lunedì 18 gennaio 2010
soggettive
Un amico dell'Idroscalo
La domenica è impareggiabile.
Perché la domenica sono quasi sempre libero di fare quello che mi piace.
Io colleziono pensieri.
Tutto quello che si possa immaginare.
Stavolta c'è, però, qualcosa che mi tormenta.
Anche se non riesco a capire cosa.
Squilla il telefono.
Un amico mi chiede se posso intervistare un ex attore, nobile decaduto,
per un
giornalino locale, del quale sono un umile redattore.
Esco.
Incontro un collega con moglie e figli.
Gli occhi della famiglia sono affascinanti.
Ciascuno ha uno sguardo diverso.
E' chiaro che sono tutti parenti: le espressioni hanno qualcosa di
simile tra loro.
Ma al tempo stesso sono diversi, come se ciascuno vedesse la vita
familiare in modo
differente: felice, tormentato, rabbioso, sconcertato, manipolatore,
manipolato.
E' così che funziona una famiglia.
Li saluto.
Salgo in macchina.
Parto.
Cambio marcia, premo l'acceleratore e lascio due punti esclamativi di
pneumatici sul
nero opaco dell'asfalto.
La strada porta da Ostia all'Idroscalo.
Okay, non è più l'Idroscalo, quello degli anni settanta.
Il luogo dove Pasolini trovò la morte il 2 novembre del '75.
E' migliorato, negli ultimi anni.
Grazie anche alla costruzione del vicino Porto.
Certo, questa zona andrebbe rilanciata maggiormente.
Ma tant'é.
Okay, questa è una sorpresa.
L'uomo che sto per intervistare abita a pochi passi da uno squallido
gruppo di
casupole abusive.
L'indirizzo mi ha indotto a sospettare che non sia un alloggio lussuoso,
ma poco più
che dignitoso.
Sbagliavo: è peggio di quello che pensassi.
Infatti è un postaccio, un misero palazzo popolato da tossici e
ubriaconi.
Nell'atrio cadente, arredato con mobili malconci e spaiati, il
deodorante ambientale
non riesce a coprire il fetore di aglio, disinfettante da quattro soldi
e sudore
rancido. La maggior parte dei ricoveri per senzatetto è molto più
accogliente.
Mi fermo sulla soglia e mi volto verso la strada.
Mi guardo intorno attentamente.
Nessuno sembra prestarmi particolare attenzione.
Studio un edificio abbandonato sul lato opposto della strada.
Al secondo piano c'è una finestra con il vetro rotto.
C'è forse qualcuno che mi osserva, da dietro i vetri sporchi?
Ehi, lassù!
Sono sicuro di aver colto un movimento.
E' una faccia?
O solo la luce che filtra da un buco del tetto?
Mi avvicino all'edificio per esaminarlo meglio.
Ma non vedo nessuno e stabilisco che gli occhi mi hanno ingannato.
Torno verso il primo palazzo e vi entro, quasi trattenendo il respiro.
Mi viene incontro il portiere, un individuo disperatamente obeso che non
pare né
sorpreso né preoccupato dall'arrivo di uno sconosciuto.
Mi indica l'ascensore.
Quando la cabina si apre, ne esce un fetore insopportabile.
Okay, le scale.
Con una smorfia dovuta alla sciatica, salgo fino al quinto piano e trovo
l'appartamento 22.
Busso.
Qualche secondo dopo si aprono alcuni catenacci.
E un chiavistello.
La porta si schiude di uno spiraglio, più largo di quello lasciato da
una catena, ma
rimane bloccato da una sbarra di sicurezza.
Non c'è abbastanza spazio per entrare.
Appare la testa di un uomo con i capelli lunghi e sporchi e una barba
incolta sul
viso. Gli occhi sono irrequieti.
"Sono Mario Pulimanti" dico.
L'uomo mi guarda, poi abbassa gli occhi e toglie la sbarra di sicurezza.
La porta si spalanca.
L'uomo guarda in corridoio, dietro di me, quindi mi fa cenno di entrare.
Avanzo con cautela.
"E' lei Remigio Allocca".
L'uomo dice di sì.
A un esame più dettagliato l'appartamento risulta essere un bilocale
contenente un
letto, una scrivania, una sedia, una poltrona e un vecchio divano.
