domenica 06 febbraio 2011
c'era una volta
Le
torri di Roma
(da colorshotel.com)
Roma non avrà avuto l’aspetto di San Gimignano, ma stando alle
testimonianze di molti, Gregorovius in testa, ancora nel secolo scorso,
conservava, in molte parti, quell’aspetto cupo e militaresco proprio
dell’età di mezzo. Indubbiamente nel panorama urbanistico medievale, la
torre rappresentava la parte più vistosa, emergendo snella e minacciosa
sul contesto urbano. Non parliamo certo delle torri delle mura Aureliane
o di Leone IV, erette per difendere il blocco od in parte la città nel
suo insieme, pensavano a difendere se stesse e la fazione a cui erano
legate.
La torre quindi era diretta non già verso un nemico esterno quanto nei
confronti di un altro cittadino, il proprio dirimpettaio magari, che si
cercava di dominare squadrandolo dalla posizione elevata possibile. Il
più delle volte quindi, alla vittoria di un cittadino, di un romano
corrispondeva la sconfitta, la rovina di un altro romano. “Qui si sta
sempre sull’armi”, scriveva il Petrarca nel 1337 “…odi il notturno
gridar delle scolte sulle mura; odi voci che da ogni parte chiamano alle
armi… non han nulla di sicuro gli abitatori di queste terre, nulla
sentono in cuore di umano: sempre guerre e rivalità, odi e sentimenti
infernali”.
Da un punto di vista architettonico, la torre in genere non compariva
isolata dall’edificio che doveva difendere. Doveva essere un punto da
cui dominare, vuota magari all’interno, tipo torre delle Milizie, ovvero
essere la dimora stessa, come nel caso della casa-torre dei Conti. In
genere era una aprte dell’abitazione, come quella degli Anguillara a
Trastevere o la torre Argentina.
Gli edifici antichi, oltreché fornire la materia prima, a causa della
loro robustezza venivano spesso adattati a torre, ovvero potevano spesso
rappresentare basi di tutta fiducia, come la torre Cartularia sull’arco
di Tito e quella degli Orsini sull’Augusteo. A questa dinamica non
andavano certo esenti chiese od altri edifici ecclesiastici, ove spesso
la funzione di torre veniva egregiamente svolta dalla torre campanaria,
tipo torre San Francesco da Paola sul rione Monti.
La ristrettezza degli spazi propria dei centri urbani medievali,
oltreché imporre una crescente altezza alle torri, ne consentiva la sola
difesa “a caduta”, attuata cioè lasciando appunto cadere oggetti
contundenti sull’assalitore. Altra funzione importante era quella
“semaforica”, la possibilità cioè di comunicare a distanza e da ultimo,
data la complicatezza spesso conferita al suo accesso anche
dall’interno, quella “difensiva” sia pure in dimensioni ridotte. Cessata
la sua funzione militare, con il mutare dei tempi la torre rimane come
elemento architettonico progressivamente divenendo sempre meno “torre” e
più angolo panoramico della casa gentilizia per terminare con l’essere
esclusivamente il punto più alto della casa, ovvero un’altana.
Le torri sopravvissute sono una trentina, forse molte di più di quanto
non si direbbe a prima vista. Di un’altra cinquantina non abbiamo
notizia. E, di queste, non poche magari presentano ancora qualche
traccia rivelabile ad occhi esperti. Il tutto naturalmente senza tener
conto che del solo centro storico, ed escludendo, come detto, le torri
delle mura. Il rione Monti, forse perché il più ampio e spopolato, è
quello che ne ha conservate maggiormente. La presenza del Laterano
comunque deve aver dato il suo non indifferente contributo a tale stato
di cose; non dimentichiamo infatti che fu sede pontificia fino al
periodo avignonese.
Non c’è romano che non conosca il profilo sobrio, possente e leggermente
inclinato della torre delle Milizie. La sistemazione stradale fine ‘800
sul lato occidentale, e quella degli anni Trenta sul meridionale, ne
hanno sottolineato la monumentalità. Probabilmente è fra le più antiche
di Roma, fra le sopravvissute s’intende. Secondo leggende popolari, di
lassù Nerone avrebbe assistito all’incendio di Roma. Più serie e
attendibili le notizie che fanno risalire agl’inizi del XIII secolo,
passando sopra i mercati di Traiano, fornitori della materia prima, una
linea “calda” fra Conti e Colonna. La contrada a quei tempi era detta
“contrada militiarum” forse per il ricordo d’una stazione di vigili o
qualcosadel genere, donde il nome della torre. E’ una classica torre di
vendetta e difesa, racchiudendo nel suo interno lo stretto
indispensabile.
Ben diversa è la torre dei conti a largo C. Ricci. Questa costituisce
infatti un bell’esempio di torre-abitazione. La megalomania di Innocenzo
III la fece erigere per la sua famiglia attorno al 1238. Anche in questo
caso, la materia prima venne fornita dai monumenti antichi, ed in
particolare dal Foro di Nerva, di cui infatti è rimasto ben poco. Solo
il terremoto del 1348 ne ebbe ragione, riducendola così com’è,
dimezzata.
Poco più in alto all’altezza di San martino ai Monti ecco le torri dette
dei Capocci che vagamente richiamano quelle degli asinelli di Bologna.
Sono la torre degli Arcioni, la più alta, e dei Cerroni l’altra, in
parte fagocitata dalle case. Generalmente vengono dette dei Capocci per
via dei successivi proprietari. Grazie anche all’altezza del luogo,
godono d’una incredibile panoramicità. L’apertura, a fine secolo, di via
G. Lanza isolò la più alta dal contesto che era chiamata a difendere.
Siamo di fronte a torri solo in tempi recenti adibite ad abitazioni,
senza alcun paragone con quella dei Conti suvvista.
Un bell’esempio di torre-campanile c’è offerto dalla vicina torre dei
Margani di fronte alla chiesa di San Pietro in vincoli. L’antica casa di
Margani, divenuta parte del convento di San Francesco da Paola,
trasformò a doppio uso campanile-torre quest’ultima, che per la
vicinanza delle case dei Borgia, è nota col più suggestivo nome di
questa “chiacchierata” famiglia.
Dirimpetto a questa, nell’ambito del monastero dei Maroniti, c’è la
torre degli Annibaldi, che domina il ciglio dell’altura. Si narra che da
quassù gli Annibaldi osservassero le mosse dei Frangipani che avevano
trasformato il Colosseo a fortezza.
Forse il più bell’esempio del connubio torre-convento, l’abbiamo nella
chiesa dei Ss. Quattro Coronati, autentico baluardo a lato della via
Papale nei pressi del Laterano. La torre grintosa e massiccia tale è
rimasta senza particolari manomissioni a guardia dell’accesso, classico
esempio della durezza dei tempi ben ricordati dal brano del Petrarca
riportato all’inizio. La quantità di interessi gravanti sul soglio di
Pietro erano tali infatti da scatenare lotte senza riguardi né barriere.
Tutto ciò aveva finito col creare tutta una serie di fortificazioni
attorno al Laterano, di cui i Ss. Quattro altro non erano che uno degli
svariati baluardi.
Si ricorda infatti la presenza nei pressi della torre della Bona, ove
avrebbe preso dimora, una volta cessate le lotte, una sorta di megera
miracolata da San Domenico. Verso la porta Asinaria un’altra torre,
anch’essa scomparsa, contribuiva a garantire la tranquillità pontificia:
era la torre del cardinale Leone de’ Brancaleoni, entro cui avrebbe
preso dimora San Francesco in attesa d’essere ricevuto da papa Innocenzo
III. Lo stesso palazzo pontificio si presentava fieramente fortificato:
infatti come noto, l’aspetto attuale del Laterano risale solo ai tempi
di Sisto V (1585-1590). Dall’altura del Laterano scendeva un
fiumiciattolo detto Ferratela, o popolarmente Marana, dotato di
sufficiente forza per muovere alcuni mulini: trovandosi in zona poco
abitata, si dovette far fronte alla necessità di scoraggiare qualche
affamato alla ricerca di un po’ di farina. Da qui le torri di S. Sisto
Vecchio: una è nel Semenzaio Comunale, un’altra nell’ambito del
monastero e la terza nell’area del Circo massimo, nota soprattutto come
torre dei Frangipani.
Situazioni più amene richiama la torre dei Grillo posta alla base
dell’omonima salita. Anche se tradizione e scritta, posta sotto le
caditoie, rammentano l’opera dell’architetto militare Marchionne
d’Arezzo, per alcuni costruttore anche delle torri dei Conti e delle
Milizie, i ricordi sono tutt’altro che bellici. Proprio da questa torre
infatti, secondo un fortunato filone popolaresco, il Marchese Onofrio
Del Grillo avrebbe attuato parte delle sue un po’ pesanti burle.
La torre del Papito confonde le idee, ubicata com’è nel mezzo di largo
Argentina. Quest’ultima infatti prende il suo nome non già da questa,
che solo per una serie di coincidenze urbanistiche s’è venuta a trovare
in una posizione tanto in vista, bensì da un’altra ormai scomparsa, un
tempo esistenete nella via del Sudario. Quest’ultima faceva parte del
palazzo che un dignitario pontificio, il Burcardo, s’etra fatto
costruire appunto nella via suddetta; essendo originario di Strasburgo,
ne volle rammentato il nome sull’alto della torre stessa, alla latina, e
cioè Argentorarium, e da qui è facile intuire quello che capitò. La
torre del Papito invece è il risultato d’una canzonatura tutta
popolaresca, nei confronti d’Anacleto II, confinato tra il 1132 ed il
1138 al ruolo d’antipapa. La torre è nota anche col nome di Buccamazzi,
che ne divennero successivamente proprietari.
Singolare è poi un’altra torre che nasconde palazzo Venezia, oltre che
alla nota torre-abitazione all’angolo verso il Campidoglio; residuo dei
precedenti edifici, demoliti dal cardinal Barbo, appartenuti agli
Annibaldi. Visibile solo dal cortile di palazzo Venezia dal lato San
Marco, è nota come torre della Biscia: il Barbo, futuro pontefice Paolo
II (1464-1471), la risparmiò forse perché la prudenza non è mai stata di
troppo, trasformandone la sola sommità in belvedere: il nome Biscia
deriverebbe da una scala a chiocciola all’origine esistente al suo
interno.
A breve distanza ecco il Campidoglio ed il palazzo Senatorio. Anche
l’autorità civile aveva bisogno di difendersi, eccome! A ben osservare
la parte non ingentilita dai lavori michelangioleschi ci rendiamo conto
d’essere di fronte più ad un castello che ad un palazzo. E’ stata
abbattuta la torre di Paolo III sull’Aracoeli, ma verso via San Pietro
in Carcere ecco la torre di Martino V risalente al 1427 circa; verso il
Foro, quella di Niccolò V; sul lato di via del Campidoglio, le
torri-contrafforti di Bonifacio IX (1389-1404), ed a coronamento di
tutte, la torre campanaria della Patarina cosiddetta dalla campana
bottino della presa di Viterbo. L’originale purtroppo venne sostituita
nel 1803.
Il Quattrocento fu un periodo molto significativo anche per
l’urbanistica e le torri in particolare. S’avvertiva il mutare dei tempi
anche se questi non garantivano certo l’ambita tranquillità. Le
abitazioni acquistarono un’impronta diversa, più fastosa, spesso erano
ravvivate dalla policromia di splendidi affreschi esterni, ma
rinunciarono raramente alla torre. Esempio classico di tal modo di
concepire il palazzo è dato dal citato edificio del cardinal Barbo, ma
in scala diversa è giusto ricordare il palazzotto di Pietro Villini con
relativa torre Millina in via dell’Anima, l’abitazione dei Margani in
Campitelli, la casa e la relativa dei Santacroce nel rione Sant’Angelo e
la torre del cardinal Caprinica nel rione Colonna. L’esempio più noto
resta forse la torre e il relativo palazzo degli Anguillara in
Trastevere. Non possiamo del tutto escludere che risalga al Trecento, ma
è comunque accertato che sia opera di quell’Everso con il quale la
famiglia delgi Anguillara raggiunse l’apice della sua potenza e l’inizio
del declino. Restaurata e, in sostanza, rinnovata è sede della Casa di
Dante.
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