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15.12.2006 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                        for de porta

Le donne etrusche. Che donne!

Questa ed altre riflessioni mi passavano per la mente durante la bella serata  della presentazione del libro di Gea Copponi, quella storia di Cerveteri tutta al femminile, fatta di tante “piccole”-grandi storie personali che nel loro insieme riescono magistralmente a realizzare ed a trasmetterci un ampio affresco fatto di emozioni, di sensazioni, di ricordi quasi ancestrali.
Lo so bene, nessun vincolo di discendenza, neppure estremamente remota, può legare le “nostre” donne al grande popolo che qui ci ha preceduto. Neppure una goccia di quel sangue potremo, purtroppo, ritrovare nel DNA delle protagoniste delle storie, anzi delle vite vissute, raccontate da Gea; tutte o gran parte, come gran parte della popolazione che agli albori del Novecento viveva a Cerveteri, provengono dalle regioni da sempre fornitrici di manovalanza e duro lavoro dei campi: l’Abruzzo, l’Umbria, ma in particolare le Marche. Ma allora cosa le rende così vicine alla vigorosa immagine della donna etrusca? Sarà l’aria che si respira, sarà il tufo che ci circonda. Fatto sta che la libertà e considerazione che il femminile godeva nella società etrusca, che consentiva dignità e autonomia pressoché pari a quella dell’uomo, la ritrovo pari pari in “Donne a Cerveteri”, sia nelle lucide cronache proposte dalla “donna” Gea Copponi , sia nei racconti e commenti dei loro “uomini”, in teoria comprimari ma il più delle volte semplici spettatori di questa storia. E pur vero, queste protagoniste sono tutte conosciute solo con il cognome del marito, tuttalpiù con il soprannome: “Teta la postina”, “Palmira la centralinista”, “Pacetta l’acquarola”, ma ciò non sminuisce, assolutamente, la loro preponderanza, vitale, nella faticosa, quotidiana, lenta rinascita di una città pressoché inesistente nei secoli bui, dopo la sua gloriosa storia antica.
Dice l’antropologo Antonio Riccio, nel corso della presentazione del libro: “Chi sono allora queste donne di Cerveteri, cui Gea ha dedicato il suo tempo, il suo cuore? Sono maestre, postine, perpetue, bidelle, telefoniste, infermiere, tabacchine…”
Ma non solo, aggiungo. Queste elencate dal Prof. Riccio sono già situazioni di relativo privilegio: il fatto è che agli inizi del Novecento le donne arrivate a Cerveteri da Sarnano, Monte S. Martino, San Ginesio, Amandola, erano destinate a far parte della manovalanza agricola più sfruttata e malpagata, i cosiddetti “guitti” e “monelli”, il più delle volte soggetti alla prepotenza del “caporale”. Gli indescrivibili sacrifici (rettifico, magistralmente descritti dalla Copponi) compiuti da queste eroiche donne hanno permesso poi alla loro prima e seconda generazione di salire quei gradini della scala sociale di cui all’elenco dell’antropologo.
Alcune di queste donne, ormai poche a dire il vero, note ed amate da tutta la città, hanno allietato con la loro presenza la riuscita manifestazione, in una sala gremita di cittadini plaudenti.
I Cerveterani del nucleo storico, circa un terzo dell’intera popolazione, ritroveranno in questa bella pubblicazione il loro paese, i loro parenti, le loro storie. I “nuovi” Cerveterani delle frazioni, che sono tanti ormai, non esitino a dotarsi del libro, si faranno un piacevole regalo per Natale, impareranno a conoscere meglio questa nostra città, il rapporto con la quale, purtroppo, si limita il più delle volte a sporadici contatti amministrativo-burocratici, e nient’altro.
Claudio Pirolli
 


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