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08.01.2009 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                       (non) c'era una volta

Il Vittoriano

Nel 1878, subito dopo la morte di Vittorio Emanuele II, fu bandito un concorso per erigere un monumento che ricordasse il padre della patria e l'unità d'Italia (per quelli scarsi in storia, ricordiamo che Vittorio Emanuele II fu il primo re d'Italia, quello dell'incontro a Teano con Garibaldi che gli consegnò il Regno delle due Sicilie con buona pace del meridionali che speravano nella rivoluzione e nella distribuzione delle terre e si trovarono a passare da un re napoletano ad un re piemontese).

Ma torniamo a Roma, anzi a piazza Venezia.

Al concorso per il monumento parteciparono la bellezza di 223 progetti ma poichè il giudizio della commissione suscitò parecchie polemiche, si dovette fare un secondo bando (nulla di nuovo sotto il sole) che fissava dei punti fermi: il monumento doveva sorgere sulle pendici del Campidoglio, doveva essere in asse con via del Corso,  doveva avere una spianata di 27 metri (chissà perchè ventisette) sulla quale doveva essere collocata la statua equestre del sovrano.

E così, finalmente, nel 1884, la commissione assegnò l'incarico all'arch. Giuseppe Sacconi che l'anno successivo diede inizio al lavori.

 

Ci sono due cose troppo succulente nella vita di Sacconi che vale la pena di segnalare. Intanto era "marchiciano", aveva studiato arte applicata a Fermo e da lì si era trasferito a Roma dove aveva uno zio cardinale, Carlo Sacconi. Arrivato, aveva subito iniziato a lavorare presso lo studio del più importante architetto della capitale, certo Luca Carimini, romano ma di famiglia marchigiana. E fin qua...Ma la cosa strepitosa è che il nostro Giuseppe Sacconi, al momento dell'aggiudicazione del concorso per il monumento al Re, NON ERA ARCHITETTO, gli danno il diploma subito dopo  "in grazia di un articolo della vecchia legge Casati", come sottolineò Camillo Boito in un articolo sullo stato dell'architettura in Italia apparso nel 1890.

Intendiamoci: non è stato il solo ad avere la laurea durante l'esercizio della professione, così è stato per F.L. Wright che aveva fatto si e no due semestri ad ingegneria, Le Corbusier che aveva fatto la scuola d'arte, Carlo Scarpa a cui viene conferita la laurea in architettura dopo che ha vinto il concorso a cattedra alla Facoltà di Venezia.

 

Torniamo a Sacconi. Dicevamo, inizia i lavori per il monumento nel 1885

Data la mole, furono necessarie un paio di demolizioni fatte dal 1885 e il 1888 che riguardavano un vasto quartiere medievale. Andarono giù: la Torre di Paolo III, il cavalcavia di collegamento con Palazzo Venezia, i tre chiostri del convento dell'Ara Coeli e tutta l'edilizia minore presente sulle pendici del colle.

Una volta iniziati i lavori di costruzione, il Sacconi  va avanti fra mille difficoltà compresi gli scarsi finanziamenti e le prime lesioni date da infiltrazioni e dalla instabilità del terreno percorso da mille gallerie.

Sacconi muore nel 1905 e ancora i lavori sono in corso.

Aveva previsto di realizzare il monumento in travertino romano, in linea con certa tradizione, ma i successori decidono per il botticino, un marmo bianco (troppo, troppo bianco per Roma) più facilmente modellabile che proviene dal bresciano, guarda caso zona di origine di Giuseppe Zanardelli, l'uomo che aveva emanato il Regio decreto per la costruzione del monumento.

Il vittoriano sarà inaugurato nel 1911 da Vittorio Emanuele III, ma i lavori finiscono realmente solo nel 1935 e ancora c'è qualcuno che si ricorda che il padre gli ha raccontato che dentro al piedistallo della statua del re i muratori ci avevano messo un tavolo e le sedie e ci pranzavano nella pausa a mezzogiorno.

Certo se Sacconi si aspettava o si aspetta ancora l'ammirazione dei posteri per la sua opera effettivamente grandiosa, ovunque egli sia, certo è rimasto deluso per molto tempo, diciamo più di un secolo. Perchè i romani hanno paragonato il monumento a varie cose: un calamaio, un catafalco, una dentiera, una torta nuziale... Ma l'attribuzione di sicuro più diffusa è "la macchina da scrivere".

Cattivelli noi romani ma, diciamocelo, il vittoriano non è esattamente una bellezza: bianco abbagliante, grande, imbarazzante, di una stucchevole pomposa architettura neoclassica fatta in anni in cui già si annunciavano le leggerezze metalliche del liberty... il tutto in un'area delicata come il campidoglio di Michelangelo...

Insomma nella facoltà di architettura fino a pochi anni fa pare che gli studenti facessero studi per la sua demolizione e il riutilizzo dell'area.

Per decenni, esattamente dal 1987, il Vittoriano è stato in restauro; solo nel 2000 è stata riaperta la scalinata e i nuovi spazi espositivi ma diciamo che i romani hanno cominciato ad apprezzare il Vittoriano solo con l'installazione, nel 2007, degli ascensori in vetro che portano alle terrazze delle quadrighe, il punto più alto di tutti gli edifici del centro di Roma, 62,26 metri (la cupola di San Pietro è alta solo 43).

 

Happy end per il Vittoriano? Manco pe' gnente.

Gli ascensori in vetro, a mio parere un buon esempio di architettura moderna in ambito storico, hanno scatenato subito una infinità di polemiche, da Italia Nostra, a personalità (o personaggi) come: Carlo Ripa di Meana, Giulio Andreotti, Alberto Asor Rosa, Paolo Portoghesi (strano...), Vittorio Sgarbi (di lui non mi stupisco affatto), Marco Travaglio, Duccio Trombadori.

Qualcuno li ha definiti "l'archimostro", Paolo Portoghesi si è indignato perchè "Si vede sporgere la tettoia già da largo Chigi. Non è certo colpa del ministro, né di Ciampi, i quali volevano l'agibilità della terrazza. Ma è colpa del progetto."

Così mercoledì 14 maggio 2008 Francesco Prosperetti, da quattro mesi direttore regionale dei Beni culturali del Lazio, ha annunciato che gli ascensori del Vittoriano, inaugurati un anno fa alla presenza del presidente Napolitano, saranno smontati.

 

Gli ascensori, per la cronaca, sono costati un milione e 150mila euro, e in pochi mesi ha portato 300mila persone al costo di sette euro a corsa (per quelli scarsi in matematica fa 2 milioni e 100mila euro).

Qualcuno dice che alle terrazze si può arrivare comunque: infatti per chi

vuole risparmiare si possono fare 196 scalini e si arriva lo stesso.

Gli ascensori, per sette euro, però salgono per circa 40 metri in 34 secondi (esattamente conducono da quota 25,85 fino a un'altezza di 62,26 metri). Il cilindro ascensionale è considerato «un'addizione estranea al monumento» e pertanto si tratta di un'opera autoportante dotata di «reversibilità totale», che significa che si può rimuovere senza troppi problemi ma anche che, se proprio Portoghesi e amici sono turbati dalla tettoia sporgente che si vede da lontano, si può modificare senza troppi problemi (e troppi soldi)
Comunque, nonostante le polemiche le due cabine corrono ogni giorno a pieno carico verso la terrazza delle meraviglie.

E io spero che continuino a farlo anche in considerazione del fatto che Roma ha ben altri problemi. Per esempio, che ne sarà della metropolitana?


fiore di cactus

 


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