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21.12.2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                        for de porta

Intitolato a Villa Torlonia il viale a Tiziano Terzani

 

Mi sono chiesta in quale delle nostre rubriche dovesse andare questo evento; poteva essere tra le cose che accadono a Roma, come tra le parole di sindaco, così come per l'impatto e le emozioni vissute stamattina poteva essere una soggettiva. Ma il posto giusto era qui, tra le cose di "for de porta" perchè un uomo e uno spirito come Tiziano Terzani ci hanno portato e ci porteranno sempre lontano e apriranno i nostri orizzonti e il nostro cuore.

 

A Villa Torlonia, dunque il viale che porta alla Casina delle Civette è dedicato a lui. Ed è stata una cerimonia semplice eppure solenne.

E che fosse una cosa solenne lo ha sottolineato il fatto che Veltroni aveva preparato un discorso scritto, cosa che lui fa solo nelle occasioni molto molto importanti. E che così diceva:

 

Io che di solito non mi scrivo mai discorsi oggi ho voluto scrivere qualcosa proprio perché ci tengo; non perché non ci tenga quando non ho dei discorsi scritti, ma perché ci tengo anche alle citazioni che evidentemente non potrei ricordare memoria.
È sempre difficile trovare immagini, cercare parole, per ritrarre la vita di una persona, per tracciarne il percorso, per descriverne in qualche modo l'attività, i sogni che l'hanno animata e i convincimenti che hanno mosso il suo cammino. È ancora più difficile se questa persona ha avuto una vita ricchissima, se si tratta di un testimone della storia del nostro tempo, di un grande giornalista che ha osservato e raccontato le utopie, le illusioni, le atrocità e le speranze del secolo scorso. Si può allora provare a prendere un'immagine e alcune parole fra le tante. Io le scelte pensando al fatto che oggi avremmo avuto qui, come abbiamo avuto, i ragazzi di due classi della scuola media Settembrini che ci fa veramente piacere che siano qui con noi.
L'immagine è quella di un padre che scrive una lettera, è breve ma è piena di tenerezza e contiene una proposta.
" e se io e te - dice la lettera - ci sedessimo ogni giorno per un'ora, se tu mi chiedessi le chi le cose che sempre voluto chiedermi e io parlassi a ruota libera di tutto quello che mi sta a cuore, dalla storia della mia famiglia a quella del grande viaggio della vita, un dialogo tra padre e figlio così diversi e così uguali, un libro che toccherà a te mettere insieme ".
Quel dialogo è avvenuto, quel figlio, Folco, insieme al padre ha potuto ascoltare il racconto di una vita e lo ha riportato nelle pagine di un libro denso di sensazioni fortissime, di passioni intense, di saggezza e di dignità, di affetto e di serenità.
E quando il cammino di Tiziano Terzani anni su questa terra è giunto a compimento, Folco ricordanlo nella sua Firenze, ha davvero potuto dire "sembrano pochi 66 anni per morire, ma mio padre aveva visto tutto, aveva conosciuto ogni cosa, ogni angolo del mondo che voleva conoscere, aveva compiuto il suo viaggio nel mondo è infine dentro se stesso. Ormai era pronto, si era preparato al ungo e se ne è andato con lo sguardo sereno".
Forse dovendo provare a definire Tiziano Terzani è proprio questa la parola che si potrebbe usare e che per me è il massimo dei complimenti che si possa fare: un viaggiatore. Nel senso più ampio e più profondo del termine. Lo ha raccontato bene Giuliano Amato suo compagno di studi a Pisa "il desiderio più grande di Terzani già allora era quello di superare i confini entro i quali era cresciuto, era quello di entrare in un mondo più grande, di ascoltarlo, di cercare tutto ciò che proprio quei confini gli avevano fino ad allora negato".

Ed è per questo che non si poteva certo rassegnare a lavorare alla Olivetti nonostante a volerlo li fosse stato Paolo Volponi incaricato di selezionare i neolaureati più brillanti.

"Voglio fare il giornalista in Cina e ci riuscirò" diceva ai suoi amici più cari. E così è successo. Il giornalismo divenne la sua passione la sua vita, guardò subito a oriente, inviato di Der Spiegel descrisse la Cina comunista, raccontò gli orrori della guerra nel Vietnam, le atrocità dei massacri cambogiani con la capacità di narrazione e di scrittura del grande giornalista, con il coraggio del vero corrispondente di guerra, una figura che è giustamente mitica, pronto a rimanere al suo posto nelle situazioni più difficili come quando fu fra i pochi a restare Saigon mentre tutti scappavano all'arrivo dei Vietcong.
E poi, vorrei dire soprattutto, con quella curiosità, con quella predisposizione al dubbio, alla ricerca, al cambiamento che caratterizza non solo suo lavoro ma tutta la sua vita. In questo senso il suo fu veramente un viaggio, un affascinante e intenso viaggio.
"Ho camminato sempre con l'orecchio al suolo" diceva di sé è questo un voleva dire non solo grande sensibilità e grande predisposizione all'ascolto. Voleva dire avere quella capacità non afatto comune di raccogliere le parole e sentimenti non solo dei potenti ma della gente qualunque, degli ultimi e degli offesi, dei popoli e delle persone menomati dalla loro libertà, calpestati nei loro diritti e privati della loro voce, della gente comune, di coloro che per primi sono vittime delle guerre, coloro che dei conflitti e dalla violenza vengono trascinati in fondo, in un vortice di morte di distruzione che troppo spesso si consuma nell'indifferenza, che troppo spesso non trova nessuno a raccontarlo.
Queste che sto per dire sono secondo me parole molto belle, scritte una volta da Tiziano Terzani: "forse è il momento di pensare che la grande rivoluzione da fare non è quella fuori ma quella dentro, che in verità le radici della guerra non sono fuori ma dentro di noi, nelle passioni, nelle voluttà, nel nostro volere per fare tutto, nel nostro pensare che possiamo controllare la natura, la conoscenza, uccidere animali terra, mondo animale e poi rifare tutto artificialmente".
Ha ragione ancora Giuliano Amato a dire che tra i convincimenti che lo guidavano c'era una negazione sempre più forte nei confronti della guerra nella convinzione che essa possa trovare delle occasioni ma mai delle ragioni. E poi, pur nella consapevolezza delle radici della violenza nello stesso oriente, era convinto che esse fossero profonde soprattutto nel terreno corroso dall'individualismo e da una spietata competitività della nostra civiltà occidentale alla quale nonostante tutto sentiva di appartenere pienamente.
E tutto questo e molto altro ad animare quel dialogo fra padre e figlio che poi ha preso il titolo "La fine è il mio inizio" che vorrei che ragazzi prima o poi leggessero.
Folco ha raccontato come si svolgeva: 1 ora al giorno, sotto un albero, in una casa in stile tibetano in mezzo agli Appennini, che già una cosa strana, parlando con la stessa naturalezza un momento della grande storia e dei suoi protagonisti e un momento dopo delle sue montagne vo del gracchiare delle rane davanti a una fonderia di oppio in Cambogia, a volte con domande e risposte, a volte parlando liberamente, sempre con in mente una caratteristica cercata e voluta: arrivare ad un libro senza regole che fosse un regalo, e lo è, innanzitutto per i giovani.
E così è stato, nel segno del racconto e della trasmissione del sapere e del passaggio delle esperienze. E quindi della memoria, di quello straordinario esercizio compiuto da una identità che arrivata alla fine del suo viaggio si trasferisce in qualche modo grazie alle parole ad un'altra persona e che anche così dà un ulteriore senso alla propria esistenza compiendo un atto che le conferisce a spessore e immortalità: un viaggiatore in infinito si potrebbe dire.
Qualcosa di profondamente spirituale e al tempo stesso di profondamente laico.
È nel segno della memorie in particolare dell'importanza del trasferimento ai giovani di una esperienza come quella di Tiziano Terzani, che in fondo anche noi oggi siamo qui, soprattutto in un tempo come il nostro, un tempo cupo, segnato da così tanta paura, che diventa troppo spesso egoismo, chiusura e diffidenza verso gli altri. Da questo luogo oggi è come se partisse un messaggio di segno opposto, un messaggio di pace contenuto nella vita di chi come Tiziano Terzani possedeva un dono raro, quello che appartiene agli uomini che partendo da sé stessi sono capaci di accorgersi dell'esistenza degli altri, di ascoltarli, di seguirne i percorsi per intrecciare le storie, ma sapendo che la trama alla fine è unica ed è quella che lega tra loro in un comune destino tutti gli esseri umani.
Intrecciare per sempre il nome di Tiziano Terzani con questo luogo di Roma significa allora per noi ricordarlo e rendergli omaggio, significa dirgli con un detto che a lui piaceva, che la candela si spegne ma la luce continua; significa insieme affermare nel modo più alto che c'è una sola strada davvero percorribile e, che c'è un solo traguardo verso il quale procedere: non il conflitto, non la separazione, non l'odio che genera solo odio ma il dialogo, il confronto e la conoscenza degli altri e prima ancora, per riuscire in questo, di se stessi per non restare prigionieri di una fretta e di un modo di vivere che ogni giorno ci rende più ciechi, per condividere la sofferenza di chi ci sta accanto, per arrivare a una società e a un mondo più abitabili, per farci accompagnare dalla speranza di un tempo possibile.

Allora Angela, Saskia, Folco, per noi questo è il senso di questa giornata, il senso della speranza in di un tempo in cui, per riprendere le parole di un altro un uomo di pace, "si possa smettere di pensare ad essere più veloci, più alti e più forti, e scegliere invece di procedere più lentamente più in profondità, e con più dolcezza guardando gli altri e avendo a cuore le sorti e soprattutto condividendone il cammino"

 

Folco, tornato dall'India per l'occasione chiamato dalla madre "e alla mamme bisogna obbedire", trova che questa non è solo una strada (Tiziano Terzani dipingeva e dipingeva spesso una strada), ma è una cosa bellissima perchè sta dentro ad un parco. E ci sono gli alberi, su un albero sono stati messi degli occhi  e suo padre faceva sempre questa cosa per sentire che la vita era ovunque. E dall'India ha portato una statuetta che rappresenta il dio danzante: la vuole mettere vicino agli occhi, e poi qualcuno metterà forse altre cose e anche se qualcuno ruberà il dio danzante non importa perchè il karma sarà suo.

E  Folco sa quale sarebbe la frase che il padre avrebbe detto, perchè gli ha lasciato il suo computer e sullo schermo questa frase passa di continuo: om shanti shanti shanti. E' il senso che tutto si tranquillizza, dice Folco, "e da lì piano piano, piano piano, poi si vede quello che succede".

 

angela :)


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