QUinTA TAPPA

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di PAOLO RUMIZ

Riesi: la strada ferrata delle solfare
una meraviglia mai inaugurata 

Arrivai a Castrofilippo una sera arancione d'aprile con una luna gravida all'ottavo mese, sensuale, già araba. Il terreno era crivellato di solfare chiuse con i loro scheletri di ferro, ma la terra emanava lo stesso odore di zolfo per il trattamento delle vigne. Col buio poi si sparse il profumo dei gelsomini, e da una terrazza con vista su Racalmuto rimasi a sorseggiare una birra fredda tra i grilli, mentre nelle campagne i cani si chiamavano, disegnando come un'ecografia di quel terreno inquieto. I cani, anime abbandonate, erano stati adottati dalle rovine, e ora erano a loro volta guardiani dell'abbandono.

In anni di viaggi in Italia avevo collezionato un'infinità di ruderi, solitudini e case abitate dal vento. La mia strada era sempre più spesso sbarrata da sterpaglie, ruggine, foreste di robinie, muri sbrecciati, roveti o capannoni dismessi. Un tale percorso di guerra che la Penisola a un certo punto mi parve abitata più dai fantasmi che dai vivi. A volte erano abbandoni fulminei e inspiegabili, altre volte il risultato di incuria e vandalismo: ma sempre erano pietre mute sotto una luna selvaggia. Avevo visto di tutto, e solo una cosa mi mancava. La rovina di una cosa mai nata. Il disfacimento dell'incompiuto. All'inizio pensavo che nemmeno esistesse, ma mi sbagliavo. Lo capii quando l'amica Valentina Scaglia, indomabile esploratrice, mi parlò di questa sublime categoria dell'abbandono, e mi indicò un luogo preciso, la ferrovia a scartamento ridotto, mai inaugurata, tra Canicattì e Riesi, in Sicilia. Disse che era un manufatto relativamente integro, con stazioni, caselli, viadotti, gallerie e case cantoniere. Una meraviglia che tagliava un paesaggio desertico “da film di Sergio Leone”. Quarantuno chilometri e mezzo percorribili a piedi o in motocicletta tra il finocchietto e le cicale.

L'indomani partii di buon'ora, ma fu precauzione inutile perché già alle dieci un sole africano martellava la massicciata attorno a Delìa. La strada ferrata era una pista ghiaiosa senza binari né traversine, non perché queste fossero state tolte, ma semplicemente perché non erano mai state messe in opera. Era successo che, a lavori quasi finiti, nel 1940, era stata dichiarata la guerra e il ferro era diventato strategico. Così le rotaie non arrivarono mai, e mai una locomotiva passò.

Quel mattino il paesaggio era coperto di peluria verde, la Sicilia era ancor priva dei colori funerei dell'estate. Andai avanti veloce: il tratto più bello, mi aveva detto Enzo Giuliana, un ex minatore di Sommatino col vizio della memoria, veniva proprio dopo il suo paese, quando la linea si inabissava nella valle del Salso verso la miniera di Trabìa Tallarita, disegnando curve da ottovolante e gallerie elicoidali, per risalire poi verso Riesi.
Quando arrivai sul punto di scollinamento, rimasi senza fiato davanti a una conca immensa e giallina, solcata da potenti smagliature di un bianco gessoso che indicava le vene di zolfo. Ero davanti a un capolavoro di ingegneria che aveva vinto un dislivello pazzesco. Il senso dell'opera era trasparente: collegare la rete di solfare alla ferrovia maggiore Caltanissetta-Licata, in modo da rendere più svelto l'imbarco del minerale.

