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soggettive
Roma
in bici
Non sono stato un ciclista precocissimo. La mia prima esperienza con
ruote e pedali è avvenuta a 13 anni su una strada del sud pontino, e
definirla strada è già un grande favore: era in brecciolino e cemento, piena
di buche, stretta al punto che ci passava a malapena un'autovettura e
contornata, da un lato, dalle prime propaggini piene di rovi di un colle, e
dall'altro, da un ruscello che scorreva un paio di metri più in basso. Un
posto tutt'altro che ideale per uno che non era mai andato in bicicletta.
Ma, si sa, in condizioni del genere o si impara ad usarla o si rinuncia
definitivamente. Ed io ho imparato non solo a dominare la “due pistoni”,
come sono solita definirla (un pistone è la gamba sinistra, l'altro la gamba
destra), ma anche ad amarla.
Così, nel 1996, nonostante pareri molto contrari in famiglia, ho deciso di
trasportare la mia bici a Roma e cominciare ad usarla “a mo' di motorino”,
ovvero per le strade cittadine in mezzo al traffico. Oggi sono passati dieci
anni e circa 7000 km percorsi tra le mura dell'Urbe con piena soddisfazione
e qualche apprensione. Ricordo che la seconda volta che ho preso la bici a
Roma, poco lontano da casa mia, un automobilista mi ha aperto lo sportello
mentre passavo. Ho fatto appena in tempo a fermarmi addosso allo sportello
stesso senza cadere né danneggiarlo, ma lo spavento è stato enorme.
Come pure quella volta, era il luglio del 1997, una macchina, effettuando
una manovra illegale, mi tagliò la strada all'inizio della Colombo.
Risultato: non potei frenare in tempo e mi schiantai contro la vettura. Alla
macchina solo una piccola bugna, alla mia bici la forcella anteriore
rientrata, a me.... lo spavento di rotolare sul cofano anteriore della
vettura e scendere sui miei piedi dall'altra parte senza null'altro che una
leggera contusione ad una spalla. Da quel giorno, tuttavia, una decisione
sempre rispettata: mai più senza casco! Suggerimento che, a mio modesto
parere, dovrebbe diventare obbligatorio per tutti.
O, infine, l'8 Febbraio 2004, primo giorno di blocco assoluto del traffico.
Non prevedevo di uscire in bici, ma la tentazione di vedere Roma a misura di
pedone fu troppo grossa. La strada era umida e, 400 metri da casa mia, dopo
una discesa, andai a frenare prima di uno stop. La ruota davanti frenò
sull'asfalto, quella dietro sulla maledetta vernice delle strisce pedonali:
risultato, persi di colpo il posteriore e finii per terra a 30km/h. Il mio
omero destro non gradì e si fratturò. Quarantacinque giorni dopo, tuttavia,
alla fisioterapia ci andavo in sella alla mia fida bicicletta da corsa di
marca Esperia...
Ce ne sarebbero infinite altre di storie da raccontare in questi dieci anni
passati in bici, ma voglio concentrarmi solo sull'ultima “avventura”.
In questi anni, poco alla volta, Roma si è dotata di piste ciclabili e
sistemi di trasporto per le biciclette (treni e metro: iniziativa più che
lodevole: quando lavoravo al CNR di Montelibretti avrei fatto carte false
per poter caricare la mia bici sul treno!). Una delle ultime piste
inaugurate è stata la congiungente tra la Porta Portese – Settecamini
(meravigliosa!) e la Ponte Milvio – Castel Giubileo lungo gli argini del
Tevere.
Dato che la prima l'ho percorsa tante volte e la congiungente l'avevo
tentata insieme alla nostra amica Angela parecchi anni fa quando gli argini
erano solo un luogo in cui passeggiare a piedi con estrema cautela, un paio
di settimane fa ho deciso di partire dal nuovo tratto e raggiungere Castel
Giubileo. Compresa la strada necessaria per raggiungere la ciclabile, quella
mattina domenicale ho pedalato per una sessantina abbondante di
chilometri...
Devo dire che sono rimasto positivamente colpito dagli scivoli che sono
stati installati sulle scalinate del lungotevere per raggiungere la
ciclabile, nonché dell'eliminazione delle griglie che spesso ci avevano
costretto a scendere e percorrere a piedi il tratto perché le ruote
sarebbero sprofondate. In compenso, ma immagino che prima o poi verrà posto
rimedio, le buche sono ancora presenti ed i sanpietrini estremamente
distanti l'uno dall'altro, soprattutto nel tratto di fronte al Ministero
della Marina. Ciò, per chi ha una bici da corsa come me, porta a gravi
rischi di foratura, peraltro puntualmente verificatasi durante la giornata
di cui sto parlando.
Superata la parte a rischio, dove una volta ci si doveva fermare perché
l'argine era dominato dalle erbe, un rivestimento in pietra permette una
pedalata molto più agevole, fino alla risalita in superficie, attuata
tramite una rampa che, per un adoratore degli scatti in montagna, è una vera
manna (è altresì vero che il pedalatore della domenica di fronte a quel
“muro” degno del Giro delle Fiandre scende e lo percorre a piedi...). Per un
certo tratto si cammina sulla parte interna del marciapiede del lungotevere
su un percorso che, a parte qualche immancabile radice che solleva il manto,
è facile è scorrevole. Al semaforo si “volta a mano destra” come dicono
nell'equitazione e si ritorna su una parte dominato da ciclisti e podisti
che porta, con un paesaggio già molto bello, alla salita di Ponte Milvio. Da
lì, dopo la fontanella (molto utile per rabboccare le borracce), si parte
verso la ciclabile di Castel Giubileo.
Tredici chilometri e mezzo di vera pista in simil tartan, scorrevole, larga
(transitano tranquillamente tre bici affiancate), protetta (purtroppo sono
necessarie sbarre, strettoie e quant'altro per evitare che motorini ed altro
violino il nostro regno), con anche svariate panchine sotto dei pergolati
per coloro che non ce la fanno più e necessitano un po' di riposo; in una
parola: un vero paradiso. Anche il fatto di essere sopraelevati rispetto
alle campagne circostanti dà un punto in più alla bellezza della pedalata.
Il paesaggio è per grandi tratti bucolico, con il fiume da un lato e
campagne dall'altro. Solo ogni tanto ci si ricorda di essere in città.
Arrivati a Castel Giubileo, con una splendida scritta “BAR” che sembra il
premio per i coraggiosi ciclisti, podisti e pattinatori che affollano la
pista.
Il rientro è altrettanto bello: si può passeggiare, correre, trovare
qualcuno con cui fare gruppo; in una parola vivere una sana giornata
all'aria aperta.
Altre piste sono state progettate ed inaugurate in tutta Roma. Una città
civile e vivibile è anche una città che si rende conto che la bicicletta è
un mezzo di trasporto competitivo almeno sulle brevi distanze cittadine.
Insegnare alla popolazione questa verità prima tramite le piste ciclabili e,
poi, permettere loro di sfidare il traffico una volta certi dei propri mezzi
è un modo molto intelligente per rendere Roma ancora più bella.
Flavio