DICIOTTESIMA TAPPA

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di PAOLO RUMIZ

Vergnacco, il grande abbandonato. Il paese deserto da quasi 60 anni
 

Cercammo qualche segnalazione stradale, ma niente. Sembrava che del luogo fosse scomparso anche il nome. Eppure la direzione pareva giusta, una contadina croata ci aveva detto di continuare. Anche la guida dell'Istria ci confortava: dovevamo superare un torrente su un ponticello di traversine in ferro, e noi l'avevamo superato. Ma la strada era strettissima, fangosa e chiusa in un tunnel di sterpaglia. Le fronde grondanti di pioggia graffiavano la carrozzeria ed entravano dalle fessure dei finestrini impedendo la vista sulle colline. Alla fine la macchina si impantanò e una ruota si mise a girare a vuoto in un canale. Nel tentativo di riportare l'auto in carreggiata usammo il crick, che si ruppe. Tutto andava storto, era come se il luogo ci respingesse.

Ci mettemmo una mezz'ora a uscire dal fango a forza di spinte. A quel punto l'unica cosa sensata era proseguire a piedi. Così lasciammo l'auto in uno slargo provvidenziale e ci inoltrammo per una salita sassosa, senza troppa fiducia di essere sul giusto. Non passava anima viva, nemmeno a piedi, ma la meticolosa guida di Dario Albèri insisteva a farci continuare ancora per due chilometri in direzione della frontiera slovena. Il paese-fantasma, stava scritto, era lassù, "totalmente abbandonato, a 320 metri d'altezza". Leggemmo ancora: "Le case vuote, senza porte e finestre, e le strade infestate di robinie danno un senso di sgomento". Camminammo guardinghi, poi dopo una grande quercia segnata da fughi arancione, Vergnacco si mostrò con i suoi muri sbrecciati, ancora perfettamente vuoto dopo il grande abbandono del 1954.

Ci fermammo commossi sulla soglia del paese deserto, e fu allora che Nicolò Novacco, triestino esule d'Istria e discendente di un'antica famiglia del posto, si girò verso di noi e disse. "Lo sa da quanto tempo non torno qui? Dal 1944". Ebbi un brivido. Quella nostra gita non era più un'esplorazione, ma un'epifania, un sipario strappato, un viaggio all'indietro nel tempo. Nicolò era lì che ci guardava senza tradire emozione apparente, con i folti capelli candidi e gli occhi chiari adriatici, magro e perfettamente pulito nonostante il fango. Portava scarpe nere lucide, pantaloni "à plomb", giacca blu e lupetto nero. Per un attimo mi sembrò uscito da un altro mondo e da un altro tempo.

Vergnacco. Era da un po' che andavo a caccia di un posto simile. Nella mia Mappa dei Luoghi Perduti non poteva mancare qualcosa che fosse il simbolo intatto e indiscutibile dell'Esodo anni Cinquanta, ma non riuscivo a trovarlo. I villaggi lasciati dagli italiani d'Istria sotto pressione jugoslava nel secondo dopoguerra erano tanti, ma il tempo aveva cicatrizzato le ferite. Altri abitanti erano entrati nelle case vuote, alcuni paesi erano stati restaurati e altri comprati da stranieri. Il vecchio equilibrio si era alterato, il vuoto si era riempito e spesso il passato non era più leggibile. Io volevo invece un luogo dove niente fosse cambiato, qualcosa che comunicasse la tragedia con tutta la sua forza. Cercai, finché un giorno mi dissero di Vergnacco, microcosmo sperduto nella galassia dell'abbandono.

Ma Vergnacco per me era solo un nome e non trovavo uno straccio di documento che ne parlasse. Così, per avere notizie, misi un'inserzione sul "Piccolo" di Trieste e subito mille rivoli di memoria si misero in moto, fino a formare un fiume. Il signor Stojan Glavina mi citò mulini ad acqua segnati nelle vecchie carte dell'impero d'Austria. Piero Valente scrisse di non essere mai stato circondato da fantasmi come tra gli scheletri di quelle case da cui erano state rubate le vecchie cornici in pietra bianca d'Istria. In via San Lazzaro a Trieste trovai una trattoria - "Da Giovanni" - gestita da esuli di Vergnacco di cognome Vesnaver; Giorgina Udovici raccontò della chiesa di Maria costruita dagli abitanti nel 1892; Vladi Bisiak fotografò in una lettera accorata il vuoto angosciante del luogo. Ma fu soprattutto Nicolò Novacco a mettermi a disposizione le sue memorie, dichiarandosi disposto a tornare sul posto in mia compagnia.