La moquette grigio scura è macchiata.
Un'unica lampada a piantana proietta una tenue luce giallognola.
Le persiane sono aperte.
Non c'è una cucina, ma in un angolo del salotto c'è un frigorifero in
miniatura, due
forni a microonde e una caffettiera.
La dieta dell'uomo consiste essenzialmente in minestre e scatolette di
fagioli.
L'uomo tiene un centinaio di cartellette ben ordinate.
I vestiti vengono da un'epoca precedente della sua vita, un periodo
migliore.
Sembrano costosi, anche se ora sono sfilacciati e pieni di macchie.
I tacchi delle scarpe, anche queste in origine eleganti, sono consumate.
In quel momento l'uomo è occupato da un compito interessante: leggere un
voluminoso
libro di testo rilegato.
Sulla scrivania c'è una lente d'ingrandimento scheggiata, collocata su
un supporto a
collo d'oca.
Mi invita a sedermi sul divano e si sistema su una sedia traballante di
fronte alla
scrivania.
Poi comincia a parlare.
Di cose antiche.
E' anziano.
Vive tra vividi ricordi di sessant'anni prima e una certa confusione
nella
percezione del presente.
Ad un certo punto entra una signora, la sua compagna.
Si chiama Gina.
Molto anziana.
Ci porta il caffè.
Percepisco diversi odori: la caffeina, certo, ma anche il sudore del
nervosismo e
due aromi diversi, forse lacca e deodorante.
Niente profumo.
Lei non sembra tipo da profumo.
Terminata l'intervista, esco.
Rientro a casa.
Mi lascio cadere sulla poltrona e accendo il computer.
Guardo i video.
E centinaia di altre foto, per la maggior parte scattate da Ferruccio,
sempre
rapidissimo a estrarre la macchina digitale.
Ehilà, che notizia riportata dall'Ansa.
La Cassazione ha confermato il cambiamento d'ufficio del nome di
battesimo imposto
da una coppia di Genova al loro figlio.
Il bimbo, per decisione dei giudici, non potrà chiamarsi Venerdì ma
Gregorio il nome
del santo festeggiato il 3 settembre giorno di nascita del bimbo.
Senza successo i genitori del piccolo hanno cercato di insistere sulla
legittimità
della scelta del nome in quanto anche personaggi noti, come Totti e
Ilary Blasi,
hanno battezzato la figlia con un originale Chanel, o come Jaki Elkann e
Lavinia
Borromeo che hanno chiamato Oceano il loro secondogenito.
Secondo i giudici di merito Venerdì sarebbe un nome ridicolo.
In un'epoca caratterizzata dalla creatività anagrafica la decisione fa
già
discutere. Gian Ettore Gassani, presidente dell'Associazione
matrimonialisti
italiani, commenta positivamente la sentenza della Cassazione che
conferma il
cambiamento del nome di battesimo del bambino genovese.
È giusto, secondo il legale, cambiare il nome dato dai genitori a un
bambino, quando
può avere effetti negativi sull'inserimento sociale dell'individuo,
ricordando il
caso di una signora milanese: si chiamava Vera Vacca, e ottenne di
cambiare nome di
battesimo.
Evidentemente la Cassazione ha messo in primo piano il futuro benessere
del bambino
rispetto alle esigenze dei genitori.
Controcorrente, invece, il parere di un nonno direttamente coinvolto
nella questione
come Alain Elkann, secondo il quale "Un nome originale, anche difficile
da portare,
può aiutare a temprare il carattere, ad avere una marcia in più. Ho due
nipoti che
si chiamano Oceano e Leone, e li trovo nomi straordinari". Venerdì mi
sembra un bel
nome, fa pensare a Robinson Crusoe. Non credo possa creare al bambino
problemi con i
coetanei: sarebbe così se l'avessero chiamato Venerdì 13".
Mi lascio sfuggire una risatina, attirandomi un'occhiata severa da parte
di Alessandro.
Guardo il video.
Ma in fondo non mi importa più.
Spengo il pc.
Con Gabriele mi concedo un drink, considerando che ci resta più di
un'ora prima di
cenare.
Alzo le spalle e esco sul balcone.
Profumo di salmastro.
Non mi resta che respirare l'aria del mare.
Simonetta mi chiama.
Chino la testa e mormoro: "Okay".