QUARTA TAPPA

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di PAOLO RUMIZ

Asinara, la Cayenna nostrana che tramutava tutti in prigionieri

 

Dopo qualche sorso di mirto, una sera di rondini ad Alghero, il dottor Giovanni Pirisino cominciò a parlarmi di Riina. Lo aveva curato al carcere dell'Asinara con altri super-detenuti. Per dargli le pillole contro il mal di testa doveva aprirgliele una per una, perché lui non si fidava. Altra cosa era il cognato di Santapaola, cui gli altri detenuti siciliani facevano il letto per deferenza. Ma i più speciali erano detenuti sardi, che non ricorrevano mai al medico e si barricavano nei loro silenzi.

Asinara, quel nome di isola suonò come un raglio tremendo dal mare, con le sue tre A piene di vento. Il carcere era chiuso da oltre un decennio. Chissà cos'era rimasto della quarantena o dell'approdo di Falcone e Borsellino alla vigilia del maxi-processo. Da tempo volevo vedere quel luogo profumato di brughiera e salsedine, spazio selvaggio di semilibertà che accomunava carcerati e carcerieri. Me ne aveva parlato per primo un compagno di classe al liceo, che vi era nato nel '46. Figlio di un dirigente carcerario, si chiamava Pino, cognome Malara, aveva anche lui il marchio delle tre A nel nome e aveva tratto un indomabile istinto libertario proprio da quel luogo-simbolo della galera. Ma le storie più belle le raccontava Paolo, il fratello maggiore. Dopo una vita di traslochi - era ufficiale degli alpini – si aggrappava a quel brandello di terra come a Itaca, l'unica cosa ferma della vita. Rievocava scorribande di un'infanzia brada e sapeva dirti con minuzia lo sbarco dei naufraghi della corazzata Roma, affondata a poche miglia.

Partii subito, divorato dalla curiosità. Dall'imbarco di Stintino l'isola era ferma nel vento, contorta e color viola. Claudio Meucci, un sardo di pelo rosso, aveva messo il “purceddu” allo spiedo nel giardino di casa e invitato amici. Asinara era a mezzo miglio, ma lui aveva potuto metterci piede solo nel 1999, a storia finita. L'emozione, disse, era stata pazzesca. Punta Scorno, col suo faro, aveva svelato un concentrato di profumi e rocce primordiali, davanti al mare arato dalla tramontana. Ma il luogo era deserto. Asinara era già allora l'isola disabitata più grande del Mediterraneo.

Quella sera il vino propiziò i racconti. Evocammo guardie a cavallo sulla battigia, l'evasione del galeotto portato in gommone dalla moglie, e la cattura di altri, finiti in roveti per conigli. Ah l'Asinara, sospirarono in molti quella sera. Era la grande madre, perché era stata l'isola a generare il villaggio di Stintino in terraferma, e non viceversa. Era accaduto nel 1885, quando lo Stato aveva voluto l'isola, e 45 famiglie di pescatori dovettero andarsene e fondare un paese nuovo. “Non sono nata all'Asinara, ma mio nonno sì, e a me basta per sentirmi isolana”, disse Luisa Benenati prima di abbandonarsi a storie di camosci, asini albini e detenuti-giardinieri. “Quando il levante bloccava l'isola tutti diventavano detenuti, anche le guardie”.

La mattina partimmo a vela, col “Giribe terzo” di Antonio Fresi, pilota dal profilo greco, guardiaparco con permesso di attracco all'isola. In un mare piatto, da delfini, passammo luoghi di leggenda. La croce di ferro piantata dagli esuli dell'Asinara, l'ex tonnara, l'Isola Piana dove la famiglia Berlinguer in autunno portava le vacche, legate con una corda a una barca a remi. E poi lo stretto di Fornelli, un tempo segnalato da fuochi, passaggio millimetrico popolato di relitti. Tutto in due miglia. Dall'altra parte c'era l'isola e Antonio cominciò a raccontare. “Qui i detenuti facevano il bagno, zappavano la terra, giocavano a calcio. Molti piansero quando dovettero andarsene”. Asinara era l'antitesi di Lampedusa.