"E' dal 1944 che non torno". Ora c'eravamo, a Vergnacco, folgorati da quella frase. Con Livio Sirovich, amico di frontiera col "difetto" della memoria lunga, scortavamo in silenzio l'esule che tornava. Già il viaggio in macchina dall'Italia aveva mostrato ombre del tempo perduto. Sul confine sloveno avevamo sfiorato un'osteria-fantasma presidiata dalle cariatidi seminude che qualcuno aveva trasferito dal defunto teatro Armonia di Trieste. In Croazia avevamo attraversato gli abbandoni di Portole e in una locanda di Marussici avevamo ascoltato una lingua veneta farcita di termini slavi. Avevamo lungamente parlato, commentato, discusso. Ma ora a Vergnacco tacevamo, ascoltando la storia. Già nel 1911 la famiglia Novacco si era trasferita a Capodistria, che oggi è Slovenia, ma nel 1944 il piccolo Nicolò era tornato al paese delle origini per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi sulla costa. Quasi settant'anni dopo - in una giornata di maggio percorsa da nubi gonfie di settembre - la moviola di quei mesi si rimetteva in moto.

Millenovecentoquarantaquattro. Quasi settant'anni per fare settanta chilometri da Trieste. E' lunga da passare la linea d'ombra. "Eccola la nostra vecchia casa... era l'unica a due piani", disse l'uomo in giacca blu difronte a un edificio coperto d'edera e spolpato dalle pietre più belle. "Ecco" ripeteva Nicolò piantando le bandierine sulla mappa della sua memoria. Ecco il centro del paese, ecco la strada per Collalto, ecco lontana Cuberton. La fontana c'era ancora, dentro vi abitava una famiglia di tritoni. La cisterna aveva ancora il tetto e intorno una nuvola di farfalle color carta zucchero. In cima a una rampa di ghiaia c'era la chiesa col cimitero e i cipressi che guardavano la valle; era il posto più panoramico del paese. Pensai a un vecchio di Sarajevo che mi aveva detto: dalla sua tomba l'uomo deve poter vedere comodamente i luoghi dove ha bene operato.

Settanta chilometri. Pensai che per l'esule è meglio avere la patria lontana, almeno uno si rassegna. Quelle colline a due passi dall'Italia, visibili anche dal mare di Trieste, erano un tormento, una fatamorgana. Così il viaggio diventava maledetta fatica. Ma qualcuno tornava lo stesso, l'erba del cimitero era ben tagliata. Vidi che gran parte delle lapidi portavano lo stesso cognome. Vesnaver Caterina, Vesnaver Matteo, Vesnaver Antonio. Nessuna era posteriore al 1960. I soli rimasti erano i trapassati. I vivi erano andati altrove, e tornavano solo per passaggi clandestini. Mi chiesi per quale mistero nessuno aveva saputo, o potuto, più abitare quel luogo.
La porta della chiesa non c'era più, il tetto era mezzo sfondato ma il soffitto mostrava l'affresco del cielo stellato. Lumini, come le bacchette accese di "noselèr" con cui fino a settant'anni fa i fedeli andavano in processione da Vergnacco a Sterna nella notte di Natale.


19 agosto 2011
 

 


 


 

 

 

In Istria c'è un vecchio paesino fantasma. Era abitato da italiani ma dal 1954 non c'è anima viva. I muri delle case sono "perfettamente" sbrecciati. Paolo Rumiz ci arriva da Trieste in compagnia di un vecchio esule che ha impiegato quasi settant'anni per ritornare a visitare la dimora che lo aveva protetto dai tedeschi