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Da tre anni i ragazzi delle scuole romane visitano il campo di Auschwitz-Birkenau. Dall’esperienza del loro viaggio è nato un libro:  “I nuovi testimoni. Gli studenti romani raccontano Auschwitz”.

Riportiamo l'articolo apparso su Repubblica durante l'ultimo viaggio a ottobre 2005.
 

Gli studenti nei gironi di Birkenau

"Aveva due mesi, lo uccisero qui"

Duecento ragazzi romani in lacrime nel campo di sterminio.

BIRKENAU - Nessun libro di storia potrà mai insegnarti cos' è il male assoluto, spiegare l' orrore delle fosse comuni, evocare il taglio dei capelli da vendere per imbottire coperte, l' odore di carne bruciata nei forni.
Piangono i 200 studenti romani accompagnati dal sindaco Veltroni, dall' assessore alla scuola Coscia e da una delegazione di consiglieri comunali e presidenti di municipio, mentre bevono nel silenzio della campagna
polacca i ricordi dei sopravvissuti a Birkenau, seconda costola di quell' immenso campo di sterminio che è Auschwitz. Non trattengono le lacrime quando Sami Modiano spiega perché, dopo 60 anni, ha deciso di
rivisitare il peggiore dei suoi incubi, entrare di nuovo nella fabbrica della morte convinto dall' amico Piero Terracina, veterano dei viaggi della memoria, incontrato lì da bambino e riconosciuto in tv mentre dipanava la
matassa del suo Olocausto. «è solo per voi che sono qui, oggi», dice il vecchio Sami con la voce spezzata, «voi mi avete dato il coraggio di tornare per raccontare cosa successe allora, così che voi lo possiate
trasmettere ai vostri figli. Quando sono stato deportato volevo morire, come tutti i miei amici. Anche dopo la liberazione volevo morire. Ero sopravvissuto e non capivo perché. Avevo solo 13 anni e vedevo sparire uno a uno le mie sorelle, mio fratello, mio padre, li ho persi tutti. Come mai io? Loro erano più grandi di me, più resistenti. Ora ho capito. Io sono ignorante, ho solo la terza elementare, ho vissuto senza nessuno ma voi no, avete studiato, avete famiglia, e allora dovete aprire gli occhi, ascoltare: perché non succeda più». Gli studenti cercano rifugio in un applauso che non consola. Singhiozzano quando Andra e Tatiana Bucci ripercorrono la loro infanzia di bambine selezionate per le sperimentazioni del dottor Mengele. Il fiato sospeso mentre Shlomo Venezia ricostruisce il lavoro nelle camere a gas: «I prigionieri venivano invitati ad appendere gli abiti vicino a un numero per poterli riprendere dopo la doccia: era tutto un inganno. Venivano fatti entrare e pigiati dentro a bastonate finché non

c' era più spazio. Una volta sentimmo un vagito sotto i cadaveri: era una neonata ancora attaccata al seno della madre. L' abbiamo dovuta consegnare a un tedesco. Ha estratto la pistola e ha sparato». I loculi per dormire, i crematori, la follia che diventa genocidio. «Ho un senso d' angoscia indicibile», confessa Elena Acciarino, III liceo Albertelli: «Uscire da qui con la speranza è difficile, dovrò fare uno sforzo per ritrovare fiducia negli uomini». Perché se «è un privilegio parlare con i testimoni diretti di quella tragedia» spiega Emanuele Teolis, «la realtà è diversa dai libri, ti fa vedere soltanto buio». Riflessioni a caldo: autentiche. «Sentendole», dirà alla fine Veltroni, «la prima cosa che mi viene in mente è di istituzionalizzare questa iniziativa, vorrei che fosse scritta nello Statuto del Comune. I 500 ragazzi che in tre anni hanno visitato i campi costituiscono un nuovo corpo di testimoni. Un valore che si deposita. Loro sono meglio di come li dipingono, carichi di domande e voglia di capire: sono fiori».

GIOVANNA VITALE per Repubblica

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