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mercoledì 07 marzo 2012

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un borghese piccolo piccolo

Giovanni Vivaldi, un piccolo impiegato ministeriale, nutre grandi speranze per il figlio Mario che si è appena diplomato ragioniere e fa di tutto per garantirgli di superare il concorso alla stesso ministero fino ad iscriversi alla massoneria. Ma la mattina degli esami il figlio resta ucciso nel corso di una rapina.
La moglie resterà paralizzata e muta dallo chock e Giovanni Vivaldi, riconosciuto il giovane rapinatore assassino, anzichè denunciarlo, lo seguirà per mettere in atto la sua personale vendetta: lo porterà nel capanno sul lago di sua proprietà, lo torturerà fino a farlo morire.
E quando, andato in pensione ma rimasto vedovo, gli capiterà di scontrarsi verbalmente con un giovinastro, scatterà nuovamente la sua voglia di giustizia personale quanto sommaria, tanto sa già come si fa.

E' molto più che un piccolo borghese, Giovanni Vivaldi, è piccolo piccolo.
La sua vita e le sue aspirazioni potrebbero intenerire: la casa sono "du' camere e cucina" tanto che Mario, unico figlio, dorme sul divano letto in soggiorno, ha comprato una baracca in un pantano e sogna di metterla a posto e andarci a vivere dopo la pensione, per il figlio, bruttarello e di carattere remissivo e mammone, ha costruito una vita altrettanto grigia: un posto ministeriale come ragioniere.

Ma Mario Monicelli, fin dalla prima sequenza, ci mette in guardia: Giovanni Vivaldi non è un uomo mite, basta vedere con quanta violenza schiaccia la testa con un sasso al pesce appena pescato, una morte inutile perchè il pesce sta comunque morendo.
E per il figlio è disposto a deviare dalla legalità facendosi consegnare il tema giusto per superare gli esami. Certo sono piccole deviazioni che fanno ancora ridere come l'esilarante cerimonia di affiliazione alla massoneria.
Ma il confine è labile: Giovanni Vivaldi, che non ha mai nascosto la sua simpatia per quell'uomo che "aveva due coglioni così" e che disse "molti nemici molto onore", diventa giustiziere, torturatore, assassino e alla fine potenziale assassino seriale.
E la sua non è esattamente sfiducia nelle istituzioni, quanto violenza personale e voglia di personale vendetta e giustizia: non una lontananza dalla Stato, un disconoscimento.


Meraviglioso film che segna, forse, la fine della commedia all'italiana di cui Mario Monicelli era stato il padre, la fine del guardare ironicamente ai difetti degli italiani per vedere gli stessi difetti in tutta la loro drammaticità e crudezza senza speranza.

Straordinaria interpretazione di Alberto Sordi che è al suo primo ruolo totalmente drammatico.
Non stupisce: Mario Monicelli aveva già dimostrato la sua capacità di regista di tirare fuori "altre" corde ai suoi attori. C'era stato Totò in Guardie e ladri, Gassman ne I soliti ignoti...
 

Rivedendolo ieri sera mi sono accorta che di questo film ricordiamo la morte del figlio ragioniere e la successiva vendetta del padre. E non ricordiamo che la morte del figlio ragioniere avviene in realtà a metà del film. Prima c'è la piccola piccola  vita di Giovanni Vivaldi, oscuro impiegato ministeriale.

Le location rispecchiano perfettamente questa piccola piccola vita: la casa della famiglia Vivaldi è su piazzale Prenestino, davanti alla tangenziale che copre la vista. La baracca è nei pressi di Nazzano, padre e figlio prendono la metro a via Cavour dove all'epoca passava il tram, l'ultima sequenza è a via Casilina.

Per saperne di  più sulle location...

 

 

 

 

 

 


Grande Monicelli.
Quanto mi manchi...
 

 

angela :)

 


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