dozzina di donne e bambini scesi da un enorme autobus verde che i ragazzini locali avevano visto forse solo una o due volte in vita loro (le incursioni alimentari di papà).

Ben presto, diceva sempre mia mamma, l’iniziale timida ammirazione nei confronti dei “romani” si era trasformata in amichevole quasi commiserazione nei confronti di questi cittadini che sapevano, sì, fare la “palla di pezza” con le vecchie calze da donna, ma non erano capaci nemmeno di infilzare con un filo di ferro le gustose rane del vicino fosso Rio Freddo…

Con malcelato orgoglio, intanto, il maestro illustrava agli adulti quello che forse era l’unico vanto del piccolo paesetto di contadini e pastori (c’erano almeno una quarantina di “pecorari”, diceva mia madre): dal 1890 a Riofreddo aveva vissuto un figlio di Garibaldi, credo Ricciotti, prima come villeggiatura poi vi si era stabilito definitivamente, dopo aver sposato una inglese e avuto la bellezza di dieci figli, di cui uno, credo Sante, all’epoca del nostro sfollamento viveva ancora a Riofreddo.

Mia madre raccontava che dopo meno di venti giorni che eravamo a Riofreddo, non resistendo alla lontananza dal marito, di cui non aveva avuto ovviamente più notizie, dopo aver affidato me e mia sorella alle zie con mezzi di fortuna aveva raggiunto Tivoli e da lì, col treno, era arrivata a Roma Tiburtina. Era il 12 agosto 1943.

Il 13 agosto 1943 ci fu il secondo grande bombardamento di Roma: almeno nove bombe caddero tutto intorno al rifugio antiaereo nella cantina del nostro palazzo in via La Spezia, dove mia madre era scappata terrorizzata, certa che non ci avrebbe mai più rivisto.

Ma questa è un’altra storia.

Claudio

 


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