NONA TAPPA

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di PAOLO RUMIZ

Lamezia: Il labirinto delle case 'non finite'
dove il muschio cresce sul cemento
 

Uscimmo dall'hotel dei passi perduti che ancora pioveva, con addosso uno vago senso di malessere. Pensai che “Buonalbergo” era un nome di luogo frequente in Italia, il che dimostrava che da qualche parte dovevano esistere “malalberghi” come questo. Nella sua mappa dei luoghi perduti, l'amico Paolo buonanima non aveva contemplato posti del genere, o forse aveva solo scelto di evitarli. Lui sapeva bene che la contemporaneità cementizia produceva orrori di cui si liberava velocissimamente. E sapeva che quegli orrori non diventavano nobili rovine, ma ruderi. Avanzi, resti di un banchetto da gettare ai cani.

Ma il bello della giornata doveva venire. Appena oltre un filare di alberi, c'era un enorme bunker di cemento. “E' la piscina olimpica”, spiegò Salvatore che mi accompagnava. Un'inutile piscina inaugurata in mezzo alle montagne, e ovviamente mai entrata in funzione. Nemmeno l'acqua ci avevano mai messo. L'ingresso degli spettatori era stato sbarrato da assi di legno, ma non per proteggere il posto dal degrado. La precauzione era stata presa solo per impedire che le vacche della malavita, le intoccabili “vacche sacre” che pascolavano liberamente intorno, si spezzassero i garretti precipitando nelle vasche vuote, in mezzo a gradinate altrettanto vuote.

L'immenso edificio era composto di un unico ambiente. Il muschio già cresceva sul cemento e c'erano nidi di rondine ovunque. Frammenti di vetro scricchiolavano sotto le scarpe. L'ambiente vuoto era stato immediatamente riempito dai suoni minimali della nostra presenza, al punto tale che un passaggio non svelato da rumori generava automaticamente spavento. Quando Salvatore uscì dagli spogliatoi in perfetto silenzio, per poco non cacciai un grido. Ma la cosa impressionante era il rimbombo. Bastava bisbigliare e il suono ritornava indietro lugubre, prolungato. Dal fondo della piscina lanciai un richiamo di montagna, quelli che dalle mie parti si chiamano “Jodel”, e l'eco durò una trentina di secondi.

Invece dell'urlo delle tifoserie, si materializzava la quintessenza del vuoto. L'ambiente era un padiglione auricolare che amplificava ogni scricchiolio delle Serre. I camion che passavano lontani verso la mala-diga dell'Alaco producevano il tuono di una lamiera percossa. Le pale eoliche rotanti, distanti un chilometro, comunicavano un rantolo di agonia che nessun vento sarebbe stato capace di produrre. Mi chiesi se quel posto fosse capace di intercettare anche la voce dei morti ammazzati nella faida dei boschi lì intorno, quasi un'antenna parabolica sensibile al richiamo delle anime perse. “Otto anni fa qui fu avvistata una pantera” mi dissero i compagni d'avventura. “Aveva ucciso un puledro lasciando intatta solo la testa”.

Uscimmo in fretta da quel sepolcro intriso di umidità. Fuori la pioggia ci bagnava ma l'acqua era meglio dell'aria ferma e malsana. Risentimmo il cinguettio degli uccelli, respirammo a pieni polmoni gli umori di quella terra nobile di sorgenti e monasteri, e ci salutammo come partigiani costretti a prendere strade diverse per sfuggire a un rastrellamento. Per rifarmi il morale scesi a Soriano, da Francesco Bortone, sindaco capace di omerica ospitalità, il quale in pochi minuti mi imbastì un pranzo di cui vale la pena riportare il menù. Soppressata delle Serre, ricottuni, pennettine con fave cipolla e lattuga, pecorino, pitta ai peperoni, pesche nane e – top della raffinatezza calabra - piselli crudi come dessert. Riconfortato dal cibo, pensando alle cose appena viste, capii di essere entrato in un capitolo nuovo della storia. L'abbandono delle costruzioni non finite.

La Calabria era la capitale mondiale del non finito; già attraversando la Locride avevo visto una foresta vergine di ferri e piloni abusivi sopra le case. Logico che anche quella anarchia edilizia generasse ombre e abbandoni. Al telefono, l'amica Francesca Viscone, mi disse di andare subito a vedere il pontile petrolchimico della Sir – estinta pure lei - nella baia di Lamezia, che mai aveva funzionato. Così salutai il sindaco-buongustaio e scesi sulla costa tirrenica, dove feci in tempo a intercettare un altro personaggio-chiave della Calabria partigiana, l'etno-fotografo Angelo Maggio. Proprio attorno al non finito, mi era stato detto, Maggio aveva costruito un archivio pazzesco di immagini.

Mi trovai di fronte a un uomo giovane e febbricitante di passione, capace di sdegno e al tempo stesso di clemenza. Mi stupì spiegando che il non finito faceva parte del paesaggio calabro e non andava giudicato solo negativamente. Era anche il segno di un popolo che pensava ai figli, e non aveva ancora bruciato il futuro come la gente del Nord. Spiegò come quelle case simili a spettri avessero già trovato una funzione, ospitando tappe di sacre processioni e comizi. Parlò dei manifesti elettorali e disse che in Calabria quello che contava non era il loro messaggio ma la casa (ovviamente non finita) dove venivano affissi. Se erano i muri di un mammasantissima, la gente aveva motivi in più per votare il candidato. Insomma, bastava sapere di chi erano quelle case per capire la geografia degli apparentamenti fra malaffare e politica.

Arrivai frastornato di rivelazioni a Sant'Eufemia di Lamezia, dove il pontile ormai sbilenco puntava verso il sole calante e il mare aperto. Francesca mi aspettava con Carlo Carlei, un giovane architetto che aveva costruito una mostra dedicata ai progetti di riutilizzo – uno più bello dell'altro – di quel monumento dell'inutile che con gli anni era diventato terrazza a mare e base di una confraternita di pescatori dilettanti. L'impianto aveva funzionato solo sei mesi, poi gli addetti erano stati mandati in cassa integrazione. Da allora proprio lì, oltre una zona industriale semi-abbandonata, lo scheletro si era trasformato in piazza, terreno di struscio e balaustra di sogni di una Calabria che voleva essere diversa. In cima era stata costruita una baracca abusiva, dove godersi il tramonto con un piatto di pesce fritto appena pescato.

Frangenti sulla sabbia, vento. Tre pescatori lanciavano le loro lenze controluce. Antonio, occhi azzurrissimi, coppola, sigaretta accesa e viso solcato da rughe, aveva un vaso brulicante di vermi, la sua riserva di esche. Chiesi: “Che gliene pare di questo pontone?”. E lui: “Aspettiamo che cada”. Era vero, la struttura si curvava, su decomponeva, si inclinava come una bestia ferita. Il tempo dei sogni era finito, la politica aveva snobbato i progetti di riuso, la baracca del frittomisto era stata bruciata da ignoti, la ruggine avanzava e anche il re del non finito calabrese viaggiava verso l'eterno destino del Sud, essere terra di nessuno. “La politica ha espropriato i contadini per un sogno industriale che non s'è mai realizzato – disse Carlei socchiudendo gli occhi nel sole - e ora fa male veder crollare tutto. Fa male, ma è un fallimento giusto”
08 agosto 2011
 


 

 

Vecchi pontili dove nessuna nave ha mai attraccato, piscine olimpioniche in mezzo ai boschi inaugurate e mai utilizzate, Paolo Rumiz continua il suo viaggio in Calabria. Tra le Serre e la 'mala-diga' dell'Alaco c'è solo il rumore delle pale eoliche rotanti: "Distanti un chilometro, comunicavano un rantolo di agonia che nessun vento sarebbe stato capace di produrre". E nel golfo di Lamezia...