SESTA TAPPA

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di PAOLO RUMIZ

I segreti sulfurei di Gessolungo
la miniera 'viva' che giace abbandonata

Oltre la cappella di San Micheluzzu, dove Caltanissetta finisce con una strada in picchiata verso Nord, la barbetta da fauno dell'ingegner Aldo Lipani si sporse su un finimondo di colline, simili a un mare reso pazzo da improvvisi cambi di vento. Eravamo davanti a un purgatorio crivellato di miniere, e lui, che ci aveva passato una vita, provò a svelarne qualche sulfureo segreto. Lontano erano visibili i bastioni di Enna e Calascibetta, e tutto intorno sbadigliavano bocche d'inferno dai nomi antichi. Muculufa, Gallitano, Terrapelata, Benuntende, Giffarò, Mendolilla.

Scendemmo in uno scampanio di pecore fino alla zolfara di Gessolungo dove, tra la sterpaglia, ferri contorti e rovine, il pozzo era tombato con una lastra di pietrisco e calcestruzzo. “Qui sotto c'è un mondo che non vedremo mai” disse l'ingegnere sotto i ruderi del castelletto con ascensore, e tirò fuori una vecchia mappa con le sezioni dei pozzi. Evocò un formicolare di uomini, turbine, generatori, ferrovie sommerse e pazzesche riparazioni compiute lì dentro. Disse che le miniere erano una “cosa viva”, piena di gas, acqua, vapori e bitumi; qualcosa che “si muove, parla e ascolta”. E concluse: “Se non dai l'accesso a tutto questo, la memoria si perde. Le miniere di sale polacche sono visitate da milioni di persone. Perché qui non è possibile fare la stessa cosa?”.

Bella domanda. Lì non era possibile, perché in quella sconfinata bellezza aveva fatto il nido l'italica devastazione. Ma dietro c'era di peggio: l'accanimento e il disprezzo per la storia più nobile di Sicilia. Tutto s'erano preso le cavallette. Le balestre, le catene, le docce, gli strumenti dell'officina. Nella miniera di Trabìa, sull'altro versante, erano scomparsi persino i giganti elettrogeni del gruppo Tosi, la stessa fabbrica che li aveva installati sul “Titanic”. Generatori pesanti decine di tonnellate, che da lì avevano dato luce a tre province. Tutto rubato, nelle certezza dell'impunità. A casa sua, con le delizie del suo orto, il mago-ingegnere aveva scodellato una montagna di storie e tirato fuori da una cassa favolosi cristalli. Poi mi aveva portato al quartiere arabo di Caltanissetta, tra cortiletti e stradine sghembe, fino alle casupole degli zolfatari ancora popolate di donne in nero. Adriana, sua moglie, era anche lei figlia della miniera e lì, accanto a un muretto della kasbah, vicino alla chiesa di San Domenico, ci aveva raccontato pezzi d'infanzia. “Papà era dirigente, aveva l'obbligo di residenza e noi bambini vivevamo con lui. Anche la scuola era alla zolfara, una pluriclasse con i figli dei contadini. I nostri giochi erano scavare gallerie, ficcarsi nei canali di scolo. Vidi uomini acchiappare conigli e cucinarli con lo zolfo fuso. Uno aveva occhi neri andalusi, viaggiava in piedi sul carretto a cavallo”.

Il sole declinava sulla miniera, illuminava fichi ed eucalipti di luce color miele, e le ombre allungandosi evocavano presenze niente affatto immaginarie. Gessolungo era stata tomba di molti, spesso di bambini. Venduti per fame dalle famiglie, a fine carriera finivano buttati in fosse comuni, là dove capitava. Micheluzzu, Saridduzzu, Antoniuzzu, Carmeluzzu. La zolfara aveva il suo cimitero e sulla strada del ritorno leggemmo qualcuno dei loro nomi in una targa posta dagli Amici della miniera di Caltanissetta. Non era una tomba. Mancavano i corpi, e non solo. Non c'erano nemmeno i cognomi di quei “carusi” morti all'inferno senza aver conosciuto né gioia né scuola. Angeli presi forse in consegna da un Dio diverso da quello dei cieli.

