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giovedì 27 settembre 2012

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                             la città del cinema

Stazione Termini

Dopo una breve ma intensa e tormentata relazione, una signora americana sposata in vacanza a Roma, decide di lasciare il suo amante italiano.
I due si dicono addio alla stazione Termini.
 

A parte qualche inquadratura a Piazza Navona dove abita il giovane insegnante, il film ha un'unica location, appunto la stazione Termini. Intrigante location, anche considerato il valore simbolico di transito, di passaggio... Mi chiedo come abbia fatto De Sica a girare, come si sia districato con i permessi, gli orari, il problema dell'intralcio al servizio ferroviario anche se all'epoca sicuramente non era quello di oggi.

Inevitabilmente la stazione Termini diventa il microcosmo degli amanti e si trasforma da luogo di passaggio a luogo di un amore che deve ma stenta a finire, il tempo inevitabilmente fluido di una stazione ferroviaria, si ferma, resta sospeso in attesa dell'addio.

 

Ci sono due chicche in questo film.

Una tutta cinematografica: il film è girato praticamente in tempo reale. Mary arriva ala stazione e sta per prendere il treno per Milano delle 19, lo perde e decide di partire con il diretto per Parigi delle 20,30. Un'ora e mezza. Il film dura 87'

 

Un'altra chicca è tutta romana: nel suo girovagare per la stazione Mary ad un certo punto scende al piano interrato. E' stato difficile riconoscerlo perchè quello che adesso è il centro commerciale, all'epoca era un enorme spazio aperto punteggiato solo dai pilastri di sostegno; una meraviglia estraniata ed estraniante. Grandissima location.


La critica non è stata benevola con questo film del versatile De Sica, definendolo un tentativo fallito di trasferire due grandi divi Hollywoodiani nella cornice del neorealismo italiano.
Bha... i soliti critici

A parte il pregio non indifferente di sviluppare un soggetto così stringato in un luogo così circoscritto, credo che ci siano altre cose da considerare.
Per esempio che è difficile relegare Vittorio De Sica all'interno del neorealismo che nel '51, due anni prima aveva già girato Miracolo a Milano che di neorealista non ha più nulla.
Per esempio la lusinga che ci siano due mostri sacri del cinema americano, Jennifer Jones e Montgomery Clift, diretti da un nostro grande regista: i prodromi di quella che dopo un decennio sarebbe stata la Hollywood sul Tevere.
E poi guardiamo i nomi: sceneggiatura di Cesare Zavattini, dialoghi inglesi riscritti da Truman Capote, colonna sonora di Arturo Cicognini, produttore, insieme allo stesso De Sica, David O. Selznick, lo stesso di Via col vento, Rebecca la prima moglie...tanto per capirci.

I soliti critici

 

fiore di cactus :)

 


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