QUATTORDICESIMA TAPPA

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di PAOLO RUMIZ

Carrara, la trincea della memoria
Nelle cave giace la ferrovia dei marmi

Il professor Nebbia mi guardò prendere appunti. Non gli stavo dietro, dovevo scrivere come un matto. Mi aveva alluvionato di storie e si godeva il mio scombussolamento. Giorgio Nebbia, ricordate, anni 85, arca della memoria industriale del Paese. Mi stava ridisegnando la mappa d'Italia. Niente chiese, pinacoteche, torri pendenti. Solo miniere, acciaierie, scorie chimiche, depositi di esplosivi. Tracce di una nazione che non aveva ancora perso la memoria e l'uso delle mani. Aspettò pazientemente che finissi, poi disse un nome, "Carrara", e mi spalancò le porte delle Apuane. Diavolo d'un uomo, vedevo tutto come in un film. Michelangelo tra i cavatori, il sibilo del filo elicoidale, gli scontri fra anarchici e fascisti, i giganti di Abu Simbel segati e trasferiti sopra la diga di Assuan.

Poi disse ancora "Ferrovia marmifera", meraviglia smantellata negli anni Sessanta. Ponti, viadotti, gallerie: tutto ancora lì, in mezzo alle cave. "Deve andarci" disse, ed evocò caverne grandi come il duomo di Milano e formicolanti di uomini, aperte "all'interno delle gallerie dopo l'espianto dei binari". L'immagine non mi abbandonò. Dopo una settimana ero sul posto dall'amico Umberto Moise. In una sera senza vento, sotto le Apuane scarnificate bianche come ghiacciai, vidi la gloriosa ferrovia dei marmi degradata a stradone, violentata ogni giorno da millecinquecento camion schiacciati ciascuno da 40 tonnellate di montagna. Sul vecchio tracciato le Apuane intere franavano in una scia di frastuono e poveri sottili. Gran parte dei bestioni portavano avanzi di roccia destinati all'industria della carta, dei mangimi e dei cosmetici. Un'epopea millenaria finiva nel tritacarne delle multinazionali.

Partimmo presto l'indomani e Mario Venutelli, presidente carrarese di Italia Nostra, ci fece da guida. Le cave le aveva incise nella carne e nel cuore. "Mio padre - disse - tornava sfatto dopo quattordici ore di lavoro, e a valle c'erano appena i fascisti ad aspettarlo. Ma non mollava. Appena a casa si vestiva bene e andava in bottega a scolpire". Cominciammo a salire. In pieno centro la ferrovia era diventata via dei Cavatori, un polveroso rettilineo in leggera salita. La sede centrale dell'azienda era stata smantellata. Nella capitale planetaria dei marmi non c'era più un segno di quel capolavoro. Turisti francesi, belgi, tedeschi salivano testardamente tra i bestioni in discesa, cercando qualche traccia, ma l'Italia, la Toscana, le Apuane avevano fatto carne di porco dell'identità. Sedici ponti, quattordici gallerie, trentasei chilometri di linea, dieci locomotive, trecento vagoni, centoventi ferrovieri. Alles kaputt.

Era sopravvissuto solo il ponte in ferro, snodo fra i tre bacini marmiferi, Torano-Ravacione, Miseglia-Fantiscritti e Bedizzano-Colonnata. Stava sul trivio millenario dove erano passati i carri romani e generazioni di cavatori. La pendenza era micidiale per un treno, ma le italiche locomotive ce la facevano. "Ah, la Maria Ceci", disse Mario evocando il nomignolo della più possente. "Scendeva con venti vagoni pieni. Oggi non ne è rimasta una, hanno buttato via tutto". Raccontò delle ultime due, sacrificate per il film "La strada dei giganti", una "porcheria dozzinale anni Settanta". Ne serviva una per la scena di un treno che cade nel precipizio, ma siccome la prima sequenza non era stata buona, il regista pretese una seconda locomotiva, che il Comune concesse volentieri.

