VENTUNESIMA TAPPA

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di PAOLO RUMIZ

Cremasco: nella cascina-bastimento la luna era una polenta

 

Pioveva a secchiate sulla Padania, i canali del Cremasco erano gonfi oltre il limite, ma la sciura Paola Cappelli, detta Mia, non volle accettare un passaggio. Alla "sua" cascina di Offanengo voleva andarci in bicicletta. C'era l'ombrello, disse, e quello le bastava per non bagnarsi la permanente. Uscì sul porticato, mise il piede sinistro sul pedale e con una bella spinta prese la strada dei campi sotto il diluvio. Le andai dietro con l'auto a rispettosa distanza e la vidi zigzagare sulle stradine sterrate piene di angoli retti, tra pozzanghere e fontanili. Aveva familiarità con l'acqua - era stata mondina - e andava veloce. Di lei vedevo ormai solo l'ombrello aperto e la permanente d'argento. Tutto il resto del corpo affondava nel mare di mais color smeraldo. Un verde pluviale che a giugno da quelle parti non s'era mai visto.

Mia aveva conosciuto la cascina Ronchi nei giorni grandi, quando vi abitavano centocinquanta persone, cento mucche da latte e una ventina di cavalli. Oggi vi trovava riparo solo una famiglia di indiani. La campagna era vuota di uomini. Il mondo dell'albero degli zoccoli era perduto. La conta dei salami, lo scampanìo del vespero, le trebbiatrici monumentali. A Paola restava solo da accudire la casa padronale, quasi mai abitata. Lo faceva con allegria, ignorando quel suo mondo pieno di fantasmi. La cascina Cantarana in trent'anni di abbandono era diventata uno scheletro. Villa Obizza, una meraviglia secentesca a Bottaiano di Ricengo, stava crollando e il suo frontone mi aveva guardato con le occhiate di un film di Dario Argento. "Non sopravviverà a un altro inverno", mi aveva detto il sindaco Ferruccio Romanenghi, triste di non essere capito dalla sua gente. "Non ci sono soldi - gli dicevano - perché ti ostini a voler salvare una cosa morta?".

Una cosa morta: ecco cosa era diventato il patrimonio culturale d'Italia. E lì in Padania persino i cimiteri sembravano invecchiare meglio; a Ricengo e Casale Cremasco ne avevo visti di magnificamente tenuti. L'energica pedalata di Mia mi guidava in una terra dove bastava una pioggia a liquidare la storia. Poi nella nebbia apparve la cascina. Navigava nella terra grassa, era grande come un nave. Un falansterio a tre piani, in mattoni rossi, con le porte dei monolocali familiari aperte su un largo ballatoio. Intorno, silos e depositi, una stalla vuota, macchine da lavoro riparate in un portico. Aveva avuto una scuola, una chiesetta, due osterie e, in mezzo a tutto, un grande albero dove all'alba si radunavano gli uomini per l'affidamento dei compiti. A quei tempi "gh'era mia ura", aggiunse Paola con un gesto forte della mano. Non c'era ora. Si lavorava fino a notte senza timbrare cartellini.

Nelle stanze al primo piano trovammo catini, una vecchia radio, reti di brande, un teatrino per bambini. C'erano anche libri stranieri, segni della presenza immigrata che aveva tenuto in piedi quel sistema italianissimo nella sua fase terminale. Mia notava ogni nuovo ammanco e ogni nuova crepa. Tutte le case perdute hanno un genio che le abita e lei era uno di questi. Fuori, nel catino padano, l'acqua scendeva regolare sui campi di "melegott" e tra le nubi si sentiva qualche brontolio sordo. "Ma non ci sono più i temporali di una volta", mi aveva detto a Offanengo Antonia Bianchessi nel piccolo museo della memoria rurale. "La mamma correva nell'aia a portare le croci contro la folgore, e noi bambini salivamo con pentole e catini per raccogliere l'acqua che filtrava dai tetti. Tin tan, tin tan, l'aia era un concerto di gocce e catini. Una volta un contadino si bagnò talmente che perse la pazienza e buttò la croce sotto il temporale. Poi disse al Cristo: adesso bagnati un poco anche tu".

Nel deposito attrezzi trovammo Cumar, pachistano venuto dal Punjab, altra terra di fiumi e grandi piogge. Era stato inquilino della fattoria e vi tornava ogni tanto a lavorare come trattorista. "A lu ghe piasìa sta che", a lui sì che piaceva stare qua, disse Paola, e fece capire che anche gli immigrati non erano più quelli di una volta. Di certo avrebbe affidato la cascina più volentieri a lui che a tanti giovani di casa sua rovinati dal Grande Fratello. Cumar spiegò che nella stalla vuota avevano lavorato quindici mungitori, e come un vero padano lamentò la scomparsa della nebbia. Disse che le estati in compenso erano troppo umide, il grano era diventato impossibile farlo crescere bene e tutto il terreno era stato convertito a mais.

Ci perdemmo in un universo manuale dimenticato. Il "Ciancol" e la "Canela", il gioco del fuso e del bastone. L'aquilone, che i bambini costruivano in mezza giornata nei giorni di pioggia, al riparo dell'aia. La trappola per topi, col formaggio, lo scivolo e la pignatta piena d'acqua. Il "Cruel", il setaccio; oppure lo "Ster", lo staio. Mastella da bucato si diceva "Soi", e il tagliafieno "Mase da fè". Ma il pezzo forte era la "Trabàcula", una tavola di legno con due batacchi in ferro che serviva ad annunciare la messa del Venerdì Santo nel tempo in cui le campane venivano legate. Solo nei monasteri ortodossi del Kosovo, in ex Jugoslavia, avevo visto qualcosa di simile: un martelletto da battere su una tavola di legno per chiamare alle orazioni dell'alba. Il suo nome era "Symandron" e veniva da Bisanzio.

Finii la giornata padana a cena da Rodolfo Cappelli che aveva avuto il papà mungitore alla Ronchi. A cena ci raggiunse Franco Maestri, 73 anni, un bergamasco di candido pelo e buona allegria, che confessò di avere vissuto in quella cascina, fino ai quattordici anni, il tempo più bello della sua vita. "Era un'oasi assoluta, lì la guerra non s'è mai sentita. La fame nemmeno. Ogni famiglia aveva il suo piccolo pollaio e il suo maiale. Il toro da riproduzione si chiamava Ioli e un giorno scappò. Mio cugino andò a cercarlo, subì una sua carica terribile e da allora, per anni, fece brutti sogni. E poi le guerre di noi bambini con Bortolo, l'uomo di fiducia del padrone. Era un tipo selvaggio, girava con gilé, stivali, un bastone, un bracco. Ci proibiva di giocare sul prato davanti alla casa e noi per vendetta gli rubavamo la frutta".

"Mio nonno era capo cavallante e ogni mattina alle cinque svegliava i suoi dipendenti col suono di un corno. Ma era mia nonna a svegliare lui. Enrico si chiamava e lei, Ester, gli diceva: Rico, l'è ura de sunà la corna". Gli inverni erano inverni, e si andava a letto con la monaca, lo scaldino con la cenere del camino. Ma il meglio fu quando Franco evocò i cibi. Ah, lo zabaglione col vino, le uova rubate nei nidi, i pesci di fosso fritti, il salamino per bambini dopo l'uccisione del maiale, il pane fatto una volta al mese e la focaccia zuccherata per i piccoli. Pareva di sentirseli in bocca. Ma in quella scelta di povere squisitezze nulla eguagliava la polenta. "La vedo come fosse ora. La barbòta, la sìfula, la scatègna, la brùntula. Poi eccola lì, fumante. Luna piena in mezzo a noi".


22 agosto 2011

 


 


 

 

Tra i canali del Cremasco, sotto la pioggia battente, alla ricerca della cascina Ronchi. Qui vivevano 150 persone, c'erano cento mucche da latte e una ventina di cavalli; oggi ci campa solo una famiglia di indiani. In questo tempio della nostra cultura contadina si intrecciano i ricordi degli oggetti, dei mestieri, dei giochi e dei cibi di un Paese che non c'è più