DICIOTTESIMA TAPPA
Trieste
La regina di “Villa Triste”
La mia prima casa degli spiriti la trovai
cinquant'anni fa a Trieste, a due passi da casa. Per andare a
scuola, scendevo a piedi lungo una via di nome Bellosguardo. Un
mattino c'era un bel sole e io ero in buon anticipo sui tempi, così
mi misi a osservare con attenzione le case intorno. Subito mi
accorsi che alla strada mancavano alcuni numeri pari. Fra il 6 e il
12 c'era un vuoto e i segni di una casa abbattuta.
Passai la mattina a scuola con quell'enigma sullo stomaco, e al
ritorno chiesi ai miei se ne sapevano qualcosa. “C'era una villa di
ebrei, abbandonata con le leggi razziali” dissero. Quelle leggi,
avrei saputo più tardi, Mussolini le aveva proclamate a Trieste, la
città con la più grande comunità ebraica d'Italia.
C'era una casa, dunque. Perché era stata rasa al suolo? Perché quel
vuoto numerico non era stato riempito? Quali fantasmi abitavano il
luogo? I passavo e ripassavo in cerca di risposte per via
Bellosguardo, dove venivano velocemente costruite nuove villette.
Solo anni dopo risolsi l'enigma, quasi per caso. In guerra
l'edificio era stato requisito dai torturatori fascisti per i loro
interrogatori. Il capo era tale Gaetano Collotti, un tipo distinto
che andava a messa ogni mattina prima di iniziare il lavoro. Per non
far sentire le urla dei disgraziati – in gran parte sloveni del
Carso e altri antifascisti di lingua italiana – faceva sparare
intorno musica ad alto volume.
Quando mi dissero che il luogo era chiamato “Villa Triste”,
sobbalzai. Ma certo, tutto quadrava. La famosa “Villa Triste” che
sembrava far rima con Trieste. In molti mi avevano già fatto quel
nome, ma nessuno mi aveva indicato un sito preciso. La casa si era
smaterializzata, pochi sapevano veramente dove si trovasse. E io
l'avevo avuta per anni sotto il naso. Chi l'aveva fatta abbattere?
Perché non era stata posta una lapide? Chi copriva quell'orrore?
Tutto indicava la fretta di cancellare la memoria. Capii che a
Trieste, con Tito alle porte, l'anticomunismo patriottico aveva
oscurato l'antifascismo e la Resistenza. Constatai che gli orrori
delle foibe aveva finito per occultare i misfatti di gente come
Collotti.
Dei sopravvissuti alle torture nessuno si occupava, salvo
ricercatori di nicchia e la comunità slovena. Quell'amnesia mi
divenne col tempo insopportabile e un giorno decisi di cercare per
conto mio. Villa Triste non c'era più, ma i torturatori nel '44 si
erano trasferiti altrove, in una stazione dei Carabinieri poi
dismessa negli anni Novanta, in via Cologna al numero 8. L'edificio
c'era ancora. Ci andai, tutto era quasi intatto. Le cantine con le
feritoie dove non era possibile stare in piedi. Le grate alle
finestre. Le porte, gli infissi, gli abbaini della soffitta, il
secondo piano quasi intatto. Gente era morta lì dentro, qualcuno si
era suicidato buttandosi nel cortile, ma i CC avevano convissuto
tranquillamente con i fantasmi, probabilmente ignorandoli.
Una lapide, almeno lì, era stata posta. Molti anni dopo. Non mi
bastava, cercavo i sopravvissuti e fu una giornalista della Rai
slovena ad aiutarmi, Loredana Gec. Mi fece un nome: Sonia Amf
Kanziani, nata il 20 gennaio del 1927 a Smarje presso Trieste,
torturata per tre mesi in via Bellosguardo e grande invalida. Le
telefonai. Rispose con voce ferma “Venga domani” e io fui subito in
ansia per quell'incontro. Temevo di riaprire ferite, immaginavo il
confronto con un corpo segnato dal dolore e dal rancore, il fantasma
di una donna. L'indomani salii le scale con trepidazione e quando la
vidi, lì ad aspettarmi sul pianerottolo dell'ultimo piano, rimasi
senza fiato. Appoggiata alla ringhiera c'era una regina, dal
portamento eretto di una cinquantenne sana, gli zigomi forti e gli
occhi verde-foglia pieni di luce. Tutto in lei diceva una cura
meticolosa di sé. L'abito, la collana, l'anello, la pettinatura, lo
smalto delle unghie, l'ordine perfetto della casa. Era quella la sua
rivincita.