Alla periferia di Caltanissetta c'è ancora una cappella, dedicata alle Sante Anime del Porgatorio. I morti in miniera facevano lì il loro ultimo passaggio, l'ultimo dazio prima del camposanto. In chiesa non erano ammessi, come i suicidi. I mafiosi, invece, avevano la chiesa aperta, con la banda e l'arciprete. Pio XII aveva scomunicato i comunisti, e poiché i minatori non potevano non essere tali, era fatale morissero come cani, senza acqua santa, briganti sovversivi in contatto con gli inferi. E non fa niente se cantavano in processione e veneravano “Santa Barbareddra china di carità”. Ma la rivolta venne, un giorno, e fu quasi vendetta. Fu quando nel 1957 la miniera Tuminelli crollò e fece strage di operai. La folla irruppe in chiesa con i feretri e il servo di Dio dovette dir messa suo malgrado. Le ombre di quei morti vennero davvero quella sera. Le chiamò Alberto Nicolino, attore e autore di un atto unico teatrale - “Stirru” - sulla tragica dimenticata. Per scriverlo, aveva raccolto storie per settimane tra gli ex zolfatari di Caltanissetta e Sommatino ed era stato lui a farmene i nomi. Salì su un rugginoso soppalco e recitò per noi: “Qui solo tombe di canaglie, tutti zolfatari... Il diavolo si tura il naso per il tanfo, a sentire quanto sanno di zolfo”. Sospirò con ironia satanica: “Ah se potesse parlare la tomba di Asaro...”, e narrò la storia di uno che fu murato vivo perché bisognava soffocare il fuoco che minacciava l'intera miniera. Evocò l'indicibile, disse che era toccato ai suoi fratelli chiudere la galleria. Ghignò: “Proprio sto scemo di Asaro, morto là sotto come un fesso”. E solo alla fine, davanti alla devastazione, cantò un epitaffio che parve un lamento della vecchia Grecia.

“Mi scordu mi scurdavu
Scurdatu sugnu
mi scordu di la stissa vita mia”.

Chi non aveva scordato niente era Angelo Di Maria, anni 86, di cui 36 e mezzo nei pozzi. Mi si presentò l'indomani davanti alla miniera di Tallarita con giacca e cravatta, occhi ardenti e corpo da ballerino di tango. Un cappello a visiera da marinaio e un bastone da passeggio gli conferivano autorevolezza. Subito ghignò: “Un busto di zolfo ci fecero a Mussolini, per la visita in miniera. Ma la prima notte già lo squagliaro”. Si fregò le mani al ricordo della burla e cominciò a muoversi come una lucertola tra le ombre del suo mondo finito. Ne additava i pezzi col bastone, li chiamava all'appello uno per uno. “Cà c'era la fonte, cà lo furnu, cà la mensa delli ingegneri, cà la scola delli picciriddi, cà c'era la cassa, dove ci pagavano”. Poi cercò tra gli eucalipti: “E cà c'era la mensa col biliardo”.

Ogni tanto gli montava la rabbia e agitava il bastone al cielo. “Guarda 'sti disgraziati come hanno lasciato distruggere tutto. 'Ste case per i cristiani potevano essere”. Enzo Giuliana, memoria vivente del territorio e delle sue lotte, aveva portato Angelo da Sommatino e gli faceva eco “Maledetti... bastardi... disgraziati...”. Poi di colpo l'orgoglio si sostituiva al furore: “Qui il più pigro faceva 365 giornate l'anno. Ci fu chi ne fece 425. Noto Domenico si chiamava”. E lì di nuovo Enzo faceva eco come un coro di Euripide: “Pane e zolfo si mangiava...”. Infinite altre storie di scioperi, carabinieri e donne in piazza riempirono il mio taccuino fino a quando il sole spense i colori e fece tacere anche i cani.


05 agosto 2011

 

 

 

Tra la sterpaglia, i ferri contorti e le rovine, si nasconde un territorio che si "muove, parla, ascolta". Un mondo di "una sconfinata bellezza dove aveva fatto il nido l'italica devastazione". Al posto di uomini, turbine, generatori, ferrovie sommerse ora c'è l'accanimento e il disprezzo per la storia più nobile di Sicilia