Si levò il maestrale, la barca si inclinò e fece un bordo davanti alla casa di Falcone a Cala d'Oliva, poi attraccammo a Cala Reale, dove cominciò il grido degli asini albini. Razza endemica dell'Asinara senza alcun nesso al nome del luogo, trottavano fra i ruderi della quarantena e palazzine popolate di cardi. Chiesi se fossero in fregola e Claudio rise che gli asini sono sempre in fregola, non c'è stagione che tenga. In assenza di umani, erano i padroni del territorio e se lo contendevano con morsi e ragli strazianti. C'erano anche cavalli selvaggi al galoppo, e un asino che li inseguiva affannato. Forse fiutava le femmine, forse credeva di essere lui stesso un cavallo. Fatto sta che il branco signorilmente rallentava per non lasciarlo indietro.
Vanamente cercai i segni dell'epopea di quella Cayenna tirrenica. La natura e la devastazione si erano mangiate tutto in dodici anni appena. Alcune celle erano state trasformate dal parco in centro ambientale. Gli orti e i campi di grano pettinati dal vento erano spariti. Il mulino, il forno, la scuola, il mattatoio erano ruderi. Le scritte dei detenuti cancellate come una vergogna. Le brande buttate.

Salimmo alle case delle guardie per un viale di escrementi e mosche. Lo sgombero forzato del '97 aveva lasciato segni terribili. Vetri e materassi sfondati, mobili a pezzi, nidi di colombi. Per terra sacchi della posta, un gatto morto, schedari, un volume con nomi di ministri estinti, Scelba, Spagnolli, Ferrari Aggradi. Non era semplice abbandono, era furia demolitrice. Nessuno voleva mollare quel paradiso, Asinara significava Roma lontana, pesce e formaggio gratis. Le guardie al momento dello sfratto pensarono: “Se questo posto non possiamo averlo noi, non sia nemmeno di altri”. Così, in silenzio, Asinara fu fatta a pezzi. In quattro si suicidarono, tra detenuti e guardie. Ed era forse la vendetta del tempo per la deportazione di cent'anni prima.

In fondo alla baia, verso ovest, campeggiava una torre bianca. Con la residenza reale appena restaurata, sembrava l'unica cosa intera dell'Isola. Ce ne andammo in silenzio, parlando a bassa voce. Eravamo soli, senza visite guidate, e in quel genocidio della memoria almeno la magia selvaggia del luogo si svelava. La torre era l'ossario dei prigionieri austroungarici della Grande Guerra. Erano stati portati lì in quindicimila e la metà era morta di stenti e dissenteria. Qualcuno era di Trento, altri di Trieste, la mia città. Parlavano italiano ma morirono egualmente come mosche. L'ingresso era chiuso. La decisione di sbarrarlo era stata presa dopo il furto di un teschio, messo poi in vendita su Internet. Andammo a vedere le docce, dove era avvenuta la disinfestazione degli “stranieri”, direttamente allo sbarco. I ferri suonavano al vento come corde di un pianoforte scordato. Il tetto era semicoperto di finocchio selvatico, il molo scintillava di quarzo e fiorellini vibranti nel maestrale. Spaventai una coppia di tortore, inciampai nella rete di una branda, mi impigliai in una ragnatela. Poi, sazi di silenzio, togliemmo l'ormeggio col vento che declinava. Finimmo all'ancora verso Fornelli per sorso di vino, all'ora dei calamari.

03 agosto 2011
 

 

 

L'ex carcere di Fornelli per mafiosi e terroristi, la casa dove Falcone e Borsellino prepararono il maxi-processo, l'ossario dei soldati austriaci catturati nella Grande Guerra. Ma dallo sgombero di una dozzina d'anni fa, la natura e la devastazione si sono riprese l'isola, che oggi sembra popolata solo di leggende nere, cavalli bradi e asini albini“Aveva un carisma dimesso e uno sguardo attento”.