Cominciai così la discesa in uno degli spazi più desertici della Sicilia. Terreno perfetto per latitanti, rapimenti e agguati. Così mi era stato spiegato, con dovizia di nomi e dettagli truculenti, da quelli di Castrofilippo.
Volevo attraversare anche le gallerie più lunghe, ma il buio era poco raccomandabile anche con la lampadina frontale, e mi avevano avvertito della possibilità di crolli. Gli ingressi, con la volta segnata dalla stampigliatura “Anno IX era fascista” erano ingombri di terra e vegetazione alta fino alle spalle. Da un anfratto sbucò una lepre come una palla di schioppo. Poi fu la volta di un cinghiale di pessimo carattere. Meglio stare all'aperto, godersi i viadotti dalle magnifiche arcate che segnavano il territorio come acquedotti romani. Scesi scontando nell'anima la tempesta di un conflitto molto siculo, tra incuria e bellezza.

Arrivai sul fondovalle e il senso di abbandono crebbe. Il ponte che superava il Salso era stato amputato da una piena, la stazione murata. Lungo il fiume, la strada nazionale 557 che sulla carta del Touring collegava direttamente Ravanusa all'autostrada per Enna, era chiusa. Anzi, non era stata mai aperta. Come la ferrovia, era anch'essa una grande incompiuta in rovina. La transitava solo qualche camion, tanto per tenere vivo l'appalto mangiasoldi. Era così vuota che potei percorrerla a piedi sulla mezzeria. E da lì potei vedere le rovine della grande solfara, Trabia-Tallarita, una montagna di ferro spolpato dai vandali. Decisamente, ero nell'epicentro di una tempesta di abbandoni.

Enzo Giuliana, il cuntastorie della miniera, mi aspettava lì vicino, all'ingresso del museo dello zolfo che, con le sue ordinate collezioni, sembrava davvero l'unico contrappunto allo sfacelo. Quando andammo a camminare tra i resti della miniera ed Enzo cominciò a narrare senza una sbavatura di retorica una grande storia di fatica, di gloria, di sangue e lavoro, capii che la ferrovia estinta era stata solo una soglia per farmi entrare in quel mondo sulfureo, abitato dagli dei o dai demoni del Profondo. Parlava con rabbia, il custode della memoria, e lentamente la rievocazione divenne anatema, parole digrignate contro i saccheggiatori “delinquenti disgraziati bastardi”.

“Con i camion vengono sti maledetti, in vent'anni s'hanno carriatu tonnellate e tonnellate di ferro, delinquenti, oggi si portano via anche i muretti a secco per le loro ville, e se gli dici qualcosa ti puntano contro la pistola, disgraziati bastardi... Talìa, via le funi, via le travi, via le grondaie, si pigliarono la nostra identità più bella”. Camminammo in mezzo a scheletri rugginosi, scavalcando mucchi di pietre cadute coperte d'ortica. Quattromila uomini avevano lavorato là sotto, ma nulla era più visitabile. Anche la miniera di Cozzo d'Isi, la meno malandata, era percorribile solo con laboriosi permessi ministeriali o palermitani. Ero di fronte all'occultamento criminale di una storia grandiosa.

Fu lì che Enzo indicò il sottosuolo e fu come se il bastoncino di un rabdomante disegnasse il labirinto dove per oltre un secolo uomini nudi, bambini gobbi e asini ciechi avevano sputato sangue in mezzo a nubi di giallo vapore. “Qui – disse picchiando il terreno col piede – qui è nato il nostro desiderio di libertà, qui la speranza, qui la lotta, e mi lasci dire, qui come in altri luoghi di sfruttamento è nata la nostra Costituzione, che è la più bella del mondo”. E aggiunse con gli occhi lustri: “Mi creda, non è un caso che i barbari si accaniscano su questi luoghi simbolo della nostra storia operaia”.
Il sole picchiava, tremendo. E io ero solo all'inizio della scoperta. L'indomani Enzo mi avrebbe dischiuso le porte dell'inferno.

04 agosto 2011

 

 

 

Tracciata tra Canicattì e Riesi, quarantuno chilometri in un paesaggio da western nel cuore della Sicilia, doveva sveltire il trasporto dello zolfo ma la guerra nel 1940 bloccò tutto. Viadotti, gallerie elicoidali, curve da ottovolante: un percorso sapiente che accende nell'animo del cronista un conflitto molto siculo tra incuria e bellezza