VENTUNESIMA TAPPA

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di PAOLO RUMIZ

La Greina, Shangri-La alpina abitata delle anime perse


 

Valentina aveva un conto da regolare con la Greina, uno dei passi più arcani delle Alpi. Due volte era stata presa dalla tormenta a mezza via, e per due volte - una in piena estate - la sua tendina da bivacco era stata sommersa di neve. Così, quando le dissi che cercavo le dimore del vento, lei che era un'esploratrice di prim'ordine si entusiasmò e aggiunse alla mia collezione una decina di altri luoghi, tra i più straordinari e segreti di cui avessi mai sentito. Tra essi incluse d'autorità il suo "passo perduto", e tracciò sulla mappa una bella croce a Nord di Como, a quota 2200, fra il canton Ticino e i Grigioni. In Svizzera insomma. La Greina, disse, era transitabile solo a piedi e aveva gran fama di mistero. Valentina - cognome Scaglia - era una lombarda determinata, voleva la sua Shangri-La e fu impossibile resisterle.

Le promisi bel tempo e partimmo. Fu una traversata gioiosa, che compimmo con sole e stelle senza troppo riguardo alle dicerie sul luogo. La Greina - ah, che nome - era una magnifica trappola, una conca smeraldina dove spesso le nubi restavano incastrate e molte antiche carovane si erano perse. Lassù col maltempo l'orientamento diventava difficile. Qualche pastore era scomparso e capitava che intere greggi si incrociassero senza vedersi, lasciando come traccia soltanto belati tra le nubi. Il terreno era intriso di acque, costellato di torbiere e fiori rarissimi, e una legge cantonale proibiva di bivaccare sul posto. Ma Valentina giurò che il motivo non era solo naturalistico. C'era che la Greina era piena di anime perse, ombre di migranti e montanari, ed era meglio non disturbarle. "Sarà un caso - disse - ma per due volte, io che ho sfidato gli spiriti pernottando sul passo, sono stata punita con una tempesta".

A Olivone, nel fondo della valle di Blenio, un postale super-molleggiato ci portò in quota affrontando curve tibetane, in mezzo a prati ripidissimi popolati di mietitori. Poi caricammo i sacchi in spalla e prendemmo un ripido sentiero, talvolta scolpito nella roccia. Era metà pomeriggio e tra i nevai le marmotte fischiavano segnali di allarme. Oltre i duemila metri trovammo due grandi spirali disegnate con pietre di color chiaro sui ghiaioni scuri. Erano ben visibili a distanza, come un segnale planetario. La seconda aveva le linee spezzate e formava un labirinto. Poi ne apparve una terza che pareva una nebulosa e aveva al centro una candela, segno di chissà quale simbologia o rituale. "E' per gli spiriti!" rise Valentina percorrendo a passi cadenzati quel sentiero concentrico. Poi tagliammo un nevaio e, oltre due monoliti di pietra simili, apparve la Greina, arata dal vento di quota.

Era un luogo pazzesco, simile a nessun altro. Come una brughiera scozzese, perfettamente piatta eppure chiusa da ripide rocce alpine. Un eden di campanacci segnato dai meandri di mille piccoli corsi d'acqua, e popolato di mandrie libere e greggi. Non c'era un riparo, e nemmeno un pastore. Per il possesso di quella sublime prateria, disse la mia compagna d'avventura, i grigionesi e quelli del Ticino avevano combattuto per secoli. Romanci e Lumbard, protestanti e cattolici, si erano ferocemente contesi quel paradiso nascosto. E c'era in effetti qualcosa di magico e insieme di inquietante in quella conca verdissima e solitaria che ti catturava come gli scogli delle sirene milleduecento chilometri più a sud. Camminammo verso nordest sull'orlo roccioso di quella prateria umida, ed eravamo assolutamente soli con le nostre due ombre che si allungavano sempre più sul far della sera.

Quella notte alla capanna Terry ebbi la cuccetta accanto a un grigionese enorme che mi russava proprio nell'orecchio. Tentai inutilmente di spingerlo sull'altro lato. Lui smetteva per un istante, poi ricominciava con una panoplia di terrificanti suoni irregolari, inframezzati da ancor più terrificanti silenzi. Cercai con lo sguardo Valentina sull'altro lato del dormitorio. Ronfava, e non solo: sorrideva di beatitudine. Non avevo mai visto in vita mia nessuno sorridere nel sonno. Uscii per disperazione, e vidi transumare le stelle. La Greina era uno dei luoghi più bui delle Alpi e sopra di me era percepibile persino il volume della Via Lattea. Sentii distintamente il grido di una stella filante. "E' un'anima che entra in paradiso", così Alphonse Daudet descrive il fenomeno in uno dei suoi racconti. Quando uscì la luna, mi accorsi che la notte era punteggiata di rumori. Su uno spalto di roccia dei giovani stambecchi avevano cominciato a scontrarsi a cornate. Scricchiolavano persino le montagne.

Al mattino dopo salimmo al passo Diesrut, trecento metri più sopra, dove la prateria delle meraviglie si disvelò nella sua immensità. Era una culla, l'archetipo dell'alpeggio. Una Roncisvalle moltiplicata per cento. Ai nostri piedi, sotto un ponticello, un torrente raccoglieva in una forra le acque della Greina. La cascata tuonava verso il Reno e il Mare del Nord e quella sembrava l'unica via d'uscita di quel pazzesco catino. Invece così non era. Circa tre chilometri a sudovest, in assenza di dislivelli percepibili, altre acque scendevano verso il Ticino e l'Adriatico. C'era solo un masso, chiamato Crap la Crusc - roccia della croce - che segnava il baricentro della Greina e al tempo stesso il suo inverosimile spartiacque. Su quel pietrone c'era una croce di ferro datata 1870, dove dovevano essersi scaricati molti fulmini. Ma stavolta il cielo era di un blu genziana. Ed io, lì in mezzo a quella pianura vibrante di candidi eriòfori, stavo in bilico come un funambolo fra Mediterraneo e Mare del Nord.

Dopo la notte insonne dormii come un bambino sulla brughiera, e col sole alto Valentina approfittò per affidare al vento il suo aquilone rosso, viola e giallo. Il filo era pieno di nodi, doveva essersi strappato più volte, un po' come la vita, ma il volo era superbo e io rividi nella mia compagna di viaggio quel sorriso perfetto che aveva mostrato nel sonno. Né spiriti né incubi turbavano il nostro cammino. Avevamo tempo, e volevamo prendercelo tutto. Così per scendere verso il Ticino e la capanna Motterascio a tre quarti d'ora di marcia, non prendemmo il sentiero ma il torrente. Lo seguimmo scalzi e quello ci condusse pigro nell'angolo forse più intatto e segreto della Greina, una torbiera morbida come un tappeto, e poi sull'orlo della scarpata.

Quella sera Ornella Schneid, gestrice del rifugio, ci scodellò zuppa di zucca e riso con l'aglio degli orsi mentre fuori il tempo si era chiuso e una pioggia sottile era cominciata a cadere sulle mandrie e le greggi. Per secoli, scendere su quel lato della montagna era significato per i grigionesi incontrare il mondo del sole, del vino e del buon vivere. Col suo accento lombardo, Ornella raccontò la storia di un pastore scomparso nella nebbia e di colossali ubriacature degli uomini scesi dal nord. Bevemmo anche noi, e stavolta non fu più birra ma un rosso del Ticino.


22 agosto 2011

 

 

A nord di Como, a quota 2200 tra il Canton Ticino e i Grigioni, c'è il "passo perduto". Una conca smeraldina ricca di ruscelli e fiori, una magnifica trappola dove le nubi si incastrano e le carovane e le greggi si smarriscono. Per il possesso di questa sublime prateria romanci e lumbard, cattolici e protestanti hanno combattuto per secoli