“Non si fidi dell'apparenza”, disse. “Per darle la mano, devo
sollevare il braccio destro con la mano sinistra”. Il suo corpo,
apparentemente perfetto, era tenuto in piedi da cure assidue,
quattro mesi d'ospedale all'anno. Aveva tredici cicatrici nei
polmoni e una tubercolosi passata alle ossa. Avevo scolpita davanti
l'immagine stessa del Secolo Breve. Sonia viveva sola. Aveva perso
il marito da trent'anni. Il padre era stato ucciso dai fascisti
negli anni Trenta, con una bottiglia di nafta ficcata in gola. Il
fratello era morto combattendo con la Resistenza. La mamma
gliel'avevano liquidata i partigiani, sospettosi di una combutta con
i fascisti. Parlò, a bassa voce, e il discorso discese come un
fiume, senza rancore e senza lacrime, come se riguardasse un'altra
persona. Presi appunti senza fare domande.
Le carceri erano le cantine dei gesuiti. Si stava in otto in uno
spazio di quattro metri quadrati con un bugliolo maleodorante. La
brodaglia del pranzo brulicava di vermi. Sonia venne portata
quotidianamente a Villa Triste, dove le furono rotti i piedi, cavate
le unghie e chiuse le mani nelle porte. Le vertebre furono
lesionate. Il peggio, mi disse, erano le urla altrui, quelle degli
uomini soprattutto, quando venivano loro bruciati i testicoli con un
ferro rovente. “Mi ustionarono la nuca e i capezzoli con sigarette,
e mi sottoposero alla tortura della panca, un tubo che ti riempiva
d'acqua e poi una pressione sulla pancia che ti svuotava attraverso
naso, bocca e orecchie”.
“Un giorno mi appesero con altre tre donne. Avevamo solo gli alluci
che toccavano terra. Guardi, porto ancora ai polsi i segni delle
corde. Ci picchiavano e Collotti guardava, impassibile. Diceva: se
parli ti aiuteremo. Ma aveva due cani lupo pronti a strapparci la
carne. A un tratto mormorai in sloveno: Gesù, a te ti hanno
tormentato per tre giorni, io sono qui da tre mesi. Tu ci hai messo
tre ore a morire, io muoio ogni giorno... Allora mi percossero
ancora più forte, gridando che non dovevo parlare quella lingua
schifosa. Furono in molti a vedermi uscire svenuta e piena di sangue
dalla stanza. A guerra finita un medico mi visitò e mi chiese come
avevo fatto a uscire viva da una simile pena”.
Continuò: “Scappai col ribaltone del 25 luglio '43. Un carceriere lì
mi disse: vai, ora o mai più. Fui nascosta da un contadino, che
aveva già cinque figli cui badare. Mi salvai così”. Ma la moviola
della memoria non si fermava, viaggiò all'indietro fino alla morte
del padre, obbligato a bere nafta dai fascisti. “Tornò a casa, ci
mise a letto e ci suonò come sempre la ninnananna col violino. Poi
crollò a terra con lo stomaco perforato. Morì tre giorni dopo, non
aveva ancora trent'anni”. Sorrise: “Chi ti crede se racconti questo?
Nessuno... Nemmeno ora che le prove ci sono...”. Chiesi della
vecchia casa. Rispose: “E' rimasta viva solo una vite secolare.
Tutto il resto è andato”. Tutto, pensai, tranne quei numeri mancanti
in via Bellosguardo.
21 agosto 2011

L’ebrea triestina che superò le torture Nella sua città Paolo Rumiz ritrova il luogo dove sorgeva la sua prima casa degli spiriti. Una dimora ebrea abbandonata quando Mussolini proclamò a Trieste le leggi antirazziali. Oggi è stata rasa al suolo. Una donna che lì aveva abitato e che lì era stata torturata dai fascisti per tre mesi racconta la sua storia