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24.06.2007 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                         soggettive

Evviva i turisti.

Vi voglio raccontare un semplice episodio che, nella mattinata di domenica scorsa, ha piacevolmente messo il mio umore in allegria.

 

Come mia abitudine la domenica, andavo verso il centro con mia moglie a prendere il caffè in un bar di Via Uffici del Vicario.

Appena sceso dalla metro alla stazione Barberini, in attesa dell’autobus per proseguire verso il luogo ove ero diretto, mi si avvicina una coppia e la donna mi rivolgeva la parola in un italiano molto stentato, mi chiedeva se a quella fermata passava l’autobus 116 per andare al Pantheon.

Io rispondevo che quell’autobus andava verso il Pantheon ma per arrivarci bisognava fare un tratto a piedi. Il dialogo era molto complicato dal fatto che la signora parlava male l’italiano ed io non parlavo l’inglese, lingua della mia interlocutrice. I gesti, di italica tradizione,in questo caso mi hanno aiutato molto, e la signora riusciva ad afferrare esattamente quello che le avevo spiegato. Poi, pensando che anche noi avremmo potuto prendere il 116, le dicevo a gesti che li avremmo accompagnati fino al Pantheon cosa che li rallegrava visibilmente perché vedevano la nostra disponibilità come una apertura ai loro problemi.

Erano una simpatica coppia di americani di mezza età , molto europei nei tratti somatici, molto estroversi e desiderosi di amicizia e sull’autobus hanno voluto presentarsi e dirci i loro nomi, chiedendoci poi informazioni su Piazza di Spagna che avremmo traversato.

Erano in Italia per diciotto giorni ed avrebbero visitato dopo Roma, dove si sarebbero fermati tre giorni, altre città d’arte italiane.

Siamo scesi tutti dinanzi all’entrata posteriore del Parlamento camminando verso il Pantheon. Ci hanno detto che erano americani e che venivano dal Kentaky , che avevano un figlio che viveva a New York, lei aveva un nonno italiano che era stato carabiniere, ed amava molto l’Italia ove era già stata anni prima. Era, per questo, dispiaciuta di non conoscere troppo bene la lingua italiana.

 

Ma mano che la strada avanzava ci lasciavamo andare a confidenze ed in un attimo sembravamo vecchi amici proprio per la reciproca simpatia immediata che si è creata tra di noi. Solo la lingua ci divideva un po’ ma la sintonia era perfetta a dimostrazione che non è il colore della pelle, la religione o l’ appartenenza che crea un rapporto tra persone ma è qualcosa di più semplice ed immediato. Come porsi disponibile di fronte ad uno “straniero” che cerca indicazioni ed aiuto in un momento di carenza di informazione.

Ho offerto loro un caffè in un locale caratteristico in Via del Vicario, che hanno apprezzato con un “good” dichiarandolo molto diverso da quello che bevono in America.

Abbiamo poi proseguito la nostra strada verso il Pantheon continuando nei nostri rapporti amichevoli con il sistema di linguaggio precario ma che ci consentiva comunque di capirci adeguatamente.

All’arrivo sulla piazza, dopo un gesto di meraviglia dei nostri ospiti americani dinanzi a tanta bellezza, come se avessero raggiunto un grande obiettivo alla vista della maestosità dell’edificio che da il nome alla piazza stessa, ci siamo scambiati auguri personali, saluti e buon viaggio e ,davvero come vecchi amici, ci siamo lasciati quasi dispiaciuti che ognun prendesse la propria strada. Lei poi ci ha rincorsi e ci ha chiesto se poteva fotografarci, come ricordo di questo fugace rapporto amichevole.

 

Commovente, certo non ci vedremo mai più ma per un attimo le nostre vite si sono incontrate entrando in sintonia vivendo un attimo intenso di vita associativa con disponibilità al dialogo e voglia di esprimersi e rapportarsi. Loro spero che porteranno un buon ricordo di alcuni romani, spesso i turisti sono maltrattati da gente inqualificabile per il nome di Roma, e noi l’idea che basterebbe poco per esser in pace con il mondo.

Massimo Giacomozzi

 


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