VENTESIMA TAPPA

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di PAOLO RUMIZ

Brescia, il museo mai nato

delle macchine industriali

 

Quella sera arrivai a Brescia col temporale e la forza motrice delle acque che ruggiva nelle valli dei lumbard. Dove se non a Brescia - assediata di fabbriche fino alle porte del centro - avrei potuto trovare i fantasmi di ferro dell'industria italiana? Dove se non in fondo al catino fra Trompia e Camonica, in cui risuonava da secoli il tonfo del maglio e l'urlo dei torrenti? Arrivai, quella notte di tempesta, sognando una Manchester italiana, un arcipelago di capannoni vuoti, tuono di lamiere sotto la pioggia e castelli di ruggine percorsi dalla folgore come le alberature del Pequod nella tempesta. Invece non trovai nulla, perché Brescia, scoprii, odiava i fantasmi. La Lombardia era allergica alle rovine ed era anche in questo l'opposto della Calabria. Mi bastò la mattina seguente per capire la trappola in cui ero caduto.

"Qui troverà poco o nulla" allargarono le braccia quelli della Fondazione Micheletti, sconfinato archivio della memoria industriale d'Italia. A Brescia, mi spiegarono, ciò che non produce diventa all'istante rottame e zavorra. "Quel poco che è rimasto lo abbiamo salvato noi" spiegò Daniele Moro, conservatore del museo. Brescia capitale del tondino, Brescia con un millennio di metallurgia alle spalle, Brescia caso unico di contiguità fra casa e fabbrica, non aveva alcun orgoglio delle sue radici operaie. E lì, sotto una pioggia che non smetteva, Moro disse l'epopea del padre-fondatore, Luigi Micheletti, un idraulico-lattoniere con la quinta elementare partito raccogliendo cimeli e diventato poi ultima trincea contro la liquidazione della storia manifatturiera messa in opera dai suoi assatanati conterranei. Quando morì, trovarono nel suo scantinato quattro chilometri lineari di scaffalature con documenti inestimabili. E una collezione unica di macchinari strappati alla rottamazione.

Pier Paolo Poggio, l'erede di Micheletti a capo della fondazione, mi descrisse il quadro allucinante di uno sterminio industriale, e non soltanto siderurgico. Del birrificio Wuehrer, abbattuto negli anni Ottanta, non era rimasta nemmeno una botte, nemmeno un calderone di rame. L'Atb, Acciaieria Tubificio Bresciano, era diventata ipermercato e parcheggio senza che nulla fosse salvato di quella piccola Ansaldo d'élite. L'Ansaldo stessa aveva sbaraccato tutto. La malattia era lombarda, anzi padana. Del cappellificio Borsalino di Alessandria, un marchio mondiale, era stata sradicata anche la ciminiera, ultimo simbolo di un'Italia capace di usare le mani. La Tosi, a Legnano, gigante a due passi dal monumento ad Alberto da Giussano, aveva buttato via tutti i modelli in legno (grandezza naturale) dei suoi impianti esportati in cinque continenti. La "Streparava" di Adro, che aveva venduto ingranaggi a mezzo pianeta, aveva mandato al macero la sua macchina capostipite, una "Genevoise" ancora funzionante. Esemplare quasi unico al mondo.

Mangiammo un menù operaio da undici euro all'osteria San Francesco, tagliolini al ragù e stufato, e Moro raccontò di come persino il forno fusorio di Tavèrnole sul Mella, in val Trompia, un gioiello del Quattrocento che aveva lavorato per la grande Venezia, avesse rischiato l'eutanasia. Il gigante era lì, in mezzo alla valle, senza che i suoi geniali prototipi (come una pazzesca tromba idroeolica che persino Leonardo aveva chiesto di vedere) dicessero più niente agli abitanti della zona. Negli anni Settanta si era già iniziato ad abbatterlo, ma il vecchio Micheletti s'era messo di mezzo e aveva trasformato il forno in museo, un posto unico sia nella bellezza sia nel dimenticatoio in cui oggi lo relega la cultura media nazionale. Il silenzio che ancora circonda Tavèrnole è un monumento al disprezzo che circonda il lavoro manuale in Italia.

Era dura a Brescia trovare un luogo della memoria. Lo era anche per la fondazione. Il luogo era già stato individuato, un pezzo della città del tondino chiamata "Comparto Milano", un enorme spazio dismesso a un chilometro dal centro di Brescia. Posizione perfetta per trasformare in museo i cinquanta autotreni di macchine industriali raccolte dalla Micheletti. I soldi per la trasformazione c'erano, ma la Lega Nord si era messa di mezzo. Perché buttare soldi in storie finite, avevano detto i paladini dell'identità padana. I musei non rendono, sono roba da intellettuali comunisti. Meglio cemento nuovo fiammante. Cemento purchessia, cemento anche in assenza di idee di riuso per l'area. Così la fondazione, ormai pronta al trasloco, era stata lasciata a bagnomaria, col suo immenso patrimonio industriale in sofferenza. Un'intera città delle macchine salvate dal naufragio che stava lì ad aspettare.

Andammo al "Comparto Milano", che nella pioggia appariva più desertico di Ground Zero a Manhattan, Non era un vuoto solo fisico. Lì tra le ruspe percepivo il fallimento della finanza creativa rispetto al mondo del "fare" dei nostri padri. L'angosciante non era tanto il vuoto, quanto l'incapacità di riempirlo con qualcosa di altrettanto valido e di non effimero. Le strutture portanti del laminatoio Lucchini - destinato a diventare ipermercato - erano ancora in piedi e un'ultima ciminiera resisteva nel cielo di quella che era stata una città fumante di nubi industriali. Il laminatoio, dove si era consumata l'epopea post-bellica del tondino, mostrava fondamenta possenti e labirintiche come scavi pompeiani. "Ogni città industriale ha le sue cantine", spiegò fieramente Daniele Moro. E io pensai che quello era forse l'ultimo cemento sano, prima che iniziasse l'epoca del calcestruzzo della malavita.

La città delle macchine avrebbe dovuto sorgere lì, accanto al laminatoio, in un grande deposito in mattoni inizio Novecento, ma tutto era fermo. Così andammo a vedere il deposito provvisorio, in un capannone a due passi da Brescia, località Rodengo Saiano. "Prima di entrare", mi disse Moro, "pensi a una cosa: siamo la prima generazione d'Italia che guarda agli oggetti della sua infanzia come ad archeologia". Poi mi spalancò il più grande parcheggio di macchine industriali che avessi mai visto. C'era tutto, mancavano solo gli uomini e il frastuono degli ingranaggi. Linotype, taglierine, presse, centralini da campo, pulegge di legno per cotonifici, montacarichi, macchine per confezionare gnocchi e tortellini. E poi caldaie, impastatrici, scaldacolla per navi, forni e fresatrici. E ancora laminatrici, alternatori, scaldabagni in rame, autoblindo, mitragliatrici, torchi, telai e strozzatrici da elica.

"Mezzo Paese ci manda pezzi straordinari da salvare all'oblio, ma io qui sono da solo, con un archivista cingalese, a riordinare tutto questo. Lei non ha un'idea di che cosa c'è ancora nelle soffitte e nelle cantine degli italiani". Pioveva ancora e pensai: nel secondo dopoguerra avevamo le pezze al culo ma siamo rinati grazie alle mani, alla tecnica e alla cultura. Oggi s'è smantellato tutto, anche la memoria.


22 agosto 2011
 


 


 


 

 

Sono presse, laminatrici, linotype, forni, torchi, fresatrici, telai... Una collezione unica di macchinari strappati alla rottamazione da Luigi Micheletti per scongiurare la liquidazione della storia manifatturiera di questa città e delle sue valli. Eppure questi muti testimoni del "mondo del fare" dei nostri padri sono ancora alloggiati in un ricovero di fortuna