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19.02.2008 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                accade a Roma

San Pietro. Fotografie dal 1850 ad oggi
 


Fin dalla nascita della fotografia la basilica di San Pietro e le zone limitrofe sono state considerate uno dei luoghi più rappresentativi per la divulgazione dell’immagine di Roma, da allora ad oggi lo storico edificio è stato immortalato da milioni di obbiettivi e, prima della fotografia, da dipinti e incisioni che ne hanno tramandato per secoli l’aspetto. Con le fotografie qui esposte, dai più antichi esemplari della metà dell’Ottocento ad immagini dei nostri giorni, anche di grande e grandissimo formato, si intende ricostruire la storia di questa ininterrotta fortuna.
La maggior parte delle opere proviene dalle collezioni dell’Archivio Fotografico del Museo di Roma e riguarda vedute dei più noti fotografi ottocenteschi operanti a Roma come Giacomo Caneva, Tommaso Cuccioni e i fratelli Antonio e Paolo Francesco D’Alessandri o gli Alinari di Firenze, ai quali si unirono numerosi operatori stranieri e fra questi l’inglese James Anderson, lo scozzese Robert MacPherson, oltre al francese Gustavo Eugenio Chauffourier o a Giorgio Sommer e Edmondo Behles provenienti dalla Germania.
Dalle prime sperimentazioni fotografiche iconograficamente simili ai dipinti e alle incisioni, si arriva all’affermarsi di una vera e propria produzione commerciale destinata alla divulgazione di immagini souvenir. Proseguendo negli anni e di pari passo evolvendosi la tecnica fotografica - dalle prime e più antiche carte salate tratte da negativi su carta, alle stampe all’albumina e alle gelatine bromuro d’argento, fino ad arrivare ai moderni procedimenti fotografici - alle deserte immagini di veduta si affiancano testimonianze dell’assetto cittadino moderno, raffigurazioni di folla e documentazioni delle più solenni cerimonie entrate a far parte della storia del XX secolo. Si tratta sia di reportage giornalistici che di opere create dall’obiettivo di noti fotografi dei nostri tempi come Gianni Berengo Gardin e Mario Cresci o gli operatori legati alla celebre agenzia fotografica Magnum Photos: David Seymour, Leonard Freed, Mimmo Jodice, Ferdinando Scianna e Martin Parr.
In una sorta di percorso di avvicinamento, come quello effettuato per secoli dai pellegrini, si inizia da vedute panoramiche di Roma dove, pur se il primo piano mostra luoghi o edifici diversi, la linea dell’orizzonte è caratterizzata dalla inequivocabile presenza della cupola della basilica che si impone come segno distintivo della città di Roma. Seguono alcune vedute del tratto del fiume Tevere fra Castel Sant’Angelo e il Vaticano, soggetto fra i più ricorrenti del vedutismo romano, confluito poi con pari successo nel campo fotografico.
Avvicinandosi alla basilica, si raggiunge la zona di Borgo, l’antico rione tra Castel Sant’Angelo e Piazza San Pietro, che era attraversato per tutta la sua lunghezza da un insieme molto compatto di edifici chiamato Spina di Borgo. La costruzione di via della Conciliazione, fra il 1936 ed il 1950, portò alla sua demolizione e le fotografie posteriori a tale data mostrano il mutamento sociale e urbanistico della zona. Borgo era infatti uno dei quartieri più popolosi di Roma dove la gente viveva la propria quotidianità a contatto con gli storici luoghi; Il serrato muro di case che costituiva la Spina, inoltre, non consentiva la visione da lontano della basilica che si svelava, unica e meravigliosa, solo all’arrivo sulla piazza. Seguono alcune vedute dei giardini vaticani e delle zone limitrofe, come il passetto o corridoio di Borgo, un tratto chiuso delle mura leonine che collegava San Pietro a Castel Sant’Angelo, oltre ad alcune vedute degli interni della basilica.
Il “gran teatro” di piazza San Pietro, straordinario ed apparentemente immutabile luogo, nel corso degli anni si è offerto all’obiettivo dei fotografi da diverse e molteplici prospettive che di volta in volta ne hanno messo in risalto particolari effetti di luce e di atmosfere o ne hanno colto la spettacolare dimensione in rapporto ai mutamenti di assetto urbanistico. Nella continuità dei riti e delle funzioni religiose la fotografia immette un forte elemento di discontinuità registrando il mutare e l’avvicendarsi della componente umana nel maestoso scenario di San Pietro dalle carrozze che riempiono la grande piazza nelle fotografie del XIX secolo fino alle folle variegate e colorate degli ultimi anni.
Sono esposte inoltre piccole vedute stereoscopiche collocate all’interno degli appositi visori che offrono un’ immagine tridimensionale. Le stereoscopiche, consistenti in due piccole fotografie identiche incollate su uno stesso cartoncino, erano concepite per essere guardate attraverso un visore detto stereoscopio che restituiva un effetto tridimensionale alle immagini ivi inserite. L’apparecchio, generalmente in legno o cuoio, venne presentato all’ Esposizione Universale di Londra del 1851 e riscosse un immediato successo. Come si può osservare accostandosi ai visori qui montati, essi consentono la percezione della profondità spaziale di due fotografie dello stesso soggetto che l’ occhio sintetizza in un’unica immagine. Questi piccoli cartoncini, spesso contenuti in eleganti cofanetti e recanti vedute di città, riproduzioni di monumenti, interni di chiese o musei, furono l’oggetto souvenir per eccellenza del viaggiatore ottocentesco. Alle riprese stereoscopiche si dedicarono i più importanti fotografi e per molti decenni la stereoscopia fu un fenomeno di costume a livello mondiale.
Al termine del percorso espositivo sono esposti dei negativi su lastra in vetro affiancati dalle relative stampe. Sono presentate quattro lastre negative in vetro che appartengono ai fondi dei fotografi Gustavo Eugenio Chauffourier (1845 – 1919), Riccardo Bettini (attivo dal 1908 al 1954), Umberto Sciamanna (1900 circa – 1963), Giuseppe Conrado e Filippo Fornari (attivi tra la fine del XIX ed i primi del XX secolo), tutti conservati all’Archivio Fotografico del Museo di Roma. I negativi vengono messi a confronto con dei positivi stampati sia a contatto che con l’ausilio dell’ingranditore. La necessità di eseguire le stampe a contatto obbligò gli operatori ottocenteschi ad utilizzare lastre negative di pari grandezza del positivo, che andavano inserite di volta in volta in grandi apparecchi fotografici. Le lastre al collodio venivano preparate manualmente stendendo l’emulsione sul vetro prima dell’inserimento nella macchina fotografica mentre, verso i primi del Novecento, si iniziarono a trovare in commercio lastre alla gelatina bromuro d’argento già pronte per l’uso. Sovente poi le negative venivano ritoccate con la vernice per rimediare ad eventuali imperfezioni e spesso si ricorreva all’espediente tecnico di ricoprire in fase di stampa il cielo con inserimenti di carta o vernice coprente, per rendere più omogenee le immagini.

 

luogo: Museo di Roma - piazza S. Pantaleo

periodo: 14 dicembre 2007 - 30 marzo 2008

orario: da martedì a domenica: ore 9,00 - 19,00

biglietto: € 9.00

info: 06 82077304

web: www.museodiroma.comune.roma.it/PalazzoBraschi

 


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