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                                                                                                   c'era una volta

La Roma di Alberto: VADO DA ROMA
La prima volta, Roma, io l’ho vista di notte, nel luglio 1950: avevo 13 anni ed ero solo.
Il telegramma che avrebbe dovuto avvertire mio padre dell’arrivo non era stato recapitato e così mi ritrovai a Termini e dovevo raggiungere la Montagnola sulla Cristoforo Colombo.
Venendo dal Veneto mi sembrò ovvio e rassicurante chiedere notizie ad un prete fermo in attesa di un altro treno: mi indirizzò verso un mezzo pubblico notturno, non ricordo se bus o tram, ma certo i soldi per un eventuale taxi non ce li avevo. Il conducente mi avrebbe avvertito della fermata più vicina al Cantiere di Edilizia Popolare che dovevo raggiungere.
Le grandi aspettative e la tanta curiosità mi impedivano di avere paura ma fui colpito dalle luci dei tanti lavori in corso sin dalla piazza della Stazione. “La stanno cambiando!” pensavo con apprensione perché avevo una energica, profonda, quasi famigliare conoscenza di Roma maturata sulle ripetute letture della monografia fotografica del TCI, del Quo Vadis e perfino di Moravia. “Vado da Roma” dicevo quando dovetti informare i miei compagni di Este della imminente vacanza estiva nel Cantiere dove lavorava da un anno mio padre in attesa di poter ricongiungere definitivamente tutta la famiglia.
Quando il conducente mi indicò la Montagnola era notte fonda: il cantiere non era vicino alla strada ma una tenue lontana luminosità nel buio pesto. Per un ragazzino vissuto da sempre in piccoli paesi del nordest la traversata notturna della grande città fino alla allora estrema periferia poteva essere fortemente traumatica ma sentivo invece dentro di me qualcosa che mi rassicurava: Roma non poteva farmi del male. L’area antistante la Montagnola era un enorme sterro, completamente buio e definito da nient’altro che sterpi, buche nel terreno ed una marrana stretta e mefitica (la prima marrana della mia vita). Ricordo che non c’era neanche la luna: solo le poche luci della Cristoforo Colombo che si allontanavano alle mie spalle e davanti le fioche luci del cantiere in lontananza. Il latrare dei cani nei pochi Casali ancora in piedi si mescolava al frastuono dei grilli; non fu facile mantenere il sangue freddo; ero consapevole che non c’erano alternative e così il mio respiro sempre più forte mi accompagnava passo dopo passo.
Arrivai pressoché incolume alla baracca-ufficio in legno; la scelsi perché era il solo manufatto illuminato all’esterno, e bussai. Ci volle qualche minuto perché la porta si aprisse: mio padre mi guardò, arretrò zitto e pallido e cadde seduto sulla brandina sopraffatto dalla simultanea consapevolezza del pericolo che avevo corso. Pallido e commosso, era certamente più spaventato di me che, ormai liberato dalla tensione, ero molto contento anche perché mio padre, solitamente tanto restio, mi stava dimostrando attaccamento e voglia di proteggermi: da Roma poteva succedere anche questo.
Guardandomi intorno, nella baracca ufficio e residenza di mio padre, fui colpito e subito affascinato dal panorama che si inquadrava nella finestrella senza infissi: era la Garbatella, lontana, rosa nel blu della notte. Una visione di Roma molto diversa da quelle riprodotte nella bella monografia del TCI con la sua copertina in cartoncino del color del plumbaco, che improvvisamente diventava per me assolutamente insufficiente. Mi rendevo felicemente conto che ci sarebbe stato ancora tanto da vedere al di la dei noti monumenti; ancora oggi non ho esaurito le emozioni né terminate le scoperte in questa che è la mia città, e cerco, cerco ancora....
Alberto Gusella

 

*nella foto il papà di Alberto

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