Ci perdemmo nelle malebolge tra Colonnata e Fantiscritti. Era il portale del termitaio, crivellato di gallerie e cave sotterranee. Erano lì gli antri evocati dal professor Nebbia, ma l'accesso era impossibile. L'acustica del luogo era stravolta: finiti i fischi del treno, i colpi sordi, le bestemmie. Sentivi solo il "bip" delle scavatrici nelle forre e il tuono dei bestioni stracarichi in discesa. Tutto ciò che non era sfruttamento era abbandono, ruggine, ruderi e sterpaglia. I turisti erano tollerati, le segnalazioni della viabilità seminascoste dalla vegetazione. Accadde così che un'auto di francesi prese una galleria contromano, noi gli urlammo dietro, ma quelli non sentirono, il bestione da quaranta tonnellate arrivò col suo padroncino esausto a bordo. Si sentì l'urlo dei freni seguito da insulti in toscano, poi fu la retromarcia del francese che tornò alla luce pallido come un morto. Una corrida, e di vigili neanche l'ombra.

"Città di Dite" stava scritto su una parete, a dire che forse l'Alighieri aveva preso da quelle cave l'idea dell'inferno. Il cielo si era fatto di piombo, la luce abbacinante dei marmi si era spenta. Eravamo persi in uno scenario onirico, angosciante. L'inferno di Dante era diventato altra cosa: un sistema predatorio che scarnifica l'Italia, svende terre, sorgenti e intere montagne. E fummo sul ponte di Vara, dove fischiava trionfale la "Maria Ceci" e ora scendevano i bisonti affranti di fatica. Un'opera di bellezza straziante, cinque arcate come un lampo di luce fra due gallerie. Ai piedi del viadotto i ravaneti - i ghiaioni di scavo - erano scomparsi. L'industria s'era presa anche quelli. Sotto la pioggia sottile la montagna era nuda e traslucida come un animale scuoiato.

Nel piazzale di Fantiscritti un cavatore ottantacinquenne magro come un chiodo aveva costruito il suo museo, solo contro tutti. Walter Danesi si chiamava, e teneva duro come un vietcong in quella trincea della memoria, saltando come grillo in un labirinto di blocchi, tra visitatori stranieri, seghe e fili elicoidali. "Sono più conosciuto in Francia e Germania che al Comune di Carrara" brontolò prima di imitare il canto che ritmava il sollevamento dei blocchi. "Italiani cantare e marmo camminare!", così dicevano i tedeschi, raccontò, davanti al miracolo di quella operazione. Enumerò le bestemmie che il capo lizzatore indirizzava a chi, lavorando un po' meno, rischiava di far inclinare il blocco in discesa, con pericolo tremendo per gli altri. E già che c'era smoccolò contro il Comune che aveva lasciato andare alla malora il vecchio treno e non gli aveva dato un baiocco per il suo museo.

L'anatema innescò altri toschi furori. Mario tirò fuori la storia di un riccone di nome Oliviero - proprietario di mezza Via Veneto negli anni della Dolce Vita - che nel '59 aveva offerto bei quattrini in cambio dei treni a vapore per portare visitatori alle cave. Ma i signori del marmo risposero: a noialtri i turisti ci rompono i coioni. Avevano già capito che nelle gallerie c'erano le vene migliori, e in risposta mandarono al macero la ferrovia. Dopo una vertiginosa salita fino alle cave michelangiolesche di Torano scendemmo a precipizio fino alla bottega di Mario Del Sarto, un ex ferroviere della Marmifera, indomito coetaneo del Danesi colto in tarda età dalla febbre della scultura. Ci guidò tra busti, fontane e composizioni allegoriche poi disse: "Se non vengo qui ogni giorno loro si offendono". Loro chi? "Le statue che diamine".


12 agosto 2011

 


 


 

 

Alle porte delle Apuane c'è Carrara. Tra ponti, viadotti e gallerie c'è la "ferrovia marmifera", una meraviglia smantellata negli anni Sessanta. Quel che resta, ogni giorno, viene "violentato da millecinquecento camion schiacciati ciascuno da 40 tonnellate di montagna". Dal ponte di ferro della cava alle malebolge tra Colonnata e Fantiscritti, Paolo Rumiz continua il suo